8 - QUANDO FUKSAS NON E' FUFFAS. LA NUOVA FIERA DI MILANO A RHO-PERO

Data Tue 27 May 2008 8:00 | Categoria: edifici contemporanei

Immaginate che qualcuno venga da voi, con uno schema fisso composto da una viabilità che serve 8 grandi padiglioni (bestiotti da 230 per 170 metri, laddove un isolato nel centro di Roma, ha un lato mediamente di 70 metri). Immaginate che il percorso centrale pedonale, in questo schema, sia lungo circa 1300 metri (circa il doppio di via del Babuino, da piazza del Popolo a piazza di Spagna). Venga da voi, con un altro bel po' di specifiche tecniche, e dica: “ecco, prendi questo e fanne un luogo allegro e piacevole. Ah, dev'essere tutto finito in meno di 4 anni da ora”.
foto aerea del complesso da Google Earth
Questo è stato il compito di Massimiliano Fuksas per la nuova Fiera di Milano a Rho Pero. Bisogna ricordarlo a chiunque faccia lo snobbone su questa cosa. Perché si, non sarà simpatico, e da Santoro quando fa il tuttologo è imbarazzante, e non sempre le ciambelle gli vengono col buco, ma uno che ha assolto così quel compito in quel tempo, è tosto, checché chiunque ne possa dire.
Questo non è un edificio, è un complesso fieristico. La sfida architettonica, non semplice, era renderlo un luogo unitario e insieme vario, piacevole e facilmente fruibile nei vari passaggi di livello e di uso.
Fuksas sente che non deve giocarsi la partita sugli edifici, cosa che lo “incasinerebbe” a morte, ma sull'elemento unitario che li lega: il percorso pedonale in quota, e dunque la copertura di esso. La copertura allora si modella e si adatta ai salti di livello, sale sugli edifici e scende per divenire lucernario per gli edifici sottostanti. Non senza qualche capriccio. E perché no? E' una fiera, che diamine! La copertura vetrata nasce allora da un disegno a mano libera, e poi da un modello di materiale plastico che viene modellato con phon per capelli. Queste forme tattili, che fan sentire, in qualche modo, la mano, le dita che le hanno formate, compensano in parte la mancanza di “tattilità” e umanità tipiche dei materiali della costruzione a secco, in gran parte preformata in officina e semplicemente assemblata in opera, uno dei “segreti” della rapidità di esecuzione dell'opera (30 mesi circa).
vista dall’alto
La copertura vetrata, la sua forma variabile anche in modo arbitrario, servono a dare varietà alla sequenza simmetrica e scandita dei fabbricati parallelepipedi netti dei capannoni espositivi e degli edifici per uffici, anche se resa molle da particolare quali i pilotis sghembi, una certa varietà di rivestimento interno dei capannoni, e il contrappunto degli ellissodi destinati a ristoro, intervallati lungo il percorso. Fuksas, secondo me giustamente in questo caso, attinge per tutti questi elementi da un repertorio di sue precedenti esperienze, che sarebbe lungo qui puntualizzare.
vista dal percorso centrale

vista dal percorso centrale
Questa impostazione, in realtà diretta, semplice e chiara, funziona, anche grazie ad imprevedibili e sempre cangianti giochi di riflessioni e rifrazioni fra le superfici vetrate e arricchite dagli specchi d'acqua, come un film che si srotola per le persone velocizzate dal tapis roulant.
particolare del complesso dall’interno, corridoio

particolare del complesso dall’esterno
Forse Fuksas avrebbe voluto rendere la spina con la copertura una “T”, cioè farla direttamente snodare nel centro congressi e servizi; ma comunque riesce a far sentire questa continuità con la presenza imponente dei conoidi che penetrano nello spazio del centro congressi, evitando con disinvoltura il rischio della difficoltà dell'incrocio.
Vista dello spazio interno centro servizi

Vista dello spazio interno centro servizi
Certo, i palati fini dell'architettura possono avere qualcosa da ridire. Certi dettagli non sono proprio il massimo della finezza. E soprattutto, il disegno messo in campo da Fuksas e i suoi non contiene quella ricca logica interna che fa apparire ogni scelta necessaria, che è propria dei capolavori. Certe cose, sono così ma potrebbero essere cosà senza che l'opera ne avrebbe detrimento. Ma a me pare che, date le condizioni generali, un più giusto e razionale rigore avrebbe potuto ottenere lo scopo più difficilmente. E' una architettura della quantità, e pertanto, per non dare tristezza, deve variare in modo immotivato. Velare, più che rivelare, la verità. Segno dei tempi, non è colpa di Fuksas.
Un mio buon professore, sgridando un mio compagno che faceva cose un po' tristi, disse “non dobbiamo mai dimenticare che, in fondo, noi siamo solo venditori di allegria”. E se l'allegria non è fuffa, qui Fuksas non è stato Fuffas, con buona pace di Crozza.

(le foto, ove non diversamente indicato, sono dell’autore e scattate il 12/12/07)



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