Per una nuova civiltà (26)

Data Wed 21 December 2011 5:00 | Categoria: economia di solidarietà

{Da mercoledì 29 giugno, vado pubblicando una serie organica di video di Luis Razeto, accompagnati di volta in volta dalla traduzione italiana, e dal testo originario in spagnolo.}

¿Cómo iniciar la creación de una nueva civilización? (26)


XXVI. Dove si analizza la questione dello Stato nella nuova civiltà: il posto che potrà occupare, e le trasformazioni che dovrà sperimentare.

Un’altra questione fondamentale sulla quale dobbiamo riflettere rispetto alla ‘nuova politica’ riguarda lo Stato. Abbiamo visto che lo Stato costituisce la ‘forma unificante’ propria della civiltà moderna, rappresentando il perno centrale del suo pilastro politico. Se vogliamo passare a una civiltà nuova e superiore, occorre domandarsi se lo Stato continuerà a esistere in essa, e nel caso la risposta sia positiva, a quali condizioni la sua presenza e attività non implicherà il mantenere la politica intrappolata nella logica della civiltà moderna che decade e muore.

Abbiamo già detto che la storia delle civiltà dimostra che tra una civiltà e la successiva non c’è rottura e separazione completa, bensì molti elementi della civiltà precedente rimangono vigenti e attivi nella nuova civiltà. Ma la questione, nel caso della domanda che ci siamo fatti, non riguarda un elemento qualsiasi, bensì la ‘forma unificante’, che per definizione è ciò che qualifica essenzialmente una civiltà. Sarebbe, dunque, da sperare che essendo lo Stato la ‘forma unificante’ centrale della civiltà moderna, smetta di esserlo nella nuova civiltà che emerge.

Orbene, la prima cosa che possiamo dire riguardo a ciò è che non sarebbe la prima volta che la ‘forma unificante’ di una civiltà rimane vigente e attiva nella nuova civiltà, sebbene non più operando come ‘forma unificante’ centrale, ma ridotta a elemento o componente particolare, e in quanto tale, subordinata e in un certo senso degradata, integrandosi nella nuova civiltà che la sostituisce. Questo fu, per esempio, il caso della Chiesa Cattolica, che dall’essere stata la ‘forma unificante’ della civiltà medievale, rimane operante nella civiltà moderna, nella quale è lo Stato ad assumere la qualità centrale di ‘forma unificante’.

Basandoci su questo precedente storico, e pensando che lo Stato compie alcune importanti funzioni che dovranno continuare a essere svolte nella nuova civiltà, possiamo formulare l’ipotesi che lo Stato continuerà a esistere nella nuova civiltà, ma non più compiendo il compito di ‘forma unificante’, bensì, spogliato dei suoi attributi di centralità, subordinato a un altro componente organizzatore centrale della vita sociale e politica. E, inoltre, profondamente riformato, trasformato internamente.
Esaminiamo cosa può significare e come si può giungere a ciò.
In base a tutto ciò che abbiamo esaminato fin qui, e specialmente in riferimento ai soggetti creatori della nuova civiltà, alle dimensioni di questa e alle forme della sua espansione, al modo di elaborazione della sua specifica ‘forma unificante’, e alle caratteristiche della nuova politica, possiamo proporre alcune importanti conclusioni sulle trasformazioni che dovrà sperimentare lo Stato nel passaggio alla nuova civiltà.

Prima di tutto, la creazione della nuova civiltà dovrà comportare una riduzione sostanziale dello Stato e delle sue funzioni. Ciò, da un lato, in quanto il recupero del controllo delle proprie condizioni di vita, da parte delle persone, delle organizzazioni, delle reti e delle comunità locali, implica che molte delle funzioni e attività che nella civiltà moderna sono state concentrate nello Stato, si decentreranno e dissemineranno socialmente. Diciamo che lo Stato sperimenterà, in questo senso, un certo ‘svuotamento dal basso’. L’educazione, la salute, la fornitura di servizi locali, il divertimento, la previdenza sociale, la mutualità, e tanti altri aspetti necessari allo sviluppo della vita umana e della convivenza sociale, sperimenteranno un significativo processo di decentramento, recuperando le persone, le famiglie e le comunità locali, un insieme di funzioni e attività che si sono concentrate nello Stato, che le ha centralizzate, burocratizzate e omogeneizzate ingiustamente.

