Universitas Nueva Civilización

Data Fri 6 July 2012 6:00 | Categoria: leOpereeiGiorni

Universitas Nueva Civilización


'El Ciudadano' (Il Cittadino) è un quindicinale cileno. Ha intervistato Luis Razeto a proposito della iniziativa intellettuale e morale Progetto educativo 'Universitas Nueva Civilización'. (Traduco l'incipit redazionale.) "Il progetto educativo funziona attraverso un portale digitale di educazione superiore che realizza insegnamento e ricerca. Si propone di diffondere teorie e pratiche che contribuiscano allo sviluppo umano e sociale nella prospettiva di una civiltà solidale. Universitas Nuova Civiltà cerca di contribuire alla realizzazione delle basi per la creazione di una Nuova Civiltà."

I lettori e le lettrici del sito-rivista sanno bene che questa idea della 'Nuova Civiltà' è una stella fissa dell'impegno scientifico comune di Luis e mio. Di questa Universitas stiamo costruendo la sezione italiana.

Il primo corso in lingua italiana sarà un Corso di formazione in Scienza della Storia e della Politica dal titolo LA VITA NUOVA - inizia il 5 novembre 2012.


Ecco il suo Impianto storico e concettuale.

1…Panoramica di storia delle Università.

Per comprendere il senso del progetto Universitas Nuova Civiltà è importante conoscere le origini e la storia delle Università, e capire cosa siano state queste istituzioni di ricerca e insegnamento di livello superiore.

L’Università è una delle poche istituzioni che hanno attraversato civiltà successive, e hanno partecipato attivamente alla nascita di civiltà nuove, adattandosi alle esigenze di queste.

Anticamente i giovani interessati alla conoscenza e al sapere peregrinavano da una località all’altra fino a incontrare uno o più maestri, che li accoglievano e impartivano loro le proprie conoscenze, in piena libertà e indipendenza.

Solo alla fine del VI secolo e agli inizi del VII nascono istituzioni formali di formazione avanzata, create dalla Chiesa (Scuole Monastiche e Scuole Cattedrali) e dal potere imperiale (Scuole Palatine), con l’obiettivo di formare i propri membri più informati di quei saperi (le Sacre Scritture e la Teologia, il Diritto Canonico e il Diritto Civile) necessari per adempiere ruoli dirigenti.

Le prime Università sono state create tre secoli dopo, e sorsero per iniziativa di associazioni e corporazioni di studiosi indipendenti, studenti e maestri che si proponevano di sviluppare le proprie conoscenze e apprendimenti in maniera libera e fuori delle istituzioni educative costituite dai poteri religiosi e politici che dominavano quel tempo storico. Così si avviarono le Università di Bologna, Parigi, Oxford, Cambridge, Salamanca e altre, fino a che i poteri ecclesiastici e imperiali, non potendo impedire la crescita e proliferazione di questi aggruppamenti di studiosi liberi, si proposero di controllarle e sottometterle, emettendo per ciascuno di questi centri di studio Bolle e Decreti che li istituzionalizzassero, regolamentassero e sottomettessero a rigide norme. La formula che impiegarono per subordinarli fu di concedere loro riconoscimento e assegnare facoltà (da qui il concetto di Facoltà) di insegnare e certificare certe discipline formalizzate.

È interessante osservare il metodo di insegnamento-apprendimento che impiegavano inizialmente gli studenti e i maestri. Lo studio iniziava con la Lectio, cioè con la lettura di un testo di un autore riconosciuto. Seguiva la Quaestio, nella quale si formulavano le questioni che suscitava la lettura. Veniva poi la Disputatio, nella quale si mettevano in discussione e si sottoponevano a critica le affermazioni dell’autore del testo sul tema trattato; e si concludeva con la Determinatio, che era la soluzione che il gruppo aveva trovato attraverso l’aperta discussione. Con questo metodo di insegnamento-apprendimento, si sviluppava negli studenti la capacità di ragionamento, il pensiero critico, la disposizione ad apprendere e l’autonomia della ricerca.

Ma questo metodo e queste entità educative si andarono anchilosando, nella misura in cui le Università si sottomisero alle autorità religiose e politiche. La Lectio diventò la lettura di un testo accettato dogmaticamente come vero; la Quaestio si convertì nella esposizione delle obiezioni che avevano avanzato gli avversari; la Disputatio era l’esposizione delle risposte alle obiezioni menzionate, e la Determinatio consisteva nella semplice riaffermazione della dottrina già contenuta nella Lectio.

Alla fine del Medioevo le Università si erano incapsulate. I dibattiti intellettuali si svolgevano intorno a strane questioni filosofiche irrilevanti, come ‘quanti angeli possono stare sulla capocchia di uno spillo’, o la famosa e interminabile discussione sugli ‘universali’.

