I quattro elementi

Data Tue 14 April 2015 6:00 | Categoria: racconti di poche parole

Racconto su commissione - per gli alunni dell'amica Anna Gruttadauria appassionata e moderna maestra elementare.

I quattro elementi

La signorina Acqua non si truccava, era un tipo acqua e sapone, ma era golosa, di dolci e di uomini: davanti a un buon pasticcino o un bel giovane le veniva sempre l’acquolina in bocca. Era lenta, e il tempo le correva dietro, spingendola ad agire sempre con l’acqua alla gola. Faceva la professoressa di disegno, ai suoi allievi non intimava “Zitti!” bensì “Acqua in bocca!”, a chi si era impegnato senza risultato diceva “Hai fatto un buco nell’acqua”, a chi fingeva d’impegnarsi “Vai avanti così e ti troverai presto in cattive acque”. Avara non era, parsimoniosa sì: la minestra e il vino in casa sua erano sempre annacquati, e si schiariva i capelli con l’acqua ossigenata. Non era brillante nella conversazione, scopriva sempre l’acqua calda, e i suoi ragionamenti facevano acqua da tutte le parti, per di più era sbrigativa, e spesso buttava via il bambino con l’acqua sporca, ma se l’interlocutore s’innervosiva gettava acqua sul fuoco, e così lo acquetava. Era rimasta un po’ all’antica: non diceva “vado a fare la pipì” ma “vado a fare un po’ d’acqua.” Il suo passatempo preferito era l’acquerello, il suo scherzo d’aprile acquattarsi sotto le coperte e farsi scoprire dai suoi nipotini. Non s’era sposata, e da vecchia si sentiva un pesce fuor d’acqua. Si consolava nelle lunghe notti solitarie bevendo qualche bicchierino di acquavite.

Il signor Aria si dava molte arie, per via di quel suo attico che vantava come molto arioso, e sul quale, a dire il vero, certe sere d’estate spirava una discreta arietta. Amava cantare arie di melodramma, quelle per voce sola s’intende, e preferiva le arie difficili da eseguire e da ascoltare a quelle d’ingenua e tranquilla armonia, le arie semplici. I suoi discorsi ufficiali erano pieni di luoghi comuni, di aria fritta, e nello stesso tempo un po’ campati in aria. Quando s’arrabbiava con i suoi impiegati s’annuvolava molto, e loro se ne stavano alla larga, sussurrandosi l’un l’altro: “Oggi non tira una bella aria.” Inutile dire che il suo primo gesto entrando in ufficio era spalancare le finestre, per arieggiare la stanza. Poi se ne andava in giro apostrofando tutti, a uno rimproverava di stare col naso all’aria, a un altro che gli chiedeva un aumento replicava che stava facendo castelli in aria, a un altro urlava, licenziandolo, “Aria!” Quando andò in pensione, integrò da esperto la voce ‘aria’ di Wikipedia, che ora comincia così: “L'aria è una miscela di sostanze aeriformi (gas e vapori) che costituisce l'atmosfera terrestre. È un componente essenziale per la vita della maggior parte degli organismi animali e vegetali e in particolare per la vita umana.” Finì male, a gambe all’aria, per certe tasse non pagate. In galera tuttavia si divertiva molto, senza averne l’aria, nell’ora d’aria.
La signora Terra era molto concreta, teneva sempre i piedi per terra, e molto determinata, per ottenere ciò che le premeva muoveva cielo e terra. Era semplice, di più: sempliciotta, pensava e diceva sempre cose terra terra, o tirava fuori frasi desuete: per esempio, non diceva “sono preoccupata” o “angosciata” ma “mi sento mancare la terra sotto i piedi”. Il suo colorito non era bianco, o ambrato o rosso o giallo, era terreo. Molto religiosa, ogni anno andava in Terra Santa, e si ostinava a visitare le strisce di terra contese, le terre di nessuno. Non era per niente ricca: il suo vasellame, le sue stoviglie, le sue piastrelle da pavimento, i suoi lavandini, la vasca del bagno, e la tazza, e il bidet erano tutti di terraglia. Ma i vasi di plastica no, adoperava soltanto vasi di terracotta. E la sua casa aveva un terrazzino e un terrazzo. Non le piaceva viaggiare per nave, preferiva la terraferma, anche se aveva una terribile paura del terremoto. Amava dipingere a tempera con pochi colori - i suoi preferiti erano un marrone chiaro chiamato Terra di Siena e un marrone scuro chiamato Terra bruciata. Era rimasta un po’ bambina, il suo gioco preferito era il girotondo, dove ci si dà la mano e si gira in cerchio, recitando una filastrocca. La più famosa recita così: “Giro giro tondo / Casca il mondo / Casca la Terra / Tutti giù per terra!”

Era un tipo tutto fuoco, il signor Fuoco, e gli piaceva versare benzina sul fuoco e soffiare sul fuoco e mettere tutto a ferro e fuoco. Non sopportava chi attenuava i conflitti e sdrammatizzava, chi versava acqua sul fuoco, e naturalmente odiava i vigili del fuoco. Se lo affrontavi, prendeva subito fuoco, ma i suoi sfoghi raramente duravano a lungo: erano un fuoco di paglia. Se lo avversavi, o ti cuoceva a fuoco lento, o dava subito fuoco alle polveri, aggredendoti con parole di fuoco, e ti bollava a fuoco. Era suscettibile, scherzare con lui era come scherzare col fuoco. Si innamorava continuamente, trovando eccitante costituire uno dei due fuochi dell’ellisse o dell’iperbole, e lo esaltavano le prove rischiose e decisive, le prove del fuoco. Da bambino il suo gioco preferito era ‘acqua acqua fuoco fuoco’, perché quando ci si allontanava dall’oggetto da scovare si diceva ‘acqua acqua’ e quando ci si avvicinava ‘fuoco fuoco’. Da ragazzo girava di notte nei cimiteri, a vedere le fiammelle che si accendono a contatto con l’aria della fosfina prodotta dalla decomposizione dei cadaveri, i fuochi fatui. Da adolescente aspettava con ansia il Capodanno, per fare i fuochi d’artificio. Giovane, divenne fotografo, perché adorava regolare l’obiettivo in modo da ottenere un’immagine nitida, mettere a fuoco. Da grande rallentò un po’, gli piaceva fare una cosa alla volta, e non metteva mai troppa carne sul fuoco, ma giurava sempre mettendo la mano sul fuoco.





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