Conciliamo?

Data Sun 8 June 2008 8:00 | Categoria: diritto e rovescio

Un nuovo strumento di risoluzione delle controversie si aggira per l’Europa: la conciliazione. C’è chi dice venga dall’America (per fortuna da colà non giungono solo i «McDonald’s»), ma anni fa un professore di diritto cinese – del quale non farò il nome, naturalmente – mi disse qualcosa di simile essere presente da tempo in Cina. Gli uomini si assomigliano un po’ dappertutto. Come che sia, molti confondono conciliazione ed arbitrato, sì che mi sembra ragionevole confrontare i due istituti.

Come nel processo e nell’arbitrato, chi conduce la conciliazione – il conciliatore – è un soggetto terzo, neutro ed imparziale, ma a differenza di quanto accade nelle prime due procedure, non ha il potere di emettere decisioni vincolanti. Il conciliatore ha infatti l’arduo compito di aiutare le parti a negoziare e di metterle d’accordo.
A differenza che nel processo e nell’arbitrato, non c’è quindi un vincente ed un perdente: entrambe le parti dovrebbero uscire soddisfatte dalla procedura di conciliazione. Sempre che si arrivi ad un accordo. Perché ad un accordo non è obbligatorio giungere (mentre il processo e l’arbitrato si concludono con una decisione): le parti possono in qualsiasi momento abbandonare il procedimento (così, mentre stipuliamo un contratto, possiamo interrompere le trattative).

Come nell’arbitrato, attualmente chiunque può sovraintendere alla procedura di conciliazione: non occorrono requisiti particolari. E si tratta, come l’arbitrato, di un procedimento celere ed economico. Una differenza importante coll’arbitrato è che le informazioni raccolte durante lo svolgimento della conciliazione sono coperte da segretezza, sia «interna» (le informazioni riservate che una parte confida al conciliatore non sono palesate all’altra) che « esterna». Anzi, ed ancor più, il fatto stesso che vi sia stata una procedura di conciliazione è segreto (questo piace molto alle imprese).

Altra differenza col processo e coll’arbitrato è che nella conciliazione, dopo una sessione congiunta iniziale, durante la quale le parti espongono le proprie posizioni, spesso il conciliatore parla solo con una parte, in assenza dell’altra (c.d. sessione privata): è in questi colloqui che il conciliatore deve scoprire i reali interessi sottostanti alla vicenda (spesso mascherati in termini di “risarcimento dei danni”, ma quasi mai puramente economici), conquistare la fiducia delle parti, ricevere le informazioni, riservate e non, per far incontrare le parti o formulare lui stesso una proposta appetibile per le stesse. Non vige dunque il principio del contraddittorio, (solo) a prima vista irrinunciabile nella risoluzione d’una controversia.

Scoprire le reali motivazioni sottese alle dichiarazioni delle persone, accogliere i loro sentimenti e ricercare i loro veri bisogni appare essere cosa buona e giusta, al di là della maggior celerità della procedura conciliativa, del basso costo della medesima, della possibilità di una proficua prosecuzione del rapporto etc., nella prospettiva di un mondo migliore, a misura d’umanità.

Contendenti di tutti i Paesi, conciliatevi!




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