Ma già stava nascendo una nuova civiltà, la civiltà moderna, la civiltà industriale, del capitalismo, delle ideologie laiche e delle scienze positive, la civiltà dello Stato e delle ideologie politiche. Il Rinascimento, la Riforma, l’Umanesimo, l’Illuminismo, e sopra tutto l’elaborazione di nuove scienze come l’economia, la scienza della politica, la scienza del diritto, e inoltre, le scienze della natura – la fisica, la chimica, la biologia – con impianto empirico, sperimentale e matematico, erano l’espressione di una effervescenza intellettuale, sociale e politica che prendeva le distanze dagli inquadramenti dottrinari del Medioevo.

Queste nuove ricerche intellettuali, che impiantavano i processi iniziatori della civiltà moderna, si dispiegavano fuori delle università. Le grandi Università dell’epoca non davano loro posto nelle proprie Facoltà, e i creatori di queste nuove arti e scienze realizzavano le proprie opere in luoghi culturali indipendenti, da loro stessi creati. Non trovando posto nelle Università, i nuovi intellettuali e scienziati crearono numerose Società Scientifiche e Accademie, secondo il modello del centro di studi ideato da Francis Bacon nella sua opera ‘La Nuova Atlantide’, che prefigurava la civiltà moderna con tutto il progresso conseguente all’applicazione sistematica delle scienze alla produzione e all’organizzazione della società.

Dovette passare tutto il secolo XVIII perché le scienze cominciassero a trovar posto nelle antiche Università. La frattura tra l’educazione universitaria e lo sviluppo della conoscenza si venne evidenziando progressivamente, fino a che il peso dell’emergente civiltà moderna, con la domanda di personale qualificato e specializzato nelle nuove attività economiche, industriali e commerciali, e le domande provenienti dagli Stati che richiedevano burocrazie efficienti e dirigenti politici formati nelle discipline economiche e formali, portarono alla creazione di nuove Università, e alla progressiva trasformazione delle antiche.

Gli Stati nazionali furono i creatori delle Università moderne. Il modello che seguirono in gran parte del mondo fu quello che si realizzò in Francia e che si conosce come Università Napoleonica. L’elemento centrale di questo nuovo modello di Università è l’organizzazione degli studi intorno a professioni, precisamente quelle che erano richieste dai processi economici e politici della società moderna nella sua fase di consolidamento.

L’Università Napoleonica, incentrata sulla produzione di professionisti, organizzò le attività accademiche in Scuole Professionali, ciascuna provvista di un curriculum formativo predefinito, il quale doveva garantire che imparando le materie gli studenti diventavano abili e competenti all’esercizio di funzioni precise in ogni campo di attività professionale. In queste Università la ricerca si concepisce associata alla formazione professionale e sta al suo servizio, ed è organizzata mediante Dipartimenti o Istituti, ciascuno centrato in una disciplina particolare.

Questo modello di Università moderna è stato funzionale allo sviluppo dell’industrialismo e del capitalismo, delle burocrazie e dello Stato, delle ideologie e delle scienze positive. In altre parole, è stato perfettamente conformato alle esigenze della civiltà moderna. Ma quando questa civiltà entra in crisi – come sta succedendo – e sorge da molti punti di vista e aspetti la necessità di iniziare la creazione di una civiltà nuova e superiore, le Università professionalizzanti e frammentate disciplinariamente mostrano i propri limiti e insufficienze.


2…Il momento presente: crisi di civiltà e nascita di nuove strutture della conoscenza e della comunicazione.

L’umanità sta oggi affrontando problemi e crisi la cui ampiezza e profondità sono senza precedenti. Davanti ai gravissimi problemi ecologici, ambientali, energetici, demografici, sociali, economici, politici e culturali che si aggravano e acutizzano giorno dopo giorno, i governanti non trovano soluzioni effettive, gli intellettuali non offrono risposte convincenti, l’umanità si trova disorientata. Ciò accade perché si cercano soluzioni e risposte a questo insieme di crisi senza considerare il vero problema che soggiace a tutte queste, e cioè, che la civiltà moderna è esausta e ha cominciato a declinare.

L’attuale civiltà moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri o fondazioni che la sostengono. È in crisi il suo pilastro politico: lo Stato nazionale e i partiti; è in crisi il suo pilastro economico: l’industrialismo e il capitalismo; è in crisi anche il suo pilastro culturale: le ideologie, le scienze sociali, e l’etica positivista. Queste tre dimensioni della crisi si manifestano attraverso i loro molteplici effetti, che possiamo sintetizzare con l’esaurimento di un modo di sviluppo economico, di alcune forme di convivenza civile e politica, e di alcuni paradigmi ideologici e teorici, che si rivelano incapaci di dar senso alla vita collettiva, e di proporre soluzioni efficaci ai grandi problemi che affliggono la società e che tendono ad acutizzarsi.

