Mafia da legare

Data Mon 10 June 2013 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Le immagini trasmesse dal carcere di massima sicurezza di Parma, che mostravano lo stato precario di salute fisica e psichica di Bernardo Provenzano, muovevano a un sentimento di pietà e di compassione. E ciò nonostante si trattasse del boss dei boss di Cosa Nostra, di uno degli uomini più potenti e più temuti, del latitante più longevo della storia della criminalità organizzata. Del responsabile e del mandante di tanti delitti, stragi e attentati contro uomini dello Stato e delle istituzioni, contro cittadini comuni, imprenditori e commercianti, religiosi, membri della società civile che hanno cercato di reagire al condizionamento e all’influenza esercitati sul territorio dall’”onorata società” di cui Provenzano era stato per decenni il massimo esponente.

Faceva persino impressione il dialogo mandato in onda dalle televisioni nel quale il figlio Angelo gli chiedeva come mai si era ridotto in quelle condizioni e come mai aveva pensato di utilizzare un sacchetto di plastica per porre effettivamente fine alla sua esistenza o invece simulato un suicidio. Anche nei confronti del figlio quella scena suscitava un senso di vicinanza, per la sofferenza che provava nel vedere il padre incapace di rispondere, anche con le allusioni e le mezze frasi, cui era abituato, nelle conversazioni che aveva avuto con lui e gli affiliati più fidati.
Quel frasario enigmatico, che però dava corpo a disegni e strategie infallibili e di sicuro effetto per affermare e consolidare il potere su larghi settori dell’economia, sugli assetti di comando, sui contatti e sui rapporti da intrattenere, come pare emergere da alcune inchieste in corso, con pezzi dei servizi dello Stato e con alcuni rappresentanti importanti delle istituzioni.

Ma leggendo un recente libro, intitolato “Mafia da legare” di Corrado De Rosa e Laura Galesi (Sperling &Kupfer, pagine 280, euro 18) desta qualche perplessità il comportamento di Bernardo Provenzano che abbiamo visto piegato in due, rispondere in maniera sconnessa agli inviti del figlio, prendere la cornetta alla rovescio per comunicare con lui, usando frasi smozzicate, tentando di accusare qualcuno che gli aveva dato “lignati” (botte) ma senza indicare chi, come, dove e quando, dicendo che non lo fanno parlare, che fa riferimento all’età di sedici anni del figlio, che alla domanda del sacchetto e della ferita in testa, risponde: “è questione da interpretare bene, o mi sbaglio?”

Sembrava ancora che ci trovassimo davanti a una scena in cui, prima o poi, “tutti i mammasantissima, giocavano la carta della malattia. Meglio se mentale”. Come i casi descritti dagli autori del saggio in cui si costruiscono le storie dei boss finti pazzi, offrendo un campionario completo di malati immaginari. Mostrare una condizione fisica che agli occhi delle autorità e delle persone normali sembra impossibile rimediare e un uso sapiente della demenza utile dal punto di vista processuale, ma anche per lanciare messaggi all’esterno.

E poi i mafiosi hanno la possibilità, più dello Stato, di pagare i migliori specialisti, che diventano i loro consulenti che, il più delle volte, o sono più ferrati ed efficaci dei periti dei giudici o finiscono per essere essi stessi, contemporaneamente, consulenti dell’Autorità giudiziaria.

Filippo Piccione.



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