Pio La Torre e Raffaele Cantone

Data Thu 10 October 2013 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Anche in questo post voglio ricordare Pio La Torre, un autentico combattente contro la mafia che lo ha ucciso il 30 aprile 1982 in un agguato, come tanti uomini coraggiosi lasciati soli dallo Stato.

La Torre aveva presentato una legge che prevedeva il carcere duro, il famoso 41 bis, nei confronti dei mafiosi che si erano macchiati di orrendi delitti. Ma aveva fatto anche approvare dal Parlamento una serie di norme per il sequestro dei beni e del patrimonio acquisito dalla criminalità organizzata.
Il bisogno di parlare di questo indomito combattente di cui ci siamo occupati altre volte in questa rubrica nasce dalla lettura di una intervista rilasciata a Left - un inserto pubblicato ogni sabato da l’Unità - da Raffaele Cantone, membro della task force contro la criminalità organizzata istituita da Enrico Letta.

Non ancora cinquantenne è stato Procuratore aggiunto a Napoli prima e nella direzione distrettuale antimafia poi. Oggi presta il suo servizio presso la Suprema Corte di Cassazione. Al suo attivo la conduzione di importanti indagini sulla camorra che hanno portato all’arresto di personaggi del calibro di Francesco Schiavone, detto Sandokan, di cui parla spesso Roberto Saviano nei suoi libri e nelle trasmissioni televisive.

Il magistrato esordisce così: “Oggi siamo riusciti a mettere in ginocchio la mafia militare ma non possiamo dire di aver sconfitto l’organizzazione. Chi ha voluto puntare la lotta su un solo aspetto non aveva ragione, la conoscenza globale del fenomeno è indispensabile”.

La task force, una sorta di saggi dell’antimafia, si occupa di come meglio applicare la legislazione antimafia che è già sostanzialmente buona. Il fatto che la normativa si sia strutturata e consolidata in maniera caotica seguendo spesso logiche di emergenza, non è detto che non riesca ad aggredire il fenomeno sia dal punto di vista personale che del patrimonio. Quindi non c’è necessità di stravolgerne l’impianto. E’ necessario semmai cambiare la filosofia con la quale si guarda alla lotta alla mafia.

L’idea che l’antimafia sia solo un momento repressivo, ad avviso del magistrato e dei suoi colleghi, chiamati a indicare strumenti più idonei di contrasto, va messa in discussione. “Serve a poco arrestare caterve di mafiosi, quando le condizioni sono tali che il giorno dopo si trova lo stesso numero di persone pronte a prendere il posto di chi è stato arrestato”. La sua analisi si conclude con la seguente affermazione: “fenomeni complessi vanno aggrediti con strategie complesse” e prospetta la necessità di introdurre una serie di norme per rendere più efficaci gli strumenti di lotta alle mafie, mediante le modalità di scioglimento dei Consigli comunali, l’utilizzazione dei beni confiscati - attraverso una gestione più elastica e un più puntuale controllo degli stessi beni, che in ogni caso devono mantenere uno scopo eminentemente sociale - la documentazione antimafia.

Si tratta di una relazione tecnica, tiene a precisare il giudice di Cassazione. Poi, aggiunge, spetterà alla politica decidere se usarla. In ultimo una considerazione di carattere generale in risposta alla domanda se “la lotta alla criminalità organizzata rischia di non finire mai. E se è davvero così?”.

Il rischio, risponde, è che il contrasto alla mafia serva a creare un meccanismo di selezione all’interno della criminalità organizzata, oppure a renderla capace di assorbire i rischi del contrasto”. “Dobbiamo intervenire sulle ragioni per cui esistono le mafie, altrimenti la nostra lotta rischia di non finire mai." La sua metafora è un paradosso che egli ha voluto evidenziare come il succo di tutto il suo ragionamento.

Filippo Piccione




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