Ma insieme al declinare di questa civiltà e delle sue strutture cognitive ed educative, inclusa l’Università moderna, sta emergendo una civiltà nuova, portatrice di nuove strutture della conoscenza, della comunicazione e dell’educazione, e quei nuovi modi di fare Università che contribuiscono al potenziamento della nuova civiltà emergente.

Ma cosa possiamo intendere per ‘nuova civiltà’? E prima ancora, quali elementi configurano ciò che si intende per ‘civiltà’?

Prima di tutto e in generale, una civiltà è caratterizzata dalla diffusione di una forma di vita, che implica l’adozione di certi modi di pensare, di sentire, di comportarsi, di agire e di relazionarsi, che si diffondono in vasti insiemi di persone. Si dice, in questo senso, che ogni civiltà forma e diffonde un certo ‘tipo umano’ caratteristico.

Più specificamente, una civiltà si distingue – in quanto espressione e risultato sociale del modo di vivere che la caratterizza – per un determinato modo di fare e organizzare l’attività economica. Ciò include questioni molto ampie, come la propria maniera di sperimentare i bisogni, di produrre i beni e i servizi che li soddisfino, di distribuirli tra i diversi individui e gruppi che compongono la società, di consumarli e organizzarli, di sviluppare e accumulare ciò che serve a garantire il futuro. E alla base di tutto ciò, un modo particolare di elaborare e strutturare le relazioni tra gli individui socialmente organizzati, con la natura e l’ambiente in cui si situano.

Una civiltà si caratterizza anche per il modo in cui stabilisce e garantisce l’ordine sociale, le istituzioni che regolano i comportamenti riconosciuti come legittimi, meritori e accettabili, insomma per un modo di fare e organizzare la vita politica. Alla base di tutto ciò c’è sempre un modo particolare di relazionarsi tra governanti e governati, tra dirigenti e diretti, cioè, un particolare ordine istituzionale, attivamente o passivamente legittimato e accettato socialmente.

Una civiltà si caratterizza anche per le idee e i valori che presiedono, orientano e danno senso alla vita individuale e sociale; per le strutture della conoscenza utilizzate nella comprensione della realtà, e nella progettazione delle azioni che fomentano i soggetti; per i valori e l’etica che guidano i comportamenti riconosciuti come meritori; per le forme che assumono l’arte e la creazione intellettuale ed estetica; in sintesi, per le forme e i contenuti che adotta la cultura. E alla base di tutto ciò, implicitamente o esplicitamente, per un modo particolare di relazionarsi della teoria con la pratica, del conoscere col fare.

In questo contesto, di crisi di una civiltà e di emergenza di un’altra nuova e superiore, un fatto di enorme importanza è che oggi i principali contributi alla conoscenza, le migliori opere artistiche e le grandi innovazioni tecnologiche, non sono realizzate all’interno delle Università professionalizzanti, ma sono elaborati in centri di ricerca e di cultura indipendenti, e sono fatti conoscere attraverso riviste, reti e portali autonomi, utilizzando le nuove tecnologie di informazione e comunicazione, particolarmente Internet.

Le trasformazioni in corso nelle forme della conoscenza e nei suoi canali di comunicazione sono molto profonde e radicali, e li considereremo più avanti. Considerati in una prospettiva storica possiamo vedere che i cambiamenti che si stanno verificando nelle forme di produzione e diffusione della conoscenza, diventano pienamente comprensibili soltanto nella misura in cui li inseriamo analiticamente nella dinamica dei grandi processi di civiltà, ed in particolare nei grandi processi di crisi organica della civiltà moderna, e di emergenza progressiva di una civiltà nuova e superiore.

Comprendendo i cambiamenti della storia dell’Università nel contesto della crisi della civiltà moderna, sorge la necessità urgente di contribuire al potenziamento dei processi che stanno facendo emergere una civiltà nuova e superiore, riformulando radicalmente e profondamente la questione dell’Università. La creazione di Università di nuovo tipo acquista un significato e un valore eminenti, essendo premessa e prerequisito di questo, il ripensare l’idea e il progetto di Università fin dalle proprie fondamenta, i propri princìpi e la propria essenza.

Potremmo affermare che il momento presente è simile a quello che ha dato luogo alle prime Università, quando allievi e maestri crearono istituzioni indipendenti di studio, al di fuori delle Scuole Monastiche, Cattedrali e Palatine che riproducevano gli antichi saperi. Ed è analogo anche all’epoca in cui le nuove scienze, arti e industrie che avviavano la civiltà moderna, si dispiegavano in istituzioni indipendenti e non riconosciute dalle Università che si erano anchilosate e non davano corso alle nuove discipline scientifiche e tecnologiche.


3…La conoscenza come ‘valore creatore di valore’ e il passaggio alla società della conoscenza.

