L'inchino della Statua

Data Thu 10 July 2014 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

La sentenza della Corte suprema di Cassazione stabilisce che la ‘ndrangheta “comanda” anche al nord d’Italia.

L’Inchiesta Infinito-Crimine, iniziata nel luglio 2010, con 154 arresti in Lombardia e 156 in Calabria e condotta dalla DDA di Milano, svela il numero e la consistenza degli interessi mafiosi nelle Asl, le infiltrazioni nelle istituzioni pubbliche, le prime mire sull’Expo, negli appalti, nei subappalti. Un’attività in osmosi con le attività criminose tradizionali, come le estorsioni, l’usura, il traffico e lo spaccio di droga.
Alcune aziende, prive di liquidità, sono costrette ad affidarsi alle linee di credito messe a disposizione dalle stesse ‘ndrine e finiscono prima o poi per essere cedute pezzo dopo pezzo, o tutte intere, alla rete imprenditoriale mafiosa.

L’organizzazione criminale calabrese, diversamente da come era stata definita nel 2008 dalla stessa commissione parlamentare antimafia, non ha una struttura tentacolare, orizzontale e parcellizzata. Essa è dotata di una struttura unitaria, analoga a Cosa nostra, con una propria cupola e con propaggini al nord e in altre città d’Italia.

Dal dispositivo della sentenza emerge un quadro abbastanza chiaro e allarmante anche se si sapeva che Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta hanno continuano a interloquire con quasi tutti i poteri politici, compresa la Lega che si era chiamata fuori quando fu accusata di essere complice e connivente e subito smentita dai rapporti che Belsito, il tesoriere del Carroccio, aveva intrattenuto, in particolare, con gli uomini della ‘ndrangheta.

Anche l’allora sindaco Moratti confutò, indignata, l’esistenza della mafia nella sua Milano. I leghisti padani, con in testa il ministro dell’Interno Maroni, scatenarono una violenta campagna di delegittimazione nei confronti di Roberto Saviano il quale, in una trasmissione televisiva, aveva denunciato che l’imprenditoria criminale e il mondo politico lombardo si erano saldati a tal punto da dar vita a un’esponenziale crescita economica corrotta presente anche in molte altre aree del nord.

Dalla sentenza emerge un vero e proprio intreccio fra cultura e meccanismi criminali; la Lombardia, e più in generale le grandi regioni, come Piemonte e Veneto, sono diventate territori di mafia. Una situazione non nuova, rispetto alla quale la politica e le istituzioni non hanno mai intrapreso iniziative di contrasto in grado di arginare un sistema collusivo, sfociato poi negli scandali dell’Expo 2015 a Milano e del Mose a Venezia.

Si è arrivati a questa sentenza grazie a un’operazione complicatissima eseguita coralmente fra la magistratura e le forze dell’ordine. Una duplice inchiesta fatta da nord e da sud. Ilda Boccassini e il compianto capo della Polizia di Stato, Antonio Manganelli, Giuseppe Pignatone, allora procuratore a Reggio Calabria e ora a Roma, e Michele Prestipino, procuratore aggiunto.
Roberto Saviano, nel ricordare gli attacchi nei suoi confronti, mossi da politici e da mafiosi, ha sentito il bisogno di rendere omaggio a Ilda Boccassini e al suo impegno profuso in completo silenzio, ottenendo un risultato importante, come quello della sentenza della Cassazione che è, come accennato, frutto anche della sinergia fra le procure di Reggio Calabria e di Milano e del ruolo fondamentale svolto da tutti gli Uffici giudiziari coinvolti nei vari gradi e stadi dei processi.

Sappiamo che la sentenza della IV sezione Penale della Cassazione deve suonare da monito e d’insegnamento.
Ma c’è un altro aspetto che non possiamo trascurare specie quando siamo chiamati ad interrogarci su ciò che ancora significhi il fenomeno mafioso nel nostro Paese. E soprattutto quali risposte dare a quello che è accaduto qualche giorno fa a Oppidio Mamertina, un paesino della Calabria, quando la Madonna delle Grazie portata in processione si ferma davanti alla casa del capo della ‘ndrangheta, condannato all’ergastolo, e fa il cenno dell’”inchino”. E tutto questo mentre la più potente organizzazione criminale tratta e fa affari, con la più illuminata imprenditoria, utilizzando i sistemi più sofisticati della finanza, della speculazione e del credito? Ma non è tanto questo che deve sorprendere. Deve sorprendere il fatto che pochi giorni prima, in quel lembo di terra, si recò Papa Francesco dicendo che “Coloro che vivono di malaffare e di violenza sono adoratori del male. La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, allontanato, bisogna dirgli di no. I mafiosi non sono in comunione co Dio, sono scomunicati!” Quell’appello, tranne il maresciallo dei carabinieri e alcuni pochi abitanti della zona, non è stato raccolto dalla popolazione dei fedeli.

Filippo Piccione




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