La colonna sonora – 6 - Una terra dove tutto canta

Data Sun 15 June 2008 8:00 | Categoria: colonna sonora

Parliamo di musica, anzi non ne parliamo affatto. La musica si deve ascoltare.
La verde e irrequieta Irlanda di James Joyce è quel paese in cui tutti sembrano, in un pub fumoso, davanti alla proverbiale Guinness scura o ad un buon whisky, come per le sue strade, scrivere e fare musica.
Macchia rossa: Composizione grafica con foto d’epoca, una grande macchia nera con scritte illeggibili e piccola macchia rossa con luna di tela jeans
Composizione grafica di Mario DG
Ci sono posti in cui la musica sembra trovare più agio, per limitarsi a noi penso alla nostra Emilia e Romagna, penso a Napoli, penso a Genova, mi fermo di pensare; posti di frontiera o di incontri. Posti per i quali sarebbe facile spendere l’aggettivo “mitico”.
Per quanto ci riguarda, in queste povere e laconiche righe, l’Irlanda è un paese insolitamente ricco di grandi talenti e splendidi esempi sia di cantanti che di autori. Tra i tanti ricordiamo in musica, in ordine sparso, i nomi degli U2, dei Dubliners, di Sinéad O'Connor, Enya, Pogues, Chieftains, etc. Di alcuni di questi nomi avremo agio in seguito di parlare. Perché il cuore nero d’Europa si trovi e pulsi tra le strade di Dublino o di Belfast è solo nella realtà delle cose.
Uno dei complessi della prima ora, che invasero i mercati europei nei primi anni ‘60, gli Them, era composto proprio da maledetti irlandesi ed è tra loro che inizia, tra successi come Gloria, Mystic eyes e Brown-eyed girl, la carriera di un cantante di Belfast (anche alla chitarra, armonica, tastiere e sassofono): Van Morrison (all’anagrafe George Ivan Morrison). Strano esempio di cantante per l’epoca, colto e introverso; la sua canzone sembra partire dal Dylan più astratto e intimista (e perché no dal primissimo Donovan) e Tim Buckley, dal progressive e dalla musica popolare celtica (a cui presterà la sua notevole voce) per avvicinarsi al soul.
Si dice che Morrison inventa una nuova figura di singer-songwriter, che usa le componenti fondamentali del folk, del country, del jazz e del rhythm and blues per comporre canzoni profondamente personali e financo filosofiche; composizioni forbite e complesse che assomigliano più a "suite" classiche che a canzoni pop. E’ del 1968 il suo album Astral Weeks da cui abbiamo tratto Madame George (di cui abbiamo dato una traduzione che cerca di rispettare il più possibile lo spirito del testo originale).
Mi piace approfittare per ricordare quel simpatico film di Alan Parker del 1991 che risponde al titolo di The commitments che in qualche modo aiuta a capire come la musica sia vita in Irlanda. Mi piacerebbe consigliare, per i giovani e meno giovani che non l’avessero ancora letto, un gustoso romanzo di Gianfranco Bettin riedito per Baldini e Castaldi nel 2003 dal titolo Qualcosa che brucia. Non è un libro di musica o sulla musica, è un romanzo che si legge volentieri e in relativamente poco tempo. E’ semplicemente una storia dove, come cerco di dire, la musica è parte integrante delle cose. E’ nell’aria.



Immagine del testo della canzone con traduzione in italiano al lato




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