Questo è coerente con il criterio di creazione e stabilimento della nuova ‘forma unificante’ che procede dal basso verso l’alto, ossia conforme al principio che tutto ciò che possono realizzare le persone, e quindi le comunità e le istanze minori, debbono farlo autonomamente, dispiegando così le proprie capacità, mentre ciò che richiede il concorso di qualche livello di aggregazione superiore, lo assumeranno le istanze sociali immediatamente superiori che si costituiscono con tale proposito. In questo modo il processo di organizzazione sociale va ascendendo progressivamente versi i livelli societali maggiori e fino al livello universale, che si farà carico solo di ciò che può essere risolto adeguatamente soltanto a questi livelli superiori.

Il potere, in questo modo, lungi dal concentrarsi nello Stato, si diffonde socialmente, permettendo che ogni persona, ogni gruppo e ogni comunità creativa, autonoma e solidale, ai propri rispettivi livelli, si facciano carico di quanto possono compiere soddisfacentemente - ciò che ne permette l’effettiva appropriazione delle scelte decisive. E come conseguenza di ciò, la società umana si andrà articolando come comunità di comunità, organizzazione di organizzazioni, rete di reti.

Nello stesso tempo, e considerando che in questo modo la nuova civiltà si proietta in dimensioni planetarie o universali, ci saranno aspetti e funzioni che oggi sono compiute dallo Stato – apparentemente in rappresentanza della società tutta senza che ciò sia effettivo date le sue caratteristiche territoriali determinate – che si trasformeranno in istanze universali, che siano realmente espressione della umanità. Sarà un processo che, in questo senso, possiamo intendere come un certo ‘svuotamento’ dello Stato ‘dall’alto’.

In questo secondo senso possiamo pensare, per esempio, che gli Stati nazionali dovranno essere spogliati della capacità di fare guerre, ossia che rimangano sprovvisti dei loro attuali eserciti nazionali, posto che il bene dell’umanità e la nuova civiltà richiedono la pace tra le nazioni ed è ovvio che sia stata la disposizione degli eserciti agli ordini degli Stati ciò che ha reso possibile che nel corso di tutta la civiltà moderna si siano realizzate tante nefaste guerre fratricide tra le nazioni.

Sarà invece un organismo universale che riunisca tutte le nazioni, che vi trovano tutte un'adeguata rappresentanza e partecipazione, ad avere le capacità militari necessarie a prevenire un attacco di alcune nazioni contro altre nazioni, ad assicurare la pace universale, e prevenire l'instaurazione di rapporti di dominazione e oppressione dei deboli da parte del più forte.

Un altro elemento che si è dimostrato dannoso per l’esistenza di un ordine sociale giusto tra le nazioni, è stato il monopolio degli Stati nazionali moderni nella emissione e nel controllo del denaro. Un ordine economico giusto richiederà che le transazioni commerciali a livello internazionale non siano realizzate mediante l’uso di una o poche ‘divise’ emesse o controllate da uno o pochi Stati molto potenti, che con ciò impongono condizioni di scambio diseguale con gli altri paesi. Diventerà indispensabile una moneta unica, una moneta di circolazione universale, per il commercio e le finanze internazionali, che dovrà essere emessa e controllata da qualche istanza e nella quale tutte le nazioni trovino adeguata rappresentanza e partecipazione. Allo stesso tempo, ‘dal basso’, sarà possibile e conveniente la nascita di monete locali, comunitarie, comunali e complementari, che facilitino gli interscambi e promuovano gli sviluppi locali, comunitari e comunali.

Ora, oltre alla riduzione e al relativo ‘svuotamento’ dei propri poteri attualmente superconcentrati, lo Stato richiederà processi di trasformazione profonda, nella direzione della sua effettiva e reale democratizzazione, e in ordine all’espansione dei cittadini nei processi decisionali.

Per prima cosa, e per i motivi di cui sopra, i partiti politici non saranno più parte della struttura dello Stato, non eserciteranno la funzione di selezione dei dirigenti dello Stato, non assumeranno la rappresentanza dei gruppi, classi o categorie particolari. Di conseguenza la politica e lo Stato non si svilupperà in una situazione di conflitto permanente di interessi e ideologie contrastanti.

La necessaria mediazione tra i cittadini e lo Stato centrale non sarà realizzata dai partiti politici, ma dalle organizzazioni, comunità, reti, e altri aggruppamenti che le persone formeranno nella società civile, porterà a una partecipazione diretta a uno Stato configurato come organizzazione delle organizzazioni, come comunità delle comunità, come rete delle reti.

