La riproduzione vietata: delitto senza castigo

Data Fri 20 June 2008 8:00 | Categoria: eyes wide open

Da quando siamo entrati nell’era dell’audiovisivo uno spettro si aggira per il mercato: il fantasma della riproduzione pirata. All’inizio furono i nastri e le videocassette, poi i cd masterizzati, infine adesso il peer-to-peer, cioè quei programmi che consentono a milioni di utenti di scambiarsi file audio e video da un computer all’altro, solo accedendo alla rete.
Per gli utenti è una grande occasione, come se si fosse materializzata una sorta di biblioteca universale, estesissima, dentro la quale si possono pescare liberamente film e canzoni. Io prendo un film in prestito da un utente americano e quello scarica dal mio computer qualche altra cosa. Ovviamente le case di produzione vedono il fenomeno come fumo negli occhi e lo bollano come pirateria, spendendo soldi e tempo per combatterla, senza rinunciare a fare ogni tipo di pressione sui governi. E’ di pochi giorni fa l’intervento di Sarkozy in Francia, che sta patrocinando un inasprimento delle pene per chi osa scambiarsi dei file. Si parla addirittura del distacco obbligatorio dalla rete fino a sei mesi: la morte civile per un internauta, una punizione che suona abbastanza antidemocratica, oltre che ottusa (basta intestare l’account di internet alla nonna novantenne e si può ricominciare).
Lo scambio di film e canzoni colpisce la cultura, dicono i paladini della persecuzione, le case discografiche e cinematografiche non guadagneranno più niente, gli autori moriranno di fame e non potranno più lavorare, l’arte morirà come viene annunciato ormai da un secolo. Insomma una catastrofe che può essere combattuta (ovviamente) solo a colpi di randello, con pene aspre e spionaggio web.
In realtà l’infinita facilità con la quale si riproducono gli audiovisivi (quasi come dei virus) era già definita potenzialmente negli anni ’30, quando siamo entrati nell’era dell’opera d’arte tecnicamente riproducibile. Se qualcuno vuole chiudere le porte, mi sa che è arrivato un po’ tardi e sospetto che i fautori della linea dura cedano solo al fascino di una repressione ormai considerata un valore morale in se stessa. Dal mio punto di vista io riesco a studiare il cinema solo perché posso accedere a infinite riproduzioni di film gratis o quasi gratis. Nessuno, neanche la TV pubblica, trasmetterebbe più un Luis Buñel o un Ingmar Bergman a orario decente (e forse neppure indecente).
Quindi la soluzione dov’è? Non certo in questo continuo giocare a guardie e ladri che non risolve nessun problema. Le proposte di seri economisti che vanno alla radice della questione esistono. Lo scarico di file dalla rete è possibile tramite i provider, le società telefoniche che forniscono l’accesso al web. Grazie al traffico suscitato dal continuo scarico di file queste società hanno prodotto utili immani. Sarebbe ora che una certa percentuale di questi utili venisse ceduta a chi è proprietario delle opere di ingegno in circolazione.
Mi farebbe piacere sapere che io scarico (gratuitamente) il film del regista russo o cinese Tal de’ Tali e la mia compagnia telefonica è costretta per legge a corrispondergli una percentuale dei guadagni. Direttamente all’artista, senza mediatori che con la scusa di difendere la cultura tesaurizzano le opere d’arte e ne impediscono la circolazione e la distribuzione. Mi farebbe piacere leggere su questo stesso blog altre possibili soluzioni e proposte in merito al problema. Se ci siete battete un colpo.




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