Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Confisca alla Mafia - Pagina stampabile - lo Stato del meridione - Fulmini e Saette


Confisca alla Mafia

Data Wed 10 April 2013 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Un miliardo e trecento milioni: la più grande confisca di beni mai effettuata in Italia alla Mafia.

Se si mettono in fila, una dopo l’altra, le voci della ricchezza nazionale, non contabilizzate nel bilancio annuale dello Stato, si arriva ad un importo vicino a cinquecento miliardi di euro: quasi 180-200 miliardi di evasione fiscale, 70-90 miliardi da imputare alla corruzione, 150-170 miliardi da relegare all’economia criminale.

Si tratta ovviamente di entità approssimative. Ma se si volesse compiere un’indagine più approfondita e circostanziata, quelle somme risulterebbero al di sotto della loro effettiva consistenza. Se infatti ci limitiamo alla sola voce dell’attività mafiosa e in particolare all’ammontare del sequestro di 1,3 ad opera della Dia (Direzione investigativa antimafia) nei confronti dell’imprenditore di Alcamo, Vito Nicastri, leader del settore eolico e accusato di essere il prestanome del boss latitante Matteo Messina Denaro, vediamo che quell’importo non faceva parte dei 150-170 miliardi di euro. Cioè del corrispettivo del fatturato annuale costituito dall’insieme dell’attività parassitaria di tipo tradizionale, come l’estorsione e l’usura, e dell’attività dell’imprenditoria mafiosa, il cui peso ed espansione diventano di giorno in giorno e sotto gli occhi di tutti sempre più penetranti e invasivi in ogni comparto economico e finanziario del Paese e in ogni piega e segmento della società. Creando così un sistema o meglio un circuito perverso di legalità-illegalità-legalità i cui effetti, al pari della recessione economica e del debito pubblico, distorcono gli investimenti, il mercato, compreso e soprattutto quello del lavoro, nonché l’intera attività produttiva e dei servizi; favorendo altresì l’ampliarsi dell’aria collusiva di pezzi dell’imprenditoria italiana, apparentemente sana - e non solo italiana - con la mafia imprenditrice massicciamente presente nelle zone ricche del Nord.

Questo ci fa capire quanto sia importante per la stessa sorte della nostra economia – e i suoi connessi aspetti e conseguenze sociali e morali - intervenire per debellare la mala pianta dell’evasione fiscale, della corruzione e dell’economia criminale che è molto feconda nel produrre, abbondantemente e senza limiti, una quantità di frutti avvelenati, sempre più cospicui e sempre più letali.
Un triplice fenomeno che, per molti profili, è il risultato dell’intreccio inestricabile e contiguo, cui la politica e le istituzioni, così come la società civile (giornali, radio e tv locali) - utilizzando al meglio i mezzi di cui dispongono - dovrebbero dedicare maggiore attenzione e mostrare maggiore sensibilità. Di ciò nessuno dei poteri deputati o delegati sembri se ne occupi, così come per i diritti umani e la povertà, tanto da apparire temi del tutto ignoti alle agende politiche.

Se ci fosse stata maggiore attenzione e sensibilità probabilmente il compito delle forze dell’ordine e della magistratura sarebbe stato più semplice e il tempo per mettere i sigilli nell’impero dell’imprenditore eolico trapanese sarebbe stato più breve. Un patrimonio enorme accumulato in trent’anni, costituito da 43 società e partecipazioni societarie, 98 beni immobili, 7 auto e imbarcazioni di lusso, motociclette di alta potenza, 66 disponibilità finanziarie, tra rapporti di conto corrente, polizze ramo vita, carte prepagate e fondi d’investimento. Una sorta di “holding company” specializzata nella vendita di energia rinnovabile in cui entravano in contatto organizzazioni criminali siciliani e calabresi con aziende italiane legali e multinazionali che volevano investire nel “fotovoltaico”.

Su questi beni, del valore di 1,3 miliardi, la Sezione Misure di Prevenzione di Trapani ha emesso il relativo provvedimento di confisca (in applicazione della normativa antimafia, voluta da Pio La Torre che fu ucciso dai killer di Cosa Nostra) su impulso del Direttore della Dia, Arturo De Felice. Come si è arrivati a questa misura? Attraverso articolate e complesse indagini economico-patrimoniali sul conto dell’imprenditore - “il re del vento” alcamese - che hanno consentito di ricostruire la spessa rete patrimoniale degli ultimi trent’anni e di appurare l’esistenza di una palese sperequazione tra i beni posseduti e i redditi da lui stesso dichiarati. Le indagini che hanno interessato Nicastri hanno fatto emergere come lui, pur non essendo un affiliato ma una “pedina” fondamentale della strategia dell’”immersione”, mantenesse strette relazioni con qualificati esponenti mafiosi del livello dei due boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo e con emissari vicini a Matteo Messina Denaro - il boss dei boss, il più grande latitante italiano, il più longevo di Cosa Nostra, e fra i primi dieci più temibili del mondo. E intrattenuto rapporti con i capi di alcune potenti ‘ndrine calabresi e coltivato amicizie ed importanti entrature nel modo politico territoriale periferico e non solo.

Piccione Filippo






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