Pietro Pintus

Data Mon 15 January 2007 7:00 | Categoria: racconti di poche parole

L’ultima volta che ho visto Pietro Pintus - il critico di cinema colto come uno scenario di Luchino Visconti e preciso come uno zoom di Stanley Kubrick, l’amico paterno che era fatto della stessa materia di cui sono fatti i libri e i film - era intronato in un letto d’ospedale collegato a mille macchine acquatiche e luminescenti. La prima volta era incorniciato da un televisore in bianco e nero: erano gli anni sessanta, ero un ragazzo, e lui presentava i film dei grandi autori, con la compostezza dei personaggi di Carl Theodor Dreyer e la trepidazione di una panoramica di Pier Paolo Pasolini. Mentre il nostro ultimo colloquio volgeva al termine, pretese e ottenne da una infermiera bionda e giovane e avvenente (come nel finale de “Il paradiso può attendere” di Ernst Lubitsch) prima un caldo massaggio alla schiena e poi un bicchiere di latte freddo, sollevando il quale come un calice delle annate irripetibili, come un Amedeo Nazzari degli anni migliori, mi congedò. “A domani, vecchio mio” – disse, e sparì.


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