Quando si parla oggi di ‘società della conoscenza’, ciò che solitamente si vuole mettere in evidenza è fondamentalmente che il ‘valore’ e la produttività delle imprese, dei lavoratori, dei tecnici, degli amministratori, delle comunità, etc., è dato principalmente, e sempre più, dalla capacità che abbiano di apprendere, generare e sviluppare conoscenze, e di applicarle alla soluzione di problemi reali e attuali, innovando, perfezionando e trasformando le attività, i processi, le strutture e i sistemi.

Effettivamente l’apprendimento, lo sviluppo e la diffusione di conoscenze danno luogo, in ogni persona e in ogni impresa, a un incremento del suo ‘valore’ e della sua produttività, efficienza e creatività. In realtà, ciò che fa la conoscenza è potenziare il valore e la creatività di tutti i fattori economici: forza lavoro, mezzi materiali di produzione, tecnologie, attitudine di gestione e direzione, capacità di ottenere credito, energie unificatrici e nobilitatrici di coscienze, volontà ed emozioni orientati a obiettivi condivisi. Ciascuno di questi fattori aumenta la propria produttività e il proprio valore nella misura in cui contiene in sé una maggiore e migliore provvista di informazioni e conoscenze utili.

Un lavoratore provvisto di più conoscenze lavora di più d’uno che sappia meno; uno strumento materiale nella cui struttura siano integrate più conoscenze, ha un rendimento più efficiente. Un tecnico più informato e conoscitore delle tecnologie attinenti alla propria tecnologia, trova migliori soluzioni e ha maggior capacità innovatrice che se avesse meno informazioni e conoscenze. Lo stesso vale per un organizzatore, un amministratore o un funzionario. Senza dubbio, anche la maggiore o minore conoscenza che si acquisisce, si crea e si distribuisce in un gruppo sociale, permette che questo dispieghi più ampiamente tutte le energie individuali e sociali.

Ora, è importante rendersi conto che il ‘valore’ che crea e potenzia la conoscenza, non si manifesta solo nelle imprese e nelle attività produttive dirette. La conoscenza che si espande in un individuo lo fa crescere, lo perfeziona, lo fa ‘essere’ e ‘valere’ di più, nelle diverse sfere dell’attività umana. La conoscenza che si sviluppa e diffonde in una società aumenta il ‘valore’ (nel senso più ampio) di questa società. La conoscenza che cresce e si dispiega in una comunità, in una organizzazione politica, in un club sportivo, in un movimento sociale, o in qualsiasi tipo di organizzazione, potenzia questa organizzazione, la rende più capace, più forte, più creativa.

Pensare in questo senso la conoscenza come ‘valore’ creatore di ‘valore’ ci porta a postulare che l’economia del futuro, la politica del futuro, e la società del futuro, saranno costruite in gran misura e fondamentalmente, dalla conoscenza. Di conseguenza, l’economia, la politica e la società del futuro assumeranno – potranno assumere – forme e contenuti diversi, in relazione alle forme e ai contenuti della conoscenza che sarà dispiegata, e i modi propri della sua produzione e diffusione.

In realtà, questo che affermiamo è qualcosa che sta già avvenendo da qualche tempo nella storia. L’impatto della conoscenza e delle sue forme sui modi di organizzare e realizzare l’economia, la politica e la società sta aumentando in maniera impressionante, dal momento che non c’è attività umana che non si trovi soggetta a un’enorme quantità e varietà di conoscenze che la condizionano, e senza le quali non può realizzarsi con successo. Possiamo affermare che, come mai prima nella storia dell’umanità, lo sviluppo della conoscenza è una necessità, dalla quale dipende non soltanto il progresso ma persino la sopravvivenza stessa della società. È questo fatto, che abbiamo cominciato a riconoscere, ciò che ha portato ad affermare che stiamo passando dalla società industriale e statale, a quella che conosciamo come ‘società della conoscenza’. Ma in cosa consiste esattamente il cambiamento, e qual è in questo senso la reale novità della situazione presente?

A questo proposito possiamo sostenere che la novità e il cambiamento sono tanto profondi che implicano un cambio d’epoca, l’apertura di una nuova epoca storica che comporta niente meno che l’emergere di una nuova civiltà. Ciò che ci porta ad affermarlo è che ci troviamo di fronte ad un cambiamento radicale della funzione che svolge la conoscenza nella società e per gli individui. Per comprenderlo è necessario offrire ancora, sebbene brevemente, alcuni importanti riferimenti storici.

