Don Puglisi, la Chiesa, la Mafia

Data Tue 10 July 2012 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Lo Stato e la Chiesa, le due massime istituzioni civili ed ecclesiastiche hanno rotto una tradizione che nel corso di decenni aveva messo in cattiva luce alcuni suoi esponenti per l’atteggiamento, a volte neghittoso e altre volte tollerante e connivente nei confronti della mafia. Quest’anno si sono verificati due eventi di portata eccezionale che meritano di essere segnalati. I funerali di Stato, voluti dal Presidente della Repubblica, del sindacalista della Cgil Placido Rizzotto, celebrati a Corleone, dove è stato ucciso e poi fatto sparire il suo corpo in un dirupo delle campagne della provincia palermitana e l’annuncio della Chiesa di beatificazione di Don Pino Puglisi ammazzato davanti alla sua casa dai clan di Cosa Nostra nel quartiere Brancaccio di Palermo.

Si è trattato di due esecuzioni che la cupola mafiosa, con i suoi riti e il suo codice, ha deciso in pochi minuti. Mentre per lo Stato e la Chiesa la strada del riconoscimento di “eroe civile” e di “martire” si è sempre presentata irta di impedimenti e lastricata di lungaggini e cavilli di ogni tipo. Sono infatti trascorsi 67 anni dalla morte di Placido Rizzotto, di cui ci siamo occupati in un Post precedente, e quasi venti da quella di Don Puglisi. Ma l’importante è esserci arrivati.

Don Peppino Puglisi fu ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56esimo compleanno. Il suo esempio si basava sulla “doppia militanza”: operare nell’esercito di Dio; agire a contatto con le persone in quello dell’antimafia. Sapeva coniugare l’evangelizzazione e la promozione umana in maniera tale da mettere persino in discussione certe prassi e luoghi comuni consolidati negli stessi ambienti ufficiali. Ciò costituiva una minaccia micidiale per la mafia. Come se fosse stata innescata una bomba della legalità e della civile convivenza, con la miccia accesa pronta a deflagrare da un momento all’altro in un territorio degradato ma dominato dalla malavita organizzata abituata a dettare regole d’illegalità e di violenza, imponendo un comportamento conseguente a tutti gli abitanti del quartiere Brancaccio e dell’intera Palermo.
Bisogna dare atto all’attuale Pontefice, così come al Papa polacco - peraltro due capi della Chiesa “stranieri” - che grazie alle loro rispettive prese di posizione nei riguardi degli uomini della mafia, siamo qui a salutare un passaggio epocale. Il discorso pronunciato nella Valle dei templi di Agrigento contro Cosa Nostra dopo le stragi dove morirono Falcone e Borsellino di Wojtyla e ora la decisione di Benedetto XVI di avviare il processo di beatificazione del prete di Brancaccio, sono punti fermi nella lotta alla Mafia.

Il processo di beatificazione così come un funerale di Stato, con tutto il rispetto per gli altri soggetti destinatari, non sono uguali. Quelli di cui parliamo hanno un altro significato per l’Italia dove le forze dell’AntiStato hanno avuto in alcune fasi della nostra storia e in alcune zone della nostra Penisola l’egemonia economica, culturale, etica e morale. (Che continuano purtroppo con altre forme e mezzi ad esercitare ancora in maniera più estesa e penetrante su altre parti del territorio nazionale).

Per undici anni una delle difficoltà insormontabile per procedere alla beatificazione di Don Puglisi martire, era costituita dal fatto che “per il Vaticano un martirio può essere considerato tale solo se esiste il principio ‘odium dei’, deve cioè essere un assassinio contro la religione, ma i mafiosi, come fa notare Augusto Cavadi nel suo libro il Dio dei mafiosi, sono religiosi”.

Sulla base di tali sottigliezze e assurdità si è costruito un assioma secondo il quale molti mafiosi macchiati di efferati delitti, rispetto alla Chiesa la facevano franca tanto da essere in prima fila nelle manifestazioni religiose principali. Il Papa tedesco, firmando il relativo decreto per concedere gli onori dell’altare al prete siciliano, vergandolo con queste parole: “ la mafia agì contro la Chiesa”, ha compiuto un gesto grandioso per la Chiesa e per la Sicilia, poiché viene esaltato il ruolo di questo sacerdote che fece della mafia la sua croce e della Chiesa il suo contraltare.

A Palermo, nel quartiere Brancaccio “in cui molte famiglie povere, tanti fanciulli e bambini quasi abbandonati a se stessi che, evadendo l’obbligo scolastico sono preda della strada, ove imparano devianza e violenza: scippi, furti più o meno piccoli e, forse, mini prostituzione”.

Un attimo prima che lo colpissero alla nuca per ammazzarlo Don Puglisi pronunciò, con un sorriso, forse di compatimento verso l’assassino: “Me l’aspettavo”.

PS: Quel “Me l’aspettavo” di Don Pino deve suonare ancora oggi come un monito e come un incitamento a non abbassare la guardia di fronte all’ineluttabile rappresaglia delle mafie. Ce lo confermano due fatti recenti accaduti in luoghi diversi e con modalità ed effetti differenti ma per certi aspetti simili. L’attentato davanti alla scuola di Brindisi dove è stata uccisa Melissa fatta saltare dallo scoppio di una bombola di gas in occasione dell’anniversario di Morvillo Falcone e, in segno di intimidazione, la bombola di gas fatta trovare davanti all’Auditorium del Centro Padre Nostro di Brancaccio fondato da don Pino Pugliesi, appena qualche giorno dopo che il Papa aveva assegnato alla Congregazione per le cause dei Santi la pratica per la beatificazione del parroco siciliano.

Filippo Piccione







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