Scienza e Religione (3)

Data Tue 13 November 2007 8:00 | Categoria: zona di sovrapposizione

Dove si prova a dare una definizione di fede e si fa qualche commento.

Si definisce fede
· l’accettazione consapevole, dall’intelletto umano, a ritenere per vere entità o concetti non dimostrabili mediante il processo di verifica dei sensi o della ragione
· l’accettazione consapevole della necessità di non sottoporre tali entità o concetti a tali verifiche in vista del raggiungimento di obiettivi materiali, intellettuali, spirituali, ecc. misurabili e fruibili che da tale accettazione possono derivare
· l’accettazione consapevole della non necessità di tali verifiche.
La Matematica, in questi casi, parla di postulati. La Religione di fede.
Come si vede la necessità di partire da entità definibili in astratto, ma non dimostrabili razionalmente, non è una caratteristica della sola religione, ma è “conditio sine qua non” comune a scienza e religione per cominciare a costruire qualcosa con ricadute pratiche e razionali. Si pensi al concetto di punto del quale si dice che, pur essendo adimensionale, riesca a dar luogo a rette, piani e spazio, che di dimensioni ne hanno una due e tre. Folle, no?

Ma allora perché nella scienza si accetta mansuetamente questa impostazione da parte di menti abbastanza pensanti, che si ribellerebbero a qualsiasi altro tipo di frottola? Perché si ha la consapevolezza e l’umiltà che non si può comprendere tutto subito e che bisogna andare incontro a qualche ragionevole e temporanea rinuncia pur di riuscire ad avanzare sulla via della conoscenza delle cose. Ma quali sono queste cose?

Per la scienza sono i fenomeni da indagare e le teorie da elaborare per dare loro una sistematizzazione, comunque cose di questo mondo, ovvero di questo universo. Per la religione pure. In origine, infatti, ha spiegato così i fenomeni naturali e tuttora si appella ai miracoli appena accade qualcosa ancora non sufficientemente coperta da spiegazioni scientifiche. In più la religione ha la vocazione a voler spiegare e rispondere ad interrogativi e bisogni che si è soliti attribuire ad una sfera detta spirituale o dell’anima, alla quale si attribuiscono attributi di eternità e di soprannaturalità, cioè non di questo mondo.

Quello che non capisco, a questo punto, è perché interrogativi e bisogni che nascono in questo mondo debbano essere trasferiti, per la loro soluzione, in un altro mondo. Siamo certi che questo mondo non li possa contenere ed offrire loro soddisfazione? Perché sono troppo complessi? Ma la storia umana non è anche storia di soluzione di problemi? Nel tempo, certo: di avvicinamento progressivo, è chiaro. E siamo sicuri che i problemi spirituali ed esistenziali si collocano fuori da questo faticoso ed affascinante cammino?



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