Figlio del tuo figlio

Data Fri 18 January 2008 8:50 | Categoria: apologetica

[Nasce oggi la nuova rubrica mensile APOLOGETICA di Giuseppe Nenna, che qualcuno di noi conosce telematicamente come 'ethos'. Io l'ho conosciuto completo di corpo al bar lecorbuseriano della Feltrinelli Argentina: sento un tocco sulla spalla mi volto e già sorride.]



Ho conosciuto Pasquale grazie a Nefeli. Una volta l’ho sentito al citofono, sbagliando il tasto del citofono. Non ci sapevamo ancora ed io percepii una voce accogliente che mi re-indirizzava, garbatamente, alla figlia. Non avevo cognizione del suo lavoro.
Iniziavo a farmene un’idea osservando le foto che cominciavo a frequentare dal suo blog: mai fisse, sempre con una dinamica intima, che tracima dallo schermo e ti entra in casa e nel cervello. Poi leggendolo attraverso i post. Fino ad incontrarlo presso il suo ufficio con balconata su piazzale Argentina, lato Feltrinelli. Anzi, proprio dentro la Feltrinelli. Eppure la sua affabilità meridionale è sempre percorsa da un velo di malinconia, che affiora da occhi carichi di misericordia. Mi chiedevo ove s'abbeverasse quella tristezza in un uomo tanto avvinto dal miracolo dell’esistenza. Fino a danzare con la vita, in due, tre, quattro, mille mondi. Battuti, calpestati, filmati, fotografati, de-scritti.

Lessi.

«Nella seconda metà del mese di maggio 2002 [l'anno palindromo, "che corre indietro"] ho scritto di getto questa “Vita breve di Eftimios”. Senza un piano, senza uno schema, sono venute fuori queste 42 pagine strutturate fin dal primo momento e dalla prima all’ultima come canti.

In realtà era dal 1987 che ci provavo, a raccontarlo, Eftimios. In tutte le opere che ho realizzato da allora, film, documentari, corti, e libri, saggi, articoli, e programmi televisivi e poesie e racconti, insomma in tutto. In quei quindici anni avevo fatto di me stesso un uomo teso a restituirlo, Eftimios, a chi non lo aveva ancora conosciuto».

«Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre la sua vita breve, pubblicando e commentando fiori intorno a lui, non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Lo faccio con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, un fiore-poesia».

«Certo, si può rivivere la storia di una persona e si può riscrivere la storia di un personaggio, ma non è la sua stessa storia di vita e la medesima sua storia di fantasia. Sono una variazione a partire da un modello e una invenzione a cominciare da un’idea. Ma sono appunto altre storie. Possiamo somigliare quanto vogliamo, puoi scrivere quanto vuoi, siamo sempre tu e io.

Certo, ognuno di noi può comprendere gli altri. Se li comprende tutti è raro. Mi viene in mente Gesù, mi viene in mente Eftimios».

«Una locomotiva col fumo bianco sotto il cielo azzurro, una scheggia - come dicono da queste parti. E gli altri? Il campioncino etrusco non credeva potesse perdere. Gli scarpini chiodati, il babbo e la mamma sicuri, le amichette veneranti. Agli stacchi di partenza s’inginocchia, scalcia come ha visto fare in televisione, come gli ha detto l’allenatore, per sciogliere i muscoli, ma in realtà perché è un puledro, un cervo, c’è il sole, le ragazze e deve vincere. Ma non vince, corre, spinge, si agita, s’impalla, ed Eftimios fila via come un treno leggero, col fumo in testa.

Arriva con la coppa di latta bagnata d’oro. Aveva vinto i campionati regionali senza sforzo. E poi, il tumore al cervello, che non gli farà vivere l'estate. Eftimios ha detto mai una parola su Dio? No. Nelle chiese entrava solo per vedere i quadri, gli affreschi, gli stucchi, le sculture».

«L’essere umano autonomo, che si dà le regole da solo, e le osserva, rinnovandole continuamente, tenendo in conto gli altri, tutti gli altri, la loro felicità, il loro bene. Autonomo, ho scritto, non indipendente: il rovescio di un ente non è il suo contrario, no?