Nella civiltà medievale la conoscenza che forniva le certezze che gli individui richiedevano per orientarsi nella vita, e di cui le società necessitavano per stabilire e garantire l’ordine sociale, era costituita da credenze religiose, norme etiche, e competenze proprie di ogni ufficio o attività lavorativa. Queste credenze, normative etiche e saperi pratici si presentavano davanti a tutti come ‘dati’, come indiscutibili, ed erano stati elaborati da pochissimi individui in posizione di potere e autorità. Queste conoscenze erano trasmesse dai ‘colti’ agli ‘incolti’, dai maestri agli apprendisti, costituendo saperi accettati per fede e tradizione. Erano sufficienti a fornire quelle certezze necessarie affinché ciascuno disimpegnasse le funzioni, eseguisse le attività e si comportasse socialmente in modo conforme a quello che ci si aspettava da ciascun soggetto.

Le fonti della conoscenza erano criptate, scritte e diffuse in una lingua conosciuta come ‘colta’ (il caso del latino nell’Europa occidentale), in modo che soltanto pochi iniziati avessero accesso ad esse e potessero generare e diffondere ogni tipo di conoscenze nuove. Persino i saperi pratici propri degli uffici erano riservati a piccoli gruppi ‘corporati’ e organizzati, che difendevano il monopolio delle loro competenze. La relazione tra i ‘colti’ e i ‘semplici’, tra i dirigenti e i diretti, tra i maestri e gli apprendisti, si stabiliva in base a vincoli di autorità, obbedienza e lealtà.
Queste forme di conoscenza entrarono in crisi quando le conoscenze cominciarono a diffondersi attraverso proprie pubblicazioni in lingue ‘volgari’. Così è stato con la Bibbia, con alcuni scritti filosofici, e con gli studi sulla meccanica, l’astronomia, la botanica e la zoologia, che in seguito diedero luogo alla fisica e alla biologia come nuove discipline scientifiche. L’empirismo e il positivismo gettarono le basi della conoscenza emergente, quando affermarono che l’unica autorità che poteva essere accettata nella conoscenza erano i dati empirici sulla realtà ‘oggettiva’, che ogni individuo può verificare con i sensi e l’esperienza.

Sorse e si stabilì, così, la moderna civiltà delle scienze positive, dell’industria e dello Stato. L’industria e lo Stato nelle loro forme moderne, erano il risultato della applicazione delle nuove forme di conoscenza all’economia e alla politica, alla produzione dell’ordine sociale. La conoscenza acquisì nuove forme, che sostituirono l’autorità con la verifica empirica, nello stesso tempo che si moltiplicarono i soggetti produttori di conoscenze.

Gli scienziati, gli intellettuali e gli ideologi furono posti al servizio dell’industria e dello Stato, e la conoscenza e le informazioni si svilupparono come saperi strumentali, come strumenti utili a stabilire e far crescere l’economia e la vita politica. Sorsero le professioni come categorie di persone che dominando determinati ambiti particolari della conoscenza e certi metodi per la sua applicazione a problemi pratici, sono riconosciuti come competenti all’esercizio di certi insiemi di attività specializzate.

In questa civiltà moderna dell’industria e dello Stato, la conoscenza si istituzionalizzò e professionalizzò, acquisendo le caratteristiche disciplinari e burocratiche che caratterizzano questa intera civiltà. Come scrisse Max Weber, la scienza si organizzò come professione, nello stesso modo e nello stesso tempo in cui la politica si costituiva come professione. Era la conoscenza organizzata in discipline separate (la meccanica, l’ottica, la biologia, la sociologia, l’economia, etc.) sempre più specializzate e frammentate; era il sapere frazionato in funzione dei campi e temi specifici dipendenti dalle diverse sezioni di produzione e dalle distinte problematiche della vita sociale. Una conoscenza frazionata disciplinarmente, che si diffondeva e riproduceva attraverso le ‘professioni’ che si formavano nelle università moderne.

L’Università si convertì in uno strumento essenziale del frazionamento disciplinare delle scienze e della formazione di professionisti specializzati, tali come erano richiesti dalla civiltà industrialista e statalista. Le Università furono le promotrici e le esecutrici di quelle strutture che assunsero – agli albori dell’epoca moderna – la razionalità strumentale, la conoscenza disciplinare e la moltiplicazione delle professioni, tutte orientate prevalentemente a trovare applicazioni tecnologiche e politiche del sapere. È la conoscenza posta al servizio dell’industria in tutti i suoi rami, e dello Stato nelle sue varie problematiche.

In questo contesto, le relazioni tra dirigenti e diretti si basano su una combinazione di criteri di competenza tecnica e di controllo burocratico, secondo i quali si distinguono i competenti che decidono e controllano i processi, e i subordinati che eseguono le decisioni e compiono le istruzioni rivevute. Questa stessa è la struttura delle relazioni che si stabilisce nelle università tra professori e studenti.


4…Nuove condizioni per l’elaborazione, la comunicazione, l’insegnamento e l’apprendimento.

Ciò che sta cominciando a emergere attualmente è qualcosa di completamente diverso e originale. Nuovi mezzi di comunicazione, Internet e le reti sociali, stanno trasformando completamente la relazione degli individui con l’informazione e la conoscenza. Tre sono le novità e trasformazioni più significative.

