Euthymia

Data Sun 6 July 2008 8:00 | Categoria: punti di fuga

immagine di San Girolamo nello studio

Colantonio
San Gerolamo nello studio (intorno al 1445)
Napoli, Museo di Capodimonte


Nel mio studio i libri scelti sono quelli che considero i più immediati, i più necessari, i più intimi. [...] Questi testi li sento come mie estensioni, sempre lì, a portata di mano, pronti ad aiutare, conosciuti da sempre. Molte volte ho dovuto lavorare in stanze prive di questi volumi familiari, e ho percepito la loro assenza come una sorta di cecità e mancanza di voce. Nel mio studio voglio anche certi talismani che hanno invaso la mia scrivania per anni e che tocco distrattamente mentre penso alle prossime parole da scrivere. Gli studiosi rinascimentali raccomandavano di tenere diversi oggetti nello studio: strumenti musicali e astronomici che dessero varietà e armonia allo spazio, curiosità naturali come pietre dalle forme strane e conchiglie colorate, e ritratti di san Gerolamo, santo protettore dei lettori...
(Alberto Manguel, La biblioteca di notte)


In un'epoca in cui la pittura incomincia ad impadronirsi della realtà, l'unica cosa inverosimile – in questo dipinto – è il leone. Per quanto mansueto, in osservanza alla tradizione che vede nel Santo cavaspina la fine di tutti i suoi fastidi e nell'ambientazione l'accoglienza nel luogo più privato e personale di un uomo di dottrina.

Lo studio di Colantonio – tra i tanti del genere – è uno di quelli che più mi affascina. Pulsa di vita e profuma di quotidiano in modo assai diverso da altri coevi rifugi di uomini colti. Racconta i percorsi caotici (e talora casuali) dell'avventura della conoscenza, documenta un'epoca, concentra in uno spazio modesto un'intera esistenza.

Senza nulla togliere – ovviamente – a celebri raffigurazioni del medesimo soggetto (o simile), sempre in bilico tra intenti documentari e fantasiose concessioni al "significato" della scena: penso al Sant'Agostino del Carpaccio, dagli innumerevoli dettagli significativi ma anche dalle numerose digressioni di un arredo improbabile, o al S. Gerolamo di Antonello da Messina, dove la figura si staglia – sopraffatta dall'ambiente – all'interno di una gigantesca "macchina" scenica: «è a malapena un interno – suggerisce Praz – è piuttosto un palcoscenico in cui il santo posa, spiando con la coda dell'occhio se il pittore stia per deporre i pennelli».

Nel caso di Colantonio il "realismo" e la familiarità passano dal mobilio, semplice e funzionale, e dagli oggetti. Non astrolabi o sfere armillari bensì strumenti di lavoro. Gerolamo studia e scrive. Lo dicono i libri – certo – soprattutto il ponderoso volume manoscritto aperto sul piano inclinato utilizzato come leggìo, pagine a due colonne di fitta grafia gotica con diverse glosse a margine. Ma lo dicono – eccome – gli oggetti sparsi sui ripiani adiacenti: forbici, clessidra, pennini, specchietto, calamaio. Non mancano una lente per analizzare meglio i testi e una boccettina di vino; l'acqua, forse meno gradita, è dal lato opposto della stanza. Impossibile resistere ai numerosi appunti sparsi, schizzi, pensieri, fogli volanti attaccati alla parete lignea con la cera quasi fossero antichi post it. Di ripiano in ripiano ecco i libri, le scatole, le pergamene ripiegate, tomi e rilegature d'ogni foggia e qualità: è lo studio di un umanista, razionale quanto una moderna cabina di pilotaggio descritta da una lente fiamminga.

Il valore descrittivo prevalente fa sì che nella veduta a distanza nessun oggetto sia per il Santo più caro di altri, che nessuno – a parte i libri – goda di una luce più vivida e netta tanto da spiccare sugli altri. Persino la separazione tra la bottiglietta contenente il vino e la caraffa con l'acqua indica come non ci sia alcun intento simbolico, nessun equivoco. Gerolamo è un santo, ma qui è prima di tutto un uomo di studio, e il suo studio è sì santuario ma dedicato ad una attività, non ad una divinità; dunque nessuna allusione all'Eucarestia, come avviene nel caso in cui i due recipienti compaiano affiancati.

I libri, la biblioteca. Ce n'è per tutti i gusti e da leccarsi i baffi. Nella maggior parte dei casi i volumi sono chiusi e appoggiati uno sull'altro come si usava al tempo; alcuni – tipicamente "monastici" – sono rilegati in pelle, dotati di legacci ugualmente in pelle o di bindelle agganciate sul piatto posteriore; altri, dotati di legature d'archivio più "povere" e leggere, lasciano spuntare dalle pagine pergamenacee le cordicelle dei segnalibri. Gli scaffali appartengono ad un "contenitore" che fa dello studio una sorta di scatola arredata con pochi mobili rispondenti al gusto dell'epoca. Il più avveniristico è proprio quello scrittoio con il piano inclinato su cui poggia il libro in lettura, più tradizionali – invece – il cassone su cui poggia il cappello cardinalizio e il sedile a pozzetto con colonnine tornite e piccole balaustre ancora legato a nobili prototipi medievali.

Mentre – nascosto all'ombra del piccolo cassone del margine destro, sul cui ripiano poggia una missiva papale dotata dell'inconfondibile sigillo di piombo con le teste di Pietro e Paolo – l'antenato del topo Firmino pasteggia in allegria con uno dei tanti appunti volanti di scrittura fitta e minuta, regalando alla sobrietà e alla funzionalità dell'ambiente il tocco dell'intruso intemperante e felice.


Venuta la sera, mi ritorno a casa et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio di quella veste cotidiana, piena di fango et di loto et rivestito condecentemente, entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui






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