La rappresentanza indiretta degli individui, che è propria delle democrazie nella civiltà moderna, che implica inevitabilmente la divisione tra dirigenti e diretti, sarà sostituita nella nuova civiltà dalla partecipazione diretta delle comunità e altre organizzazioni che si siano generate nella società civile; partecipazione che si realizzerà in istanze consultive e decisionali, nelle quali si farà a meno delle burocrazie permanenti che sono proprie degli Stati attuali in crisi. Nelle nuove forme dello Stato, le funzioni tecniche specializzate e gli specialisti che il loro esercizio potranno richiedere, resteranno sotto il controllo dei cittadini e delle comunità.

Lasciamo qui queste riflessioni e idee sullo Stato nella nuova civiltà, essendo chiaro che ciò che abbiamo enunciato tanto sinteticamente, non sono più che ipotesi provvisorie, coerenti e conseguenti con quanto abbiamo pensato fin qui sulla nuova politica. Poiché, allo stesso modo che le altre dimensioni le forme e i contenuti che assumano in essa gli Stati saranno concepiti, progettati, creati e perfezionati dai soggetti creativi, autonomi e solidali che la costruiranno.

Ciò che è chiaro è che lo Stato sperimenterà trasformazioni profonde nel processo di creazione della nuova civiltà. Queste trasformazioni saranno il risultato dello stesso processo di creazione della nuova politica, nel seno della società politica che – come abbiamo visto prima – si configurerà anche come società politica, senza generare un potere politico che si sollevi sopra la società e s’imponga su di essa.

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XXVI. Donde se analiza la cuestión del Estado en la nueva civilización: el lugar que podrá ocupar, y las transformaciones que tendrá que experimentar.

Otra cuestión fundamental que debemos reflexionar respecto a la 'nueva política' se refiere al Estado. Hemos visto que el Estado constituye la 'forma unificante' propia de la civilización moderna, constituyéndose en el eje central de su pilar político. Si nos planteamos transitar a una civilización nueva y superior, cabe preguntarse si el Estado permanecerá vigente en ésta, y en el caso que la respuesta sea positiva, bajo qué condiciones su presencia y actividad no implicará mantener la política atrapada en la lógica de la civilización moderna que decae y perece.

Ya hemos dicho que la historia de las civilizaciones demuestra que entre una civilización y la siguiente no hay una ruptura o separación completa, sino que muchos elementos de la civilización anterior permanecen vigentes y activos en la civilización nueva. Pero la cuestión, en el caso de la pregunta que nos hemos planteado, se refiere no a un elemento cualquiera, sino a la 'forma unificante', que por definición, es lo que define centralmente a una civilización. Sería, pues, de esperar que siendo el Estado la 'forma unificante' central de la civilización moderna, deje de serlo en la nueva civilización que emerge.

Pues bien, lo primero que podemos decir al respecto es que no sería la primera vez que la 'forma unificante' de una civilización permanece vigente y activa en la nueva civilización, aunque no ya operando como tal 'forma unificante' central, sino reducida a elemento o componente particular, y en cuanto tal, subordinada y en cierto sentido degradada, al integrarse en la nueva civilización que la sustituye. Este fue, por ejemplo, el caso de la Iglesia Católica, que de haber sido la 'forma unificante' de la civilización medieval europea, permanece operante en la civilización moderna, en la cual ha sido el Estado el que asume la calidad central de 'forma unificante'.

Basándonos en ese precedente histórico, y pensando que el Estado cumple algunas importantes funciones que deberán seguir realizándose en la nueva civilización, podemos formular la hipótesis que el Estado continuará presente en la nueva civilización, pero ya no cumpliendo el papel de 'forma unificante', sino despojado de sus atributos de centralidad, reducido en sus funciones, subordinado a otro componente organizador central de la vida social y política. Y, además, profundamente reformado, transformado internamente.

Examinemos lo que puede significar y cómo se pueda llegar a todo esto.

En base a todo lo que hemos examinado hasta aquí, y especialmente en lo referido a los sujetos creadores de la nueva civilización, a las dimensiones de ésta y a la forma de su expansión, al modo de elaboración de su 'forma unificante' propia, y a las características de la nueva política, podemos adelantar algunas importantes conclusiones sobre las transformaciones que debiera experimentar el Estado en la transición a la nueva civilización.