La prima è che praticamente tutti gli individui hanno ora la possibilità di accedere a ogni tipo di informazioni, idee e conoscenze, provenienti da qualsiasi parte del mondo. Questo è un cambiamento di enorme importanza. In effetti, fino a poco tempo fa, le persone acquisivano il proprio patrimonio di conoscenze in base a ciò che trasmetteva loro la famiglia, la scuola, lo Stato, i partiti politici, le chiese e le carte stampate di massa, e infine le Università. Le informazioni e le conoscenze che ricevevano erano organizzate, strutturate e programmate dagli emittenti. Ora, invece, ognuno è ricevente e pubblico di tutti i discorsi, di tutti gli emittenti, avendo la possibilità e persino il bisogno di selezionare da se stesso ciò che riceve e assimila, scegliendo tra la moltitudine immensa delle informazioni e conoscenze, quelle che lo interessano e desidera assumere.

In questo modo si sono espansi enormemente gli spazi di libertà e indipendenza di ciascuno, e allo stesso tempo si è indebolito il potere che prima esercitavano sulle coscienze, sulle idee e i modi di pensare e sentire delle moltitudini, i pochi soggetti che decidevano ciò che doveva essere conosciuto e appreso. Questa espansione della libertà rispetto alla conoscenza comporta nello stesso tempo un aumento della responsabilità di ciascuno, dal momento che decidendo ogni persona ciò che conosce e scegliendo le proprie fonti di informazione, ciascuno è responsabile degli effetti che tali conoscenze avranno su se stesso e sulla società.

La seconda novità importante è che ciascun individuo si converte in un trasmettitore potenziale di informazioni e conoscenze. Le persone che fino ad ora erano soltanto pubblico, studenti, ricettori passivi delle informazioni e delle conoscenze organizzate da altri, hanno ora la possibilità di diventare produttori e trasmettitori di informazioni, creatori di nuove conoscenze, che possono facilmente mettere in circolazione e quindi rendere accessibili a tutti coloro che sono interessati.

Questa è l’acquisizione di una libertà nuova, o per meglio dire, la generalizzazione a tutti gli individui, di quella libertà di pensiero che nella società moderna è stata prerogativa effettiva di pochi. Questa libertà estesa comporta anche una nuova responsabilità che devono assumere gli individui; ma sopra tutto, implica lo stabilimento di relazioni orizzontali tra soggetti che sono tutti, almeno potenzialmente, trasmettitori e ricettori di informazioni e conoscenze.

La terza novità introdotta dalle nuove tecnologie informatiche è lo stabilimento di reti di comunicazione, liberamente formate dalle persone, e con una libertà piena tanto d’ingresso come d’uscita dalle reti che si vanno costituendo. Ciò che è implicito nella strutturazione delle reti sociali è un fatto della massima importanza, che tende a modificare e ri-strutturare completamente l’organizzazione sociale e le relazioni tra gli individui e i gruppi. È il fatto che ciascuno è in condizione di selezionare e scegliere colui col quale relazionarsi ed a quali gruppi e comunità appartenere.

Si passa da una situazione in cui l’ambito delle relazioni sociali era determinato dalla famiglia e dal luogo in cui si nasce e si cresce, dalle relazioni date dal quartiere, la scuola e la chiesa, dall’ufficio, la professione e il lavoro, a una situazione inedita nella quale ciascuno può scegliere liberamente con chi connettersi e comunicare, a quali gruppi, organizzazioni e comunità appartenere, a quali iniziative culturali, sociali, politiche ed economiche partecipare. Si tratta, di nuovo, di una espansione immensa degli spazi di libertà delle persone, che comporta a sua volta la corrispondente espansione delle responsabilità di ciascuno.

Possiamo affermare, in sintesi, che il passaggio alla società della conoscenza ci dà l’opportunità di essere più liberi, di autodeterminarci in quanto alla nostra coscienza, ai nostri studi e alle nostre competenze, e alle nostre relazioni sociali e lavorative, così come a dispiegare le nostre iniziative sociali, economiche, politiche e culturali, non dovendo più limitarci a scegliere di partecipare o non partecipare a quelle esistenti. La società e la storia potranno nel futuro essere costruite dagli individui e dalle reti e comunità che essi liberamente vanno formando, con i contenuti intellettuali e morali che essi stessi hanno posto in tali iniziative. Come abbiamo detto, insieme con l’espansione enorme degli spazi di libertà, si accrescono corrispondentemente le responsabilità di ciascuno, dal momento che non potremo più giustificare le nostre limitazioni e comportamenti attribuendoli alle condizioni, alle strutture e ai contesti sociali e culturali nei quali ci è toccato vivere.

