Riveder le Stelle

Data Tue 1 April 2008 7:00 | Categoria: punti di fuga



Piero della Francesca
Leggenda della vera Croce: Il sogno di Costantino
1452-1459 (Arezzo, S. Francesco)
Il pittore è uno di quelli su cui c'è nulla da aggiungere e tutto da ascoltare. Mi fermo su una scena dipinta nel registro intermedio della chiesa di S. Francesco, ad Arezzo; una sorta di cerniera nella storia della Croce, ponte tra l'antico e il nuovo Testamento. Costantino, l'uomo dell'Editto. Alla vigilia del combattimento contro Massenzio, il suo sonno – ospitato nel volume di una tenda perfettamente cilindrica – è protetto dall'angelo che gli rivela che sarà vincitore se combatterà nel segno della Croce.

Virtuoso lo scorcio dell'angelo; e il controluce del soldato a sinistra; e l'effetto straniante che fa del giovane seduto a fianco al letto uno sguardo alieno e indifferente al prodigio. Per lungo tempo pensando a questa scena la si indicava come il primo notturno della storia dell'arte italiana, finché – grazie alla ripulitura – qualcuno ha intravisto l'alba, mentre il restauro riaccendeva le stelle una ad una.

C'è nel cielo di Costantino (e di Piero) coincidenza e corrispondenza con l'osservazione del vero? La risposta è sì, e questo significa in primo luogo che questo cielo rompe con tutta una tradizione geometricamente omogenea ed astratta, tipo la volta stellata giottesca degli Scrovegni. Vi si riconoscono configurazioni in qualche modo note, come la costellazione di Cassiopea, del Drago o dell'Orsa Minore. E questa è la parola degli studiosi.

E noi? Guardiamo a quel cielo come "vero", come generato dalla visione diretta, e tuttavia ciò che vediamo non è confortato da alcuna mappa stellare. Cosa è successo? Semplicemente, il cielo appare invertito in maniera speculare rispetto alla realtà. Era la cultura araba ad essere avvezza all'osservazione diretta delle stelle, ma questa non è una visione diretta del vero, eppure non per questo è falsa. Il tutto secondo la tradizione iconografica della scienza astronomica occidentale di origine greca (per tutti, l'Atlante Farnese) come se il cielo fosse visto dall'esterno, "di spalle", da un osservatore posto al di fuori dell'universo.

Di qui a ipotizzare che Piero si sia avvalso del filtro di un'elaborazione grafica il passo è breve, senza che l'artista abbia trovato alcuna contraddizione nel proporre come reale il cielo copiato da una mappa e reso in maniera speculare al dato assunto dal nostro sguardo. Infine, quale mappa? È stata individuata una buona dose di coincidenze tra il lavoro di Piero ad Arezzo e gli spostamenti di alcuni personaggi del calibro del cardinal Bessarione e del matematico Regiomontano. Tra loro, la redazione divulgata e commentata dell'Almagesto tolemaico e un ipotetico incontro/scambio di suggerimenti che sarebbero finiti – a dipinto già eseguito, intorno al 1463 – direttamente nella volta celeste e nei sogni di Costantino.

Insomma, un cielo astronomico (e non astrologico, sebbene sarebbe stato assai più di moda) con cui Piero mette per un attimo da parte il campo della prospettiva per aprirsi a quello della ricerca sulla rappresentazione scientifica. È così che il notturno si accese di stelle, più credibili che vaghe.




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