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le bolle speculative

Data Mon 5 May 2008 7:30 | Categoria: il crogiolo

Anche nei secoli scorsi si verificavano delle bolle speculative che causavano caduta dei redditi, disoccupazione, impoverimento generale. Fu così nel 1647 con la famosa bolla “dei bulbi dei tulipani” o con la bolla causata dall’aumento nei prezzi delle attività finanziarie che portò alla crisi del 1929. Caratteristica di queste bolle era che si manifestavano ogni, cinquanta, cento anni, e duravano poco, infatti nel giro di qualche anno la bolla cessava di crescere e poi si sgonfiava. In questi ultimi otto anni, invece, contiamo almeno tre bolle speculative che si sono succedute senza intervalli tra l’una e l’altra.
Nel 2000 il boom della new economy portò ad un incremento continuo dei prezzi di Borsa dei titoli tecnologici che ebbe come epicentro gli USA. Niente fece la Fed per bloccarla se non l’avvertimento lanciato al mercato dal suo Presidente Greenspan nel definirla come “esuberanza irrazionale”. La teoria alla base era che nessun intervento dovesse essere effettuato dalla Banca centrale per influenzare i prezzi delle attività finanziarie, mentre gli interventi dovevano essere finalizzati solo al contenimento dei prezzi dei beni di consumo. La crisi che ne seguì, con la caduta verticali dei prezzi, determinò non solo la crisi di banche, imprese industriali e finanziarie, ma un impoverimento generale dei risparmiatori piccoli e medi che videro i loro capitali investiti dimezzare il loro valore reale.
Sgonfiata la bolla della new economy è arrivata, nel 2005, la bolla causata dall’incremento dei prezzi degli immobili di edilizia residenziale. La bolla è andata crescendo a causa dei crediti concessi dalle banche a soggetti che non avevano reddito sufficiente per restituire il mutuo, il quale fondava la sua garanzia sulla sola crescita del valore dell’immobile. Con la caduta dei prezzi degli immobili è entrata in crisi tutta la filiera dei mutui.
La terza bolla, denominata “Cibo ed Energia”, è arrivata mentre è ancora in corso quella immobiliare che continua ancora oggi a produrre effetti negativi su reddito ed occupazione. La causa è da attribuire all’aumentata domanda di questi due prodotti , come era stato otto anni fa per l’incremento nella domanda di beni tecnologici, e tre anni fa per la domande di immobili residenziali.
Gli incrementi dei prezzi, in un’economia di mercato, non sono regolati solo dalla domanda e dall’offerta di quel bene, ma anche da una domanda speculativa che asseconda le tendenze di mercato finchè prevede che la tendenza possa continuare.
Quali sono gli elementi che in un prossimo futuro possono causare un ulteriore aumento dei prezzi?
Vi è una corrente di pensiero che sostiene che tale aumento è strutturale in quanto legato alla domanda di paesi emergenti come Cina ed India che hanno industrializzato solo una piccola parte del loro territorio. Lo sviluppo, che proseguirà anche nei prossimi anni, richiederà una domanda di beni energetici e alimentari sempre crescente.
La seconda causa è da riferire alla domanda di energia alternativa, i cosiddetti combustibili ecologici, da produrre con materie agro alimentari. Questo ha determinato un utilizzo crescente dei beni agricoli non per il consumo alimentare. A fronte di un incremento della domanda, a parità di offerta, i prezzi sono schizzati in alto.
A questi due elementi, che fanno riferimento all’economia reale, ve ne sono altri due che fanno riferimento all’economia finanziaria.
Il primo attiene alla debolezza del dollaro, moneta usata sia come “numerario”, cioè unità di misura dei prezzi di tutte le merci, che come mezzo di pagamento. La svalutazione di questa moneta porta inevitabilmente ad un incremento dei prezzi operata dai produttori per compensarne la svalutazione.
Il secondo fattore finanziario attiene alla diminuzione dei tassi di interesse operata della Fed americana. In questi anni, infatti, per tenere bassa l’inflazione incrementando investimenti e produzione le Banche centrali hanno diminuito i tassi di interesse L’aumentata offerta ha tenuto bassi i prezzi dei prodotti.
Possiamo trarre due conclusioni.
La prima è che assisteremo ancora ad una persistenza nella debolezza del dollaro e ad un incremento nei prezzi delle materie prime.
La seconda fa riferimento al tasso di inflazione. Ad oggi il calcolo negli USA, escludeva proprio i beni alimentari ed energetici e l’inflazione che ne risultava era bassa. Un loro inserimento nel paniere, come richiesta da più parti, porterà ad un tasso di inflazione più alto. Ciò farà emergere con più evidenza che un tasso del fondi federali al 2% decretato recentemente dalla Fed, porterà ad un rendimento reale negativo delle attività denominate in dollari. Questo farà vendere sul mercato dollari, con il conseguente suo deprezzamento, che andrà a causare, a sua volta, un ulteriore incremento nei prezzi delle materie prime. La perversa spirale si arresterà quando scenderà il deficit commerciale americano, che oggi richiede acquisti di dollari pari a 700 miliardi l’anno.




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