Resta da dire che le Università moderne, disciplinari e professionalizzanti, che organizzano l’insegnamento improntandolo a percorsi curriculari predefiniti, che mantengono le rigide differenze e gerarchie che separano i professori dagli studenti, stanno rimanendo ai margini di queste trasformazioni radicali.


5…Come orientarci in questo nuovo contesto della conoscenza, e come misurare il valore delle conoscenze?

In questo nuovo contesto di libertà e responsabilità allargate, ci si presenta un problema nuovo, che è quello di orientarci nel mare magnum delle informazioni e delle conoscenze che sono alla nostra portata, e la praticamente infinita quantità e varietà di soggetti individuali e collettivi con i quali possiamo stabilire relazioni e interagire. Come, con che criterio, con quali informazioni possiamo orientarci per prendere decisioni, nel quadro delle nuove libertà e responsabilità acquisite?

Un concetto importante del quale possiamo servirci in questo senso è quello del ‘valore’ della conoscenza. Abbiamo detto che la conoscenza è ‘valore’ creatore di ‘valore’. Nella moderna economia capitalista e nella società dell’industria e dello Stato, le principali scelte che fanno le persone passano per il mercato, dove i beni e i servizi, i soddisfacitori della maggior parte dei nostri bisogni, i saperi e le professioni, acquistano un ‘valore di scambio’, un prezzo. Sono i prezzi e le aspettative di guadagno che orientano gli individui e le organizzazioni per gran parte delle loro decisioni, incluse quelle relative ai propri studi. Ma nella società della conoscenza e delle reti, sebbene molte informazioni e conoscenze vengono trattati ancora nel mercato e acquistano un valore monetario, esiste una enorme quantità di informazioni e conoscenze che sono disponibili gratuitamente, e/o circolano fuori del mercato, o il prezzo che si paga per essi è indipendente dai guadagni che possono generare per chi li acquisisca. Nella società della conoscenza e delle reti, servono altri criteri di misurazione del valore, non monetari, o almeno, non direttamente esprimibili in termini monetari.

Il valore delle informazioni e delle conoscenze, e il valore delle relazioni e delle reti di comunicazione e interazione, e il valore delle entità che elaborano e forniscono conoscenze e saperi, devono essere valutati e misurati in altro modo. Ed è necessario trovare questi modi di valutazione e misurazione, per orientarci nelle decisioni intorno a cosa conoscere e studiare, dove farlo, con quali fini e obiettivi. Perché, ovviamente, non possiamo avere una esperienza diretta di tutte le conoscenze disponibili né di tutte le relazioni e reti a cui possiamo accedere. Ci troviamo di fronte alla necessità di decidere e di scegliere tra una enorme quantità e varietà di possibilità, basandoci su una informazione limitata e insufficiente. Quali sistemi di informazione, equivalenti ai sistemi dei prezzi nella società del mercato, possono essere disponibili, o possono essere implementati e sviluppati, per orientarci nella nuova società della conoscenza? Esistono modi di misurare e informarci intorno al valore che le conoscenze e le relazioni sociali possono avere per noi?

Quando parliamo in questo senso del ‘valore’ della conoscenza e del ‘valore’ delle relazioni e appartenenze a reti e associazioni, stiamo indagando intorno all’utilità che possono apportarci queste conoscenze e queste relazioni in ordine alla soddisfazione dei nostri bisogni, aspirazioni e desideri, e più in generale, in funzione della realizzazione dei nostri propositi, obiettivi e fini. Possiamo esprime ciò in altro modo, a partire dalla formula del “valore creatore di valore”. Qual è il ‘valore’ (realizzazione e potenziamento delle nostre capacità, creatività, efficienza, produttività, etc.) che possono creare in noi – come individui, come gruppo, come comunità, come impresa o come organizzazione – alcune determinate conoscenze e processi cognitivi?

Oggi sono in gran misura le Università che stabiliscono il ‘valore’ delle conoscenze che esse stesse insegnano agli studenti. Ciascuna Università ha una reputazione, che si trasferisce ai professionisti che essa forma, naturalmente distinguendo tra di loro secondo i voti o qualificazioni che ciascuno ottiene nelle discipline e materie di studio approvate. Questo è il principale criterio che hanno le persone, le imprese e gli enti pubblici che assumono professionisti, nel momento di selezionare il personale di cui abbisognano. Si può discutere la validità di questo criterio di valutazione, però è così che opera il mercato delle professioni, che costituisce una guida importante per decidere in quale Università e che carriera professionale scegliere.

È ovvio che niente di tutto questo serve quando si tratta delle nuove forme di conoscenza a cui abbiamo fatto riferimento. Queste nuove forme della conoscenza e della sua comunicazione e insegnamento-apprendimento devono ideare i propri sistemi di valutazione del ‘valore’ della conoscenza.

