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Napolitano e la Trattativa

Data Wed 12 November 2014 5:00 | Categoria: lo Stato del meridione

La testimonianza del Presidente della Repubblica smonta la trattativa Stato- mafia e parla di aut aut della mafia.

In questi giorni circola la notizia di un’imminente dimissione del Presidente della Repubblica. Forse aspettava, prima di prendere una decisione in tal senso - oltre a rendere meno spinose le questioni politiche per le quali era stato spinto ad assumere il doppio mandato - il giorno della sua deposizione di testimone nel processo Stato – mafia. E questo giorno sappiamo tutti come è andato. Nelle 86 pagine depositate e mandate online emerge che le stragi del ’93 furono compiute per alleggerire il 41 bis, cioè attenuare le norme che disciplinano il regime del carcere duro per i mafiosi. “Fu un ricatto con le bombe senza alcun cedimento, nessuno scese a patti o pensò di fare favori ai boss di Cosa nostra”.

Intorno alla trattativa Stato – mafia si sono prodotti una serie infinita di documenti di ogni tipo. Libri, film, interviste, intere trasmissioni televisive. Ma ci fu anche una lunga e travagliata fase caratterizzata da un circuito politico mediatico giudiziario volto a strumentalizzare la vicenda che culminò nella contrapposizione fra la Procura di Palermo, capeggiata da Antonio Ingroia, e il Quirinale. Fu a quel punto che Napolitano sollevò il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale la quale, come noto, riconobbe la piena fondatezza delle ragioni del suo ricorso.
Ma il Presidente della Repubblica non si è voluto sottrarre al confronto. Durante l’udienza del Quirinale, chiunque ha potuto constatare che in effetti a lui più che stare a cuore il rispetto delle prerogative sancite dalla Costituzione, interessava dare il massimo della trasparenza del suo operato e il massimo contributo all’amministrazione e al corso della giustizia. Per questa sua disponibilità e per l’interesse e l’utilità processuali che ne sono derivati, egli ha ricevuto attestati di gratitudine e di riconoscimento da parte del presidente della Corte d’assise, dei magistrati, dei procuratori e degli avvocati, presente all’udienza.

Fra i passi della sua testimonianza, quelli più decisivi, a nostro avviso, sono i seguenti. Il primo è quando parla del suo consigliere giuridico, morto per un infarto nel 2012: “Loris D’Ambrosio era un magistrato di tale qualità, ti tale esperienza giuridica, di tale lealtà istituzionale che se avesse avuto in mano degli elementi che non fossero solo ipotesi, lui sapeva benissimo quale era il suo dovere, andare all’autorità giudiziaria competente e fornire notizie di reato ed elementi utili a fini processuali. Evidentemente queste cose non le aveva, tanto meno le disse a me”.

Il secondo riguarda le alte cariche dello Stato. Esse avevano decifrato l’attacco stragista, in particolare, quello sferrato dai Corleonesi, in questo modo: “ I nuovi sussulti di tale attacco si susseguirono secondo una logica che apparve unica ed incalzante per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut e perché questi aut aut potessero avere per sbocco un alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere di mafiosi, o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del Paese, era ed è materiale opinabile”.

Con riferimento poi alla domanda del Pm Di Matteo per sapere se il “teste” fosse a conoscenza che il primo settembre 1993 non venne prorogato il 41 bis per 330 detenuti”, non sappiamo quale sarebbe stata l’opinione di Napolitano, in quanto il presidente della Corte d’Assise aveva dichiarato tale richiesta inammissibile. In proposito si sa che, secondo la sua stessa ammissione, l’allora ministro della giustizia Conso decise autonomamente. A questa domanda nelle prossime udienze forse saranno altri a rispondere.

Filippo Piccione




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