Le persone si fanno le opinioni imitando gli altri, o contrapponendosi agli altri: “distinguersi per apparire”, no? Eftimios era diverso, costruiva il suo pensiero senza appigli, senza stampelle, senza note a pie’ di pagina. Quando incontrava un problema o un altro essere, partiva dal problema e dall’altro, trovava la sua soluzione, il suo altro. Cominciando sempre, incessantemente, dal principio, sempre di nuovo, sempre nuovo.

Il corpo no. Quello va per conto suo, come una casa, che tende a cadere, a corrompersi, come una nota del pianoforte, che tende a diminuire per quanto si batta forte sulla tastiera. Gli cambiavano il corpo, la natura, i farmaci, i dottori e le dottoresse, lo gonfiavano, lo impallidivano, lo invecchiavano, il tumore è una accelerazione mostruosa del tempo, no? Ma gli occhi? Gli occhi no. Restano sempre gli stessi, sempre uguali al principio. Tu apri gli occhi e hai il tuo sguardo, solo tuo. Il mondo fa bene a rassegnarsi a quel tuo sguardo.

Dietro la faccia, dietro le palpebre, gli occhi di Eftimios sono rimasti sempre gli stessi, fino alla fine, e oltre».

«Eftimios non ha mai schiaffeggiato nessuno, ma qualche volta me lo sarei meritato, qualche volta ce lo meritiamo, no? E quella volta?

Quella volta giocavamo alla pari, volevo batterlo a tutti i costi, perché dovesse continuare a tutti i costi, a vivere, a chiedermi la rivincita. I pezzi danzavano sulla scacchiera, come certe donne di prima mattina. Le mosse, diceva Eftimios, non dovevano essere soltanto buone - utili, funzionali, razionali - dovevano essere buone e belle. La scacchiera era come un quadro, è come un quadro, no?

Ma non c’era niente da fare, vinceva lui. Aveva deciso di chiudere la partita.

Ma a modo suo: qualche mossa prima della sua certa vittoria, prima della morte del mio Re, girò gli occhi lucenti mi guardò e mi concesse la patta».

Eftimios giocò la sua partita fino in fondo, come attraversasse il set per interpretare Antonius Block irridendo alla morte [Ingmar Bergman, “Il settimo sigillo”]. Ed io lo immagino oggi abbracciare Pasquale e Alexandra e Nefeli e Sofia con la levità di chi si è spossessato del corpo, avendolo indossato come aveva annotato Edith Stein:

«Passeggiando sul filo dei pensieri
urtavamo borghesi benvestiti
che indossavano come abiti buoni
opinioni morali e religioni,
a questo dando il nome
dignitoso e solenne di persone.

Ma l’essere non tollera vestiti
e si fa beffe di tutti i nostri armadi,
non ha bisogno di specchi per sapere
se questo o quello sta bene o male
e la coscienza indossa
soltanto mente, cuore, sangue e ossa
»

[Giampiero Pizzol, “A piedi scalzi”, oratorio in musica dedicato ad Edith Stein].

Ai suoi piedi depongo fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Alla maniera di Pasquale: «Questo racconto, questa testimonianza, questa cronaca, questa storia, continueranno in altre opere. Finché vivo. Ma adesso posso morire». Lo annego. Lo annego nella poesia.

«Quante possibile vite nell’addio
Di questa povera e minima morte,
Quante possibili vite che la sorte
Avrebbe dato al ricordo o all’oblio!
Quando io morirò morirà un passato;
Con questo fiore un avvenire è morto
In acque che ignorano, un aperto
Avvenire dagli astri devastato.
Io, come lei, muoio in infiniti
Destini che il caso non mi porge;
Cerca la mia ombra i logorati miti
Di una patria che sempre fece fronte.
Un breve marmo ne serba la memoria;
Atroce su di noi cresce la storia
».

[Jorge Luis Borges, “In memoria di Angelica”, in “La rosa profonda”. Angélica de Torre, nipote di JLB, morì annegata a 5 anni in una piscina].

Ma come uno Stalker:

«Che si avverino i loro desideri e che diventino indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte è rigido. Così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà».

Blasfemo, parafraso Dante, canto il XXXIII canto del Paradiso:
«Vergine padre, figlio del tuo Figlio, umile ed alto più che creatura, termine fisso d'eterno consiglio».

HESITATION
[Paolo Conte, Aguaplano, AD 1987]



Oggi nasceva Eftimios. Oggi Eftimios sorride. Eftimios significa “colui che porta la gioia”.

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