Oggi, nei nuovi mezzi di informazione e comunicazione, in assenza di altri criteri migliori e realmente qualificanti del valore delle scelte disponibili, c’è la tendenza a operare con il criterio semplice di seguire le scelte degli altri, dei grandi numeri. È il cosiddetto ‘effetto gregge’, secondo il quale si sceglie conformemente a come scelgono gli altri. Dietro questa forma di decidere e valutare le scelte è implicita l’idea che, poichè non conosciamo le diverse scelte siamo incerti senza poter decidere, e poichè vediamo che altri hanno deciso, supponiamo che lo abbiano fatto in base a qualche conoscenza di cui dispongono e della quale noi siamo privi.

Ma il sistema dei grandi numeri è ingannevole e decisamente poco affidabile, specialmente quando si tratta di esercitare realmente la libertà e la responsabilità recentemente acquisite, e di generare iniziative nuove orientate alla nostra propria realizzazione e verso il raggiungimento dei nostri obiettivi. Infatti, attualmente le maggioranze, o più esattamente i ‘grandi numeri’, stanno decidendo conformemente ai criteri della società che decade e muore, ancora come pubblico subordinato e sottomesso, che adotta i criteri che per loro fissano esternamente lo Stato, l’industria, le mode, le convenzioni sociali.

La questione della valutazione del ‘valore’ delle conoscenze e delle comunità e reti che in base ad esse si stabiliscono, ai fini di orientarci nel contesto delle nuove e modificate condizioni in cui si dispiega la vita umana, richiede un approccio completamente nuovo, e in questo senso il concetto della conoscenza come ‘valore creatore di valore’ acquisisce speciale rilevanza.

Quando parliamo di ‘valore creatore di valore’, stiamo indicando che il ‘valore’ di una determinata conoscenza, studio, ricerca o proposta educativa, consiste fondamentalmente nella capacità di ‘creazione di valore’ che potenzialmente acquisiscono coloro che studiano e assimilano la conoscenza, lo studio o la proposta educativa in questione. Ciò che conta è la produttività della conoscenza in quanto inserita nel lavoro cognitivo e pratico di chi l’assimila e lavora con essa. Ma se è così, sarà il medesimo soggetto che acquisisce la conoscenza a essere realmente in condizione di valutare quanto gli serve la conoscenza ricevuta da un altro, per realizzare i suoi propri fini e obiettivi.

La domanda da porsi, dunque, non è quanto ‘valore’ ha in sé la professione o la carriera che offre questa o quella istituzione educativa, bensì quanto ‘valore posso creare’ a partire dalla conoscenza che assimilo e sviluppo. In questo modo, ciascuno tenderà ad apprendere a valutare le conoscenze.

Ma c’è un problema preliminare: come orientarci nella moltitudine di conoscenze disponibili che circolano e si offrono sovrabbondantemente nei mezzi di comunicazione e in tutte le fonti che le emettono attualmente? Se non serve ricorrere alle vecchie autorità e gerarchie accademiche, la risposta possiamo trovarla nelle reti di studiosi che hanno la capacità di comunicare agli altri, e di ricevere da essi, le valutazioni che ciascuno e tutti vanno facendo delle informazioni e conoscenze in circolazione. In questo modo, sebbene ogni soggetto deve valutare ogni conoscenza che riceve per il valore che può creare a partire da essa, le reti di soggetti conoscenti che si orientano al raggiungimento di fini e obiettivi similari, possono moltiplicare l’informazione disponibile a tutti i partecipanti in rete, intorno al valore di numerose conoscenze, autori, riviste e centri di ricerca, nella misura in cui tutti comunicano agli altri della rete le proprie valutazioni di ciò che studiano e leggono. Vi è in questo senso la possibilità di un grande potenziamento del processo di valutazione soggettiva, convertendola in ‘intersoggettiva’.

Le reti informatiche che collegano gli interessati nella conoscenza e nello studio hanno un altro vantaggio importante rispetto ai sistemi di valutazione tradizionali, ed è la consistente diminuzione del tempo che passa tra l’elaborazione e la diffusione della conoscenza, e tra la diffusione e la valutazione della medesima. Internet rende possibile che la diffusione si realizzi nell’atto stesso dell’elaborazione, non essendo più indispensabile il lungo processo tra l’elaborazione e la sua pubblicazione, mediato dalla valutazione di terzi. E attraverso le reti, il ricercatore può ottenere rapidamente una retroazione di ciò che ha creato, della conoscenza che ha prodotto, in quanto altri gli diranno se ha creato un nuovo valore con la conoscenza in questione.

Questa è la forma che probabilmente giungeranno ad assumere le Università del futuro: reti di studiosi che elaborano e condividono conoscenze e saperi, che li valutano, criticano e apprezzano reciprocamente, che avanzano insieme in processi integrati di insegnamento-apprendimento.




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