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4 - Eventi di agosto

Data Fri 31 August 2007 8:00 | Categoria: ultimogiornodelmese


[fotografie 270 - Roma, Esterno aeroporto Leonardo da Vinci, agosto 2007]

[fotografie 271 - Roma, Interno aeroporto Leonardo da Vinci, agosto 2007]
Fulmini

NESSUNA CHANCE

Due “pillole” di notizie del mese di agosto mi hanno colpito, nonostante (o forse grazie) l’assopimento cerebrale che tipicamente mi coglie nelle ferie.
La prima: un manipolo di ragazzini cinesi traduce in un battibaleno l’ultimo Harry Potter: come ci sono riusciti? Semplicemente: si sono divisi il lavoro, uno di loro (e non dieci) ha coordinato, tutti hanno lavorato. Pare che nessuno abbia sgomitato per avere maggiore visibilità e meno lavoro degli altri.
La seconda: una donna di Pechino di 103 anni si candida tedoforo per le prossime olimpiadi. Come ci è riuscita? Semplicemente: vuole farlo, crede di poterlo fare e si allena due volte al giorno dal 2004 (avvero dall’età di 100 anni). Pare non abbia fatto uso di agenti dopanti.
Facendo una semplice, nonché banale, generalizzazione ho pensato che sono questi i veri motivi per cui la nostra società non ha alcuna chance di risultare vincente nei confronti della Cina.
Ciononostante, subito dopo, ho anche pensato: vabbè chissenefrega, adesso godiamoci il mare, dove si va a cena stasera?
Appunto. Nessuna chance.
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DUE LATI

Il primo lato
La cosa più importante che mi sta capitando è non avere tempo. Se questo avviene da un po', negli ultimi giorni, nell'ultimo mese, ciò si sta accentuando: sono schiavo dei piccoli doveri quotidiani, servo dei miei figli, delle esigenze del vivere in comune. Abituato ad avere molto "spazio" da dedicare solo a me stesso ora mi sento sofferente.
L'altro lato
Da un po’ di tempo a questa parte, e ciò si sta accentuando in questo ultimo mese, ho finalmente tanto tempo da dedicare ai miei figli, posso stare con loro, parlare e giocare, provare a insegnargli qualcosa che possono apprendere solo da me. Finalmente posso dedicarmi a pieno alle piccole cose della casa, ai piccoli, necessari piaceri quotidiani del vivere in comune.
Tutto questo mi riempie di gioia.
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OH CALCUTTA!

Pur non essendo un anticlericale da operetta di quelli che vanno di moda ultimamente, confesso che la figura di Madre Teresa di Calcutta non mi ha mai interessato più di tanto. Per educazione ed esperienza ho sempre sospettato di chi fa professione del proprio martirio. Eppure questo mese vengono pubblicate lettere di Madre Teresa nelle quali la beata rivela di aver perso la fede, mentre nello stesso tempo la sosteneva con i discorsi e con le opere. Come sempre sui giornali e sui blog si scatena la bagarre fra neoguelfi e neoghibellini: «Ipocrita!» «No, il tormento della sua ricerca dimostra la sua santità». Non so districarmi bene in questo dibattito teologico fra la Grazia e le Opere, però adesso la figura di Madre Teresa mi è diventata più simpatica: ha assunto quell’ombra di umana ambiguità di chi opera nella zona grigia fra Bene e Male. Lo stigma più promettente della santità, oltre ogni agiografia.
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STIAMO ASPETTANDO

Oh, certo, non che sia una novità, ma ci sono accadimenti a catena tenuti insieme dal medesimo filo rosso che ce lo ricordano. Accadimenti che sembrano appartenere a categorie e geografie distanti, come se le nefandezze potessero avere gradazioni e sfumature, o diritto di cittadinanza preferenziale. Invece no, sono nefandezze e basta.
E noi stiamo aspettando. Che si realizzi la certezza della pena per i delinquenti che corrono su strada ubriachi fradici per vedere l’effetto che fa, o se è così difficile [far] morire. E poi magari patteggiano il loro futuro in barba a chi di futuro non ne vedrà neppure l’ombra.
Stiamo aspettando che la vita e la morte cessino di essere l’osceno palcoscenico di ogni reality e merce di scambio per ributtanti quarti d’ora di presunta celebrità.
Stiamo aspettando che la responsabilità della devastazione balorda inflitta da certi barbari alle persone, alle cose e soprattutto al paesaggio in cui affondano le nostre radici sia riconosciuta dolosa e colposa insieme, al di là del gesto folle e sconsiderato di fare del nostro vivere civile e della stessa rete di rapporti sociali e umani un mucchio di cenere.
Stiamo aspettando e non sappiamo dove stiamo andando. Nel frattempo i bambini che un tempo abbandonavamo davanti alla porta di una chiesa li abbandoniamo davanti agli scaffali di un ipermercato. Aspettiamo. Di riportare la parola rispetto e la parola vita nel vocabolario quotidiano e in quello che dovrebbe scorrerci nel sangue al posto della follia. Di diventare un Paese normale. Uno di quelli in cui non è necessario specializzarsi in attese e nel frattempo morirci.
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