Ante todo, la creación de la nueva civilización debiera implicar una sustancial reducción del poder del Estado y de sus funciones. Ello, por un lado, en cuanto la recuperación del control sobre las propias condiciones de vida, por parte de las personas, de las organizaciones, de las redes y de las comunidades locales, implica que muchas de las funciones y actividades que en la civilización moderna han sido concentradas en el Estado, se descentralizarán y diseminarán socialmente. Digamos que el Estado experimentará, en tal sentido, un cierto 'vaciamiento desde abajo'. La educación, la salud, la provisión de servicios de proximidad, el entretenimiento, la previsión social, la ayuda mutua, y tantos otros aspectos necesarios para el desarrollo de la vida humana y de la convivencia social, experimentarán un significativo proceso de descentralización, recuperando las personas, las familias y las comunidades locales, un conjunto de funciones y actividades que se han ido concentrando en el Estado, que las ha centralizado, burocratizado y homogeneizado injustamente.
Esto es coherente con el criterio de elaboración y establecimiento de la nueva 'forma unificante' que procede desde abajo hacia arriba, o sea conforme al principio de que todo lo que pueden realizar las personas, y luego las comunidades e instancias menores, deben hacerlo ellas mismas, desplegando así sus propias capacidades, mientras que aquello que requiera el concurso de algún nivel de agregación superior, lo asumirán las instancias sociales inmediatamente superiores que se creen con ese propósito. De este modo el proceso de la organización social va ascendiendo progresivamente hacia los niveles societales mayores y hasta finalmente el nivel universal, que se hará cargo de aquello que sólo puede ser adecuadamente resuelto en estos niveles superiores.

El poder, de este modo, lejos de concentrarse en el Estado, se difumina socialmente, permitiendo que cada persona, cada grupo y cada comunidad creativa, autónoma y solidaria,, en sus respectivos niveles, se hagan cargo de lo que pueden satisfactoriamente cumplir, lo que les permite su efectivo empoderamiento. Y como consecuencia de ello, la sociedad humana se irá articulando como una comunidad de comunidades, una organización de organizaciones, una red de redes.
Al mismo tiempo, y considerando que de este modo la nueva civilización se proyecta en dimensiones planetarias o universales, habrá aspectos y funciones que hoy cumple el Estado - aparentemente en representación de la sociedad toda sin que esto sea efectivo dadas sus características territoriales determinadas -, que se trasladarán a instancias universales, que sean realmente expresión de la humanidad. Será un proceso que, en este sentido, podemos entender como cierto 'vaciamiento' del Estado 'desde arriba'.

En este segundo sentido podemos pensar, por ejemplo, que los Estados nacionales debieran ser despojados de la capacidad de realizar guerras, o sea quedar desprovistos de los actuales ejércitos nacionales, puesto que el bien de la humanidad y la nueva civilización requieren la paz entre las naciones, y es obvio que ha sido la disposición de ejércitos bajo el control de los Estados lo que ha posibilitado que a lo largo de toda la civilización moderna se hayan realizado tantas nefastas guerras fratricidas entre naciones.

Será en cambio una instancia universal que agrupe a todas las naciones, en la que todas ellas encuentren adecuada representación y participación, la que podrá disponer de las capacidades militares necesarias para impedir que una naciones se levanten contra otras, y para asegurar la paz universal, impidiendo que se establezcan relaciones de dominio y opresión de las más débiles por las más fuertes.

Otro elemento que se ha demostrado dañino para la existencia de un orden social justo entre las naciones, ha sido el monopolio que han tenido los Estados nacionales modernos en la emisión y control del dinero. Un orden económico justo requeriría que las transacciones comerciales a nivel internacional no fueran realizadas mediante el uso de una o pocas 'divisas' emitidas y controladas por uno o pocos Estados muy poderosos, que con ello imponen condiciones de intercambio inequitativos con los otros países. Se hace indispensable una moneda única, una moneda de circulación universal, para el comercio y las finanzas internacionales, que ha de ser emitida y controlada por alguna instancia en la que todas las naciones encuentren adecuada representación y participación. Al mismo tiempo, 'desde abajo', será posible y conveniente el surgimiento de monedas locales, comunitarias, comunales y complementarias, que faciliten los intercambios y fomenten los desarrollos locales, comunitarios y comunales.

Ahora bien, además de la reducción y relativo 'vaciamiento' de sus poderes actualmente sobre-concentrados, el Estado requerirá procesos de transformación profunda, en la dirección de su efectiva y real democratización, y en orden a expandir la