Ea quae sunt sicut sunt

Data Thu 1 May 2008 8:00 | Categoria: punti di fuga

Illustrazione di una miniatura conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana intitolata De Arte Venandi Cum Avibus

De arte venandi cum avibus (sec. XIII)
Ms. lat. 1071, fol. 69r
Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

Un uomo nuota in un laghetto dalle sponde fiorite. I suoi abiti da falconiere sono ammucchiati a riva e non si tratta di un attimo di relax. È una raffigurazione elementare, senza pretese, eppure non priva di suggestione: che ci racconta come un bravo falconiere debba possedere notevoli doti fisiche, oltre ad elevate qualità mentali e morali, e tra queste l’abilità nel nuoto per poter seguire il suo falcone quando questi – catturata la sua preda – incomincia a lacerarne le carni sull’altra sponda dello stagno.
È una delle tantissime e fascinose miniature che illustrano il De arte venandi cum avibus, celeberrimo "manuale" – organizzato come un vero e proprio trattato – sull'arte di cacciare con l'ausilio del falcone, attribuito tradizionalmente a Federico II di Svevia, uomo di interessi plurimi e di svariate inclinazioni abilmente conciliate con la ragion di Stato. È egli stesso a dichiarare, in una notissima lettera indirizzata ai dottori dello Studio di Bologna, che «[...] dopo aver preso su di noi la cura del regno, sebbene la moltitudine degli affari di Stato richieda la nostra opera e le cure dell'amministrazione esigano grande sollecitudine, tuttavia quel po' di tempo che riusciamo a strappare alle occupazioni che ormai ci sono divenute familiari non sopportiamo di trascorrerlo nell'ozio, ma lo spendiamo tutto nell'esercizio della lettura, affinché l'intelletto si rinvigorisca nell'acquisizione della scienza, senza la quale la vita dei mortali non può reggersi in maniera degna di uomini liberi...[...]».

Il De arte venandi è composto da due sezioni ben distinte: la prima è un trattato di ornitologia, o meglio un testo descrittivo accompagnato da uno straordinario campionario di immagini miniate, in cui sono presentate almeno un'ottantina di specie di uccelli non rapaci – tutti possibili prede dei falconi – insieme ad intuizioni ed osservazioni sul volo e sul loro comportamento in molti casi sorprendentemente valide ancor oggi. La seconda parte è quella più nota, dedicata ai falconi e alle istruzioni per il loro addomesticamento ed addestramento; le illustrazioni che accompagnano il testo seguono il ritmo pacato dello svolgimento delle singole azioni, secondo le disposizioni impartite dall'imperatore ai falconieri riguardo al processo di assuefazione del falcone all'uomo.

Esistono diversi codici del De arte venandi, i più importanti dei quali sono il Codice di Manfredi (il più antico), conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e databile dopo il 1258, e il Codice di Bologna in 6 volumi, trascritto in epoca successiva. Il manoscritto originale è illustrato da preziose miniature e si ricollega probabilmente alle direttive dell'imperatore stesso, riordinate dal figlio Manfredi sulla base di suoi appunti ed indicazioni. È un documento di eccezionale importanza, non solo per la mole di dati e conoscenze che fornisce rispetto all'epoca in cui è stato concepito, ma soprattutto per comprendere sino in fondo la personalità poliedrica dell’ultimo sovrano medievale ed il suo proposito di mostrare «ea quae sunt sicut sunt», la realtà così come essa è, in tutte le sue forme, attraverso l’osservazione diretta. È noto che tra gli interessi imperiali le scienze occuparono un posto di tutto rispetto: anche gli studi di zoologia furono per l'imperatore svevo motivo di curiosità, al punto di giungere a sperimentazioni dirette occupandosi dell'incubazione delle uova degli uccelli, della cura delle malattie, degli incroci tra le razze; si appassionò all'allevamento dei cavalli, impartendo al suo collaboratore Giordano Ruffo le direttive per la stesura di un trattato di cure mediche per gli stessi, forse il primo trattato di veterinaria in Europa; allevò colombi addestrandoli a portare messaggi, forse secondo una tecnica araba, polli, cani e, in quel di Malta, persino cammelli. Ma la stesura di un così complesso trattato mostra come egli approfondì soprattutto, servendosi di ogni strumento disponibile, il suo interesse per gli uccelli, direttamente proporzionale alla sua passione per la caccia. Una passione che gli costò cara, se pensiamo che nel 1248 i parmensi accerchiati dalle truppe imperiali approfittarono della sua assenza per razziare l'accampamento degli assedianti portandosi via, oltre al cospicuo tesoro di Stato, anche il manoscritto originale del De arte venandi, quello non ancora ufficiale e costituito da un insieme di fogli "volanti" riempiti di appunti. Fortunatamente per noi, Manfredi aveva partecipato attivamente alla stesura dell'opera e fu in grado di ricostruire fedelmente e divulgare il pensiero dell'augusto padre.

Tra le cose che ancor oggi non cessano di incuriosire e stupire vi sono le pagine in cui si racconta di alcuni modi di difesa degli uccelli-preda illustrati con dovizia di particolari, tanto dal testo quanto dalle immagini. Qui apprendiamo, ad esempio, che le otarde e le galline prataiole usano saltare cercando di balzare sul rapace che le attacca, in modo da calpestarlo, mentre le oche, le anatre, il cigno, il pellicano e il cormorano – raffigurati nello stagno – si rifugiano nell’acqua sapendola sgradita ai loro predatori. Ed anche che la gazza e la cornacchia cercano protezione sugli alberi, mentre l’otarda scarica escrementi sul rapace che la insegue o arruffa il piumaggio agitandosi, allo scopo di assumere un aspetto scoraggiante (e repellente) per il suo cacciatore.

Cose che solo la “presa diretta” poteva rivelare. Ea quae sunt sicut sunt, e il fascino di una curiosità e di una “sete” di conoscenza libera da preconcetti ed influenze religiose in cui riaffiora – nonostante tutto – il sapere dell'epoca, impregnato di superstizioni e credenze, di astrologia e magia, delle quali neppure lo stesso imperatore seppe fare a meno.





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