La religione necessita della divinità? (2)

Data Sun 16 March 2008 6:50 | Categoria: zona di sovrapposizione

Nel post n. 6 si è ipotizzato che l’idea di divinità possa essere il residuo di un pensiero preistorico, ne è stata giustificata la nascita, ma se ne è messa in dubbio la persistenza.
Si è visto anche come la persistenza dell’idea di divinità serva a focalizzare la mente su qualcosa, risponde insomma ad una esigenza di concretezza.
Ma si è detto pure che il permanere della divinità nella religione sia funzionale al potere.
Ma basta questo per dire che la religione non ha bisogno della divinità?
Da uomo della strada, che non ha l’ambizione di sviluppare un sistema di pensiero, ma riflessioni oneste per se stesso, mi risulta comodo ragionare caso per caso e solo poi, se ne sono capace, trarre delle conclusioni generali (metodo induttivo).
Vediamo perciò di immaginare delle situazioni per le quali la religione ipotizza l’esistenza di dio e se questa esistenza sia giustificata oppure no.

Facciamo prima un elenco di queste situazioni (ed inviterei chi legge, se ne ha voglia, di suggerire elementi da aggiungere):
• vita ultraterrena
• dolore
• solitudine
• ingiustizia
• fondamento delle leggi
• validità dei principi morali
• ecc.
Come si vede sono tutte questioni che trovano un solido punto di ancoraggio una volta che si sia ammessa l’esistenza di dio.
Si prenda, ad esempio, la questione delle ingiustizie e delle sopraffazioni che gli innocenti ed i deboli subiscono in vita e per riparare alle quali non c’è legge umana che tenga.
E si vada ora a leggere quanto scrive a tal proposito papa Ratzinger nella recente enciclica ‘Spe Salvi’: il pontefice non solo riesce a dare giustizia al sopraffatto ed a punire il sopraffattore, ma allo stesso tempo riesce a dispensare a quest’ultimo la clemenza ed il perdono divini senza che il primo se ne possa avere a male.
Nella stessa enciclica viene affrontato anche il problema delle ingiustizie commesse nei secoli addietro, e non solo quelle presenti - alle quali il contemporaneo potrebbe illudersi di riuscire a porre rimedio.
Insomma perdono e punizione del colpevole vengono comminati insieme e contemporaneamente si dá soddisfazione alla vittima.
E tutto questo avviene ad un livello così alto che non può non essere possibile.

Nel caso specifico, se escludiamo dio ed allo stesso tempo accettiamo l’idea di religione come strumento dell’intelletto per spiegare le cose spirituali e più propriamente umane, ci rimangono due strade:
• rassegnazione
• fare un salto anche noi, e porre questa problematica ad un livello talmente alto che giustizia ed ingiustizia, sopruso ed impotenza trovino una composizione.

Come si vede io non mi sogno di irridere la ‘Spe Salvi’ e la soluzione che ivi viene avanzata, no.
Rimango anzi affascinato da quella costruzione, o quantomeno da quel tentativo e, poiché rivendico la religione come patrimonio di tutti gli uomini, credenti e non, credo che quel salto e quel livello siano non solo possibili, ma che ci appartengano.
Perché parto da una domanda che ci accompagnerà sempre, anche se sotto traccia:
il bisogno di trattare le problematiche umane su due livelli, uno comune a tutte le specie viventi ed un altro nostro proprio (dove i vari aspetti si compongono, armonizzano e trovano giustificazione) ha solo una valenza illusoria o è indice che una soluzione esiste?






La fonte di questa news è Fulmini e Saette
http://www.fulminiesaette.it

L'indirizzo di questa news è:
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=323