Per una nuova civiltà (30)

Data Wed 25 January 2012 5:00 | Categoria: economia di solidarietà

{Da mercoledì 29 giugno 2010, vado pubblicando una serie organica di video di Luis Razeto, accompagnati di volta in volta dalla traduzione italiana, e dal testo originario in spagnolo.}

manifesto ideologico

Dopo aver montato sul sito-rivista questo post di Luis, camminando - era il pomeriggio di lunedì 23 gennaio 2012 e mi trovavo su via Labicana a Roma - ho visto questo 'manifesto ideologico del consumatore moderno - passivo, dipendente, competitivo', ho deciso di fotografarlo e di porlo come sua 'epigrafe'.


¿Cómo iniciar la creación de una nueva civilización? (30)


XXX. Si comincia ad analizzare il consumo e il perché attualmente l’immensa maggioranza dei consumatori sono passivi, dipendenti e competitivi.

Nella creazione di una nuova economia il punto di partenza è la trasformazione del consumo. La ragione di ciò è chiara: se si assume che il fine della nuova economia è l’essere umano, la sua realizzazione e la sua felicità, occorre iniziare esaminando se il consumo dei beni e dei servizi che produce l’economia sta servendo a questo obiettivo, ciò che implica soddisfare gli autentici bisogni dell’essere umano. Perché il consumo consiste nella soddisfazione dei bisogni delle persone e della società mediante i beni e i servizi che si producono attraverso l’economia.

Il consumo di un alimento si compie nell’atto del mangiarlo, di soddisfare il bisogno di nutrirsi e di gustare i suoi sapori. Il consumo di un libro consiste nel leggerlo, nel soddisfare il desiderio di apprendere e di intrattenersi con la lettura. Il consumo di una terapia medica si verifica nel processo di curarsi una infermità e di vivere in salute.

Questo non è stato compreso dall’economia moderna, che nella cosiddetta ‘teoria del consumatore’ riduce il consumo al comportamento delle persone nel mercato, in quanto comprano beni e servizi. Da questo punto di vista il consumo degli alimenti si realizzerebbe al supermercato; il consumo del libro consisterebbe nel comprarlo; la terapia si consumerebbe nel momento in cui si paga. Dunque non interessa se l’alimento nutre bene la persona, o il libro la renda più colta, o la terapia risani e faccia felice l’infermo. Ciò che importa è quanto denaro spende il consumatore nell’acquisto.

Le teorie economiche non si sono occupate dell’essenziale dell’economia che è la soddisfazione dei bisogni e lo sviluppo umano; ciò che interessa loro è che gli individui stiano nel mercato e comprino il più possibile, per la qual cosa può essere persino meglio che le persone rimangano insoddisfatte, se ciò li spinge a comprare più cose e servizi.

Necessita una nuova concezione del consumo per concepire e costruire una nuova e superiore economia. Ma per questo è necessario ripensare a fondo la questione dei bisogni, partendo dalla critica del modo in cui sono concepiti nella società moderna. È una critica indispensabile per comprendere la radicalità della trasformazione che dobbiamo realizzare al livello del consumo. Perché – possiamo anticiparlo – è il consumo come si dà attualmente, ciò che porta le persone a vivere i propri bisogni in maniera tale che le converte in passive, dipendenti e competitive. Sarà radicalmente diverso il consumo che ci trasformi in persone creative, autonome, solidali; ma questo modo nuovo del consumo implica intendere in altro modo i bisogni umani.
Nella civiltà moderna si sono date due maniere di intendere i bisogni: la liberale-capitalista e la sociale-statalista; opposte tra di loro al livello politico, tuttavia entrambe si fondano su una simile concezione positivista e naturalista dell’uomo e della società.

Secondo la concezione liberale-capitalista non esisterebbe una natura umana comune a tutti gli uomini, ma solo individui che si comportano empiricamente in certe maniere, ciascuno con i propri particolari interessi, bisogni e desideri; ciascuno competendo con gli altri. I bisogni umani sarebbero quelli che gli individui manifestano nel presentare le proprie richieste di beni e servizi al mercato.

Si pensano i bisogni come carenze, come vuoti che devono essere riempiti con i beni e i servizi, in modo che ci sarebbe una sorta di corrispondenza bi-univoca tra i bisogni e i prodotti e servizi. A ogni bisogno corrisponderebbe un prodotto, e a ogni prodotto corrisponderebbe un bisogno. Dunque i bisogni non si sperimentano come bisogni del proprio essere, ma come i bisogni di comprare e possedere cose e servizi.

Si suppone, inoltre, che i bisogni siano ricorrenti, e cioè che si soddisfino ogni volta che i vuoti si riempiano con certi prodotti, ma che essi tornino in poco tempo a ripresentarsi insoddisfatti, e pertanto richiedano sempre di nuovo i prodotti e i servizi che li hanno appena soddisfatti.

Insieme all’essere carenze ricorrenti, i bisogni si concepiscono come crescenti. Come esseri umani, una volta soddisfatti certi bisogni, vogliamo sempre soddisfare altri, nuovi, più ampi e più sofisticati bisogni, di modo che siamo sempre insoddisfatti. Si afferma che siamo insaziabili. E siccome i bisogni vanno espandendosi, moltiplicandosi, diversificandosi, anche l’economia va moltiplicando e diversificando i prodotti, ossia i beni e servizi che offre.

Ma ¿siamo così noi esseri umani? ¿siamo queste cose con molte carenze, con tanti compartimenti vuoti, che si riempiono e si svuotano, che si vanno moltiplicando e crescendo, e che domandano sempre più beni e servizi coi quali riempirsi? ¿O è così che ci vuole il mercato capitalista?

L’altra concezione dei bisogni che si è imposta nella civiltà moderna è la sociale-statalista, che ha dato luogo all’economia di pianificazione centralizzata. La concezione dell’uomo sottostante a questa concezione è quella postulata inizialmente da Ludwig Feuerbach e sviluppata poi da Marx ed Engels, secondo la quale l’unica cosa che si potrebbe associare all’idea di una natura umana sarebbe la collettività, intesa come la ‘specie’ umana naturale. Questa concezione continua a pensare i bisogni come carenze ricorrenti che si riempiono con prodotti e servizi crescenti; ma si differenzia dalla concezione liberale in quanto fa una netta distinzione tra quelli che sarebbero i ‘veri’ bisogni umani – quelli propri della specie-, e quelli che sarebbero desideri e capricci individuali. I ‘veri bisogni’ sarebbero comuni e uguali per tutti: cibo, vestiti e riparo, rifugio, protezione, informazione e conoscenza, servizi sanitari e pochi altri.

Essendo pochi, facilmente identificabili, gerarchizzabili in quanto alla loro importanza sociale, si afferma che si può pianificare la loro crescente soddisfazione attraverso l’azione dello Stato. Ogni società potrebbe definire i propri bisogni, ma come collettivo; è la società quella che potrebbe determinare i bisogni che in ciascun momento può e deve soddisfare. Pertanto, secondo questa concezione, occorre pianificare l’economia e regolarla rigorosamente, riducendo gli spazi di libertà nei quali gli individui manifestano i propri desideri e capricci, perché se ciascun individuo persistesse a manifestare liberamente le proprie richieste, non sarebbe possibile la pianificazione.

La differenza tra la concezione liberale-capitalista e la concezione sociale-statalista risiede nel fatto che mentre nella prima i prodotti per soddisfare i bisogni sono richiesti dagli individui e provvisti dal mercato, nella seconda i prodotti sono determinati e provvisti dallo Stato’

Queste due concezioni dei bisogni, sebbene opposte politicamente, nei fatti si sono andate amalgamando nella società moderna. Da un lato si riconosce che gli individui possono manifestare liberamente le proprie richieste di beni e servizi nel mercato. E allo stesso tempo si accetta che esiste un certo livello di accesso a certi beni e servizi che deve essere uguale per tutte le persone; accesso che si intende come un ‘diritto’ che i cittadini possono esigere dallo Stato.

Orbene, questo riconoscimento di entrambe le logiche come legittime dà luogo a una struttura delle richieste, a un tipo di consumatore – lo chiameremo il consumatore moderno – molto esigente e complicato, che genera un problema economico tendenzialmente insolubile, e che è ciò che origina la grande crisi che scuote l’attuale ma già vecchia civiltà moderna.

In effetti, grazie a entrambe le razionalità (quella del mercato capitalista e dello Stato provveditore), i bisogni stanno crescendo, moltiplicandosi e diversificandosi, e di conseguenza l’economia è fortemente spinta a crescere, a moltiplicare la propria offerta di beni e servizi, per soddisfare tanto le domande collettive che si rivolgono allo Stato, quanto le domande individuali che si manifestano nel mercato. Grazie a entrambe le prospettive, si sta vivendo un innalzamento della soglia della quantità di prodotti che si domandano e del livello di accesso al quale si aspira.

Da un lato c’è la logica del mercato, che è fondamentalmente una logica di individuazione, una logica di differenziazione mediante il possesso delle cose, secondo la quale ciascuno cerca di distinguersi, di ricavare prestigio, di accedere a più beni e servizi. Dunque si produce una sorta di persecuzione, perché nessuno vuole essere lasciato indietro, coloro che possiedono maggiore capacità d’acquisto domandano beni e servizi ogni volta più sofisticati, ogni volta più complessi, o in quantità maggiori. Coloro che li seguono, vanno accedendo a questi livelli con qualche ritardo, ma già i più avanzati si distanziano acquisendo prodotti più sofisticati, più raffinati. E così continua nel mercato una persecuzione incessante.

Al tempo stesso si genera un innalzamento persistente del livello minimo considerato socialmente accettabile. L’innalzamento del livello individuale genera un innalzamento del livello collettivo, per effetto dimostrativo, per effetto di imitazione, per effetto di “bene, ciò che possiedono altri perché non lo possiamo avere tutti?” In questo modo lo Stato è costretto a offrire ai propri cittadini migliori condizione di abitazione, più mezzi di trasporto, migliori sistemi educativi, migliori servizi di protezione e di salute, accesso educativo a livelli ogni volta più elevati, etc. A sua volta, l’elevamento del livello di ciò che è comune genera una pressione nel mercato per differenziarsi ulteriormente. Perché se, per esempio, tutti hanno già una educazione universitaria, il mercato genererà le istanze affinché tutti quelli che vogliono essere superiori ai comuni e che premono per livelli di istruzione più elevati per i propri figli, ne siano provvisti. E così in tutte le sfere dei bisogni.

Dunque, il consumatore moderno, oltre ad essere insaziabile, è tremendamente richiedente ed esigente di fronte allo Stato, dal momento che considera di avere diritto a che lo Stato lo provveda di tutto ciò che necessita per raggiungere il livello sociale medio, e oltre a ciò, di avere diritto a che il mercato gli offra tutto ciò che desidera e che può pagare. E se non può pagare, considera di avere diritto a che gli sia dato il credito necessario per comprarlo.

Tutto ciò dà luogo a un processo di accelerazione impressionante delle richieste, tanto individuali, quanto sociali. È ciò che stiamo vivendo attualmente. E questa espansione e questa esplosione dei bisogni e delle domande rivolte al mercato e allo Stato, genera una pressione enorme sul sistema produttivo. Una pressione per crescere, e cioè, per aumentare progressivamente il processo di produzione di beni e servizi insieme alla accelerata espansione dei bisogni.

Ma occorre domandarsi: ¿è possibile questa crescita indefinita? ¿Ci saranno risorse e capacità sufficienti per sostenere questa crescita permanente? Se si continuerà lungo questa strada ¿saranno reversibili le conseguenze che ciò sta comportando all’ambiente e all’ecologia? ¿E sarà possibile superare i gravissimi impatti che questo consumismo esacerbato sta producendo sulla convivenza collettiva, la governabilità, l’etica sociale e i valori culturali e spirituali? Più ancora: ¿non è per caso che è perché si sta giungendo ai limiti possibili della crescita del consumo, che oggi diventa evidente la crisi organica della civiltà moderna, e avanza l’urgente necessità di costruire una civiltà e una economia diverse? E andando più a fondo all’assunto: ¿sarà vero che accedendo a più prodotti e servizi raggiungiamo una migliore soddisfazione dei bisogni umani, che siamo più felici, che ci realizziamo meglio come persone?

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XXX. Se comienza a analizar el consumo y por qué actualmente la inmensa mayoría de los consumidores son pasivos, dependientes y competitivos.

En la creación de una nueva economía el punto de partida es la transformación del consumo. La razón de ello es clara: si se asume que el fin de la nueva economía es el ser humano, su realización y felicidad, hay que empezar examinando si el consumo de los bienes y servicios que produce la economía está sirviendo a ese objetivo, que implica básicamente satisfacer las verdaderas necesidades del ser humano. Porque el consumo consiste en la satisfacción de las necesidades de las personas y de la sociedad mediante los bienes y servicios que se producen en la economía.

El consumo de un alimento se cumple en el acto de comerlo, de satisfacer la necesidad de nutrirse y de gozar de sus sabores. El consumo de un libro consiste en leerlo, en satisfacer el deseo de aprender y de entretenerse con la lectura. El consumo de una terapia médica se verifica en el proceso de curarse la enfermedad y de vivir saludablemente.

Esto no ha sido comprendido en la economía moderno, que en la llamada 'teoría del consumidor' reduce el consumo al comportamiento de las personas en el mercado, en cuanto compran bienes y servicios. Desde esa óptica el consumo de los alimentos se realizaría en el supermercado; el consumo del libro consistiría en comprarlo; la terapia se consumiría en el momento en que se paga. Entonces no interesa si el alimento nutre bien a la persona, o el libro la haga más culta, o la terapia sane y haga feliz al enfermo. Lo que importa es cuánto dinero gasta el consumidor en la compra.

Las teorías económicas no se han ocupado de lo esencial de la economía que es la satisfacción de las necesidades y el desarrollo humano; lo que les interesa es que los individuos estén en el mercado y compren lo más posible, para lo cual puede incluso ser mejor que las personas permanezcan insatisfechas, si ello los impulsa a comprar más cosas y servicios.

Se requiere una nueva concepción del consumo para concebir y construir una nueva y superior economía. Pero entonces se hace necesario repensar a fondo la cuestión de las necesidades, partiendo de la crítica al modo en que se las concibe en la sociedad moderna. Es una crítica indispensable para comprender la radicalidad del cambio que tenemos que hacer al nivel del consumo. Porque - podemos adelantarlo - es el consumo tal como se da actualmente, lo que lleva a las personas a vivir sus necesidades de manera tal que las convierte en pasivas, dependientes y competitivas. Será radicalmente distinto el consumo que nos convierta en personas creativas, autónomas y solidarias; pero este nuevo modo de consumo implica entender de otra manera las necesidades humanas.

En la civilización moderna se han dado dos maneras de entender las necesidades: la liberal-capitalista y la social-estatista; opuestas entre sí a nivel político, sin embargo ambas se fundan en una similar concepción positivista y naturalista del hombre y de la sociedad.

Según la concepción liberal-capitalista no existiría una naturaleza humana común a todos los hombres, sino sólo individuos que se comportan empíricamente de ciertas maneras, cada uno con sus particulares intereses, necesidades y deseos; cada uno compitiendo con los otros. Las necesidades humanas serían aquellas que los individuos expresan al plantear sus demandas de bienes y servicios en el mercado.

Se piensa las necesidades como carencias, como vacíos que deben llenarse con los bienes y servicios, según lo cual habría una suerte de correspondencia bi-unívoca entre las necesidades y los productos y servicios. A cada necesidad correspondería un producto, y a cada producto correspondería una necesidad. Entonces las necesidades no se experimentan como necesidades del propio ser, sino como las necesidades de comprar y tener cosas y servicios.

Se supone, además, que las necesidades son recurrentes, es decir, que se satisfacen cada vez que los vacíos se llenan con ciertos productos, pero ellas vuelven al poco tiempo a presentarse insatisfechas, y por lo tanto estarían siempre demandando los bienes y servicios que las satisfacen por un tiempo, para que más adelante vuelvan a presentarse los vacíos, las carencias.
Junto con ser estas carencias recurrentes, se concibe que las necesidades son crecientes. Los seres humanos, una vez que satisfacemos ciertas necesidades, queremos siempre satisfacer otras, nuevas, más amplias y más sofisticadas necesidades, de modo que estamos siempre insatisfechos. Se afirma que somos insaciables. Y como las necesidades van expandiéndose, multiplicándose, diversificándose, también la economía va multiplicando y diversificando los productos, o sea los bienes y servicios que ofrece.

Pero ¿somos así los seres humanos? ¿Somos esas cosas con muchas carencias, con tantos compartimentos vacíos, que se llenan y que se vacían, que se van multiplicando y creciendo, y que demandan siempre más bienes y servicios con que llenarse? ¿O es más bien que así nos quiere el mercado capitalista?

Otra concepción de las necesidades que ha tenido presencia en la civilización moderna es la social-estatista, que ha dado lugar a la economía de planificación centralizada. La concepción del hombre subyacente a esta concepción es aquella postulada inicialmente por Ludwig Feuerbach y desarrollada después por Marx y Engels, según la cual lo único que pudiera asociarse a la idea de una naturaleza humana sería la colectividad, entendida como la 'especie' humana natural.
Esta concepción sigue pensando las necesidades como carencias recurrentes que se llenan con productos y servicios crecientes; pero se diferencia de la concepción liberal en que hace una neta distinción entre las que serían las 'verdaderas' necesidades humanas –aquellas propias de la especie -, y los que serían solamente deseos y caprichos individuales. Las 'verdaderas necesidades' serían comunes e iguales para todos: alimentación, vestuario y abrigo, vivienda, protección, informaciones y conocimientos, servicios de salud, y pocas más.

Siendo pocas, fácilmente identificables, jerarquizables en cuanto a su importancia social, se afirma que se puede planificar su creciente satisfacción a través de la acción del Estado. Cada sociedad podría definir sus necesidades, pero como colectivo; es la sociedad la que podría determinar las necesidades que en cada momento puede y debe satisfacer. Por lo tanto, según esa concepción, hay que planificar la economía y regularla estrictamente, reduciendo los espacios de libertad en que los individuos expresen sus deseos y caprichos, porque si cada individuo persistiera en expresar libremente sus demandas, no sería posible la planificación.

La diferencia entre la concepción liberal-capitalista y la concepción social-estatista reside en que mientras en la primera los productos para satisfacer las necesidades son demandados por los individuos y provistos por el mercado, en la segunda los productos son determinados y provistos por el Estado.

Esas dos concepciones de las necesidades, si bien opuestas políticamente, en los hechos se han ido amalgamando en la sociedad moderna. Por un lado se reconoce que los individuos pueden expresar con libertad sus demandas de bienes y servicios en el mercado. Y al mismo tiempo se acepta que existe un nivel de acceso a ciertos bienes y servicios que debe ser igual para todas las personas; acceso que se entiende como un 'derecho' que los ciudadanos pueden exigir al Estado.

Pues bien, este reconocimiento de ambas lógicas como legítimas da lugar a una estructura de las demandas, y a un tipo de consumidor -lo llamaremos el consumidor moderno – muy exigente y complicado, que genera un problema económico tendencialmente insoluble, y que es lo que origina la gran crisis que afecta a la actual pero ya vieja civilización moderna.
En efecto, desde ambas racionalidades (la del mercado capitalista y la del Estado proveedor), las necesidades están creciendo, multiplicándose y diversificándose, y en consecuencia la economía está fuertemente presionada a crecer, a multiplicar su oferta de bienes y servicios, para satisfacer tanto las demandas colectivas que se exigen al Estado, como las demandas individuales que se expresan en el mercado. Desde ambas perspectivas, desde ambas lógicas, se está viviendo un elevamiento del umbral de la cantidad de productos que se demandan y del nivel de acceso al que se aspira.

Por un lado está la lógica del mercado, que es fundamentalmente una lógica de individuación, una lógica de diferenciación mediante la posesión de cosas, donde cada cual trata de diferenciarse, de prestigiarse, de tener acceso a más bienes y servicios. Entonces se produce una suerte de persecusión, porque nadie quiere quedar rezagado: quienes tienen mayor capacidad de compra demandan bienes y servicios cada vez más sofisticados, cada vez más complejos, o en cantidades mayores. Los que los siguen, van accediendo a esos niveles con algún retraso; pero ya los más avanzados se distancian adquiriendo productos más sofisticados, más refinados. Y así continúa en el mercado una persecusión imparable.

Al mismo tiempo se genera un elevamiento persistente del nivel mínimo considerado socialmente aceptable. El elevamiento del nivel individual genera un elevamiento del nivel colectivo, por efecto demostración, por efecto de imitación, por efecto de que "bueno, lo que otros tienen por qué no lo podemos tener todos". De este modo el Estado es exigido a ofrecerle a sus ciudadanos mejores condiciones de habitabilidad, más medios de transporte, mejores sistemas educativos, mejores servicios de protección y de salud, acceso a la educación en niveles cada vez más elevados, etc.
A su vez, el elevamiento del nivel de lo que es común para todos genera una presión en el mercado para diferenciarse por arriba. Porque si, por ejemplo, ya todos tuvieran educación universitaria, el mercado generará las instancias para que todos aquellos que quieran ser más que el común y que presionan por niveles de enseñanza más elevados para sus hijos, les sean provistos. Y así en todos los ámbitos de necesidades.

Entonces, el consumidor moderno, además de ser insaciable, es tremendamente demandante y exigente frente al Estado, pues considera que tiene derecho a que el Estado le provea de todo lo que se necesita para alcanzar el nivel social medio, y además, que tiene derecho a que el mercado le proporcione todo lo que desee y pueda pagar. Y si no lo puede pagar, considera que tiene derecho a que le den el crédito necesario para comprarlo.

Todo esto da lugar a un proceso de aceleración impresionante de las demandas, tanto individuales como sociales. Es lo que estamos viviendo en la actualidad. Y esa expansión y esa explosión de las necesidades y de las demandas hacia el mercado y hacia el Estado, genera una presión enorme sobre el sistema productivo. Una presión para crecer, es decir, para aumentar aceleradamente el proceso de producción de bienes y servicios junto con la acelerada expansión de las necesidades.

Pero hay que preguntarse: ¿es posible este crecimiento indefinido? ¿Habrá recursos y capacidades suficientes para sostener este crecimiento permanente? Si se continuara por este camino ¿serán reversibles las consecuencias que está teniendo sobre el medio ambiente y la ecología? ¿Y será posible superar los gravísimos impactos que este consumismo exacerbado está teniendo sobre la convivencia colectiva, la gobernabilidad, la ética social y los valores culturales y espirituales? Más aún, ¿no es acaso por estarse llegando a los límites posibles de este crecimiento del consumo, que hoy se torna evidente la crisis orgánica de la civilización moderna, y se plantea la necesidad urgente de construir una civilización y una economía distintas? Y yendo más al fondo del asunto: ¿será verdad que accediendo a más productos y servicios alcanzamos una mejor satisfacción de las necesidades humanas, que nos hacemos más felices, que nos realizamos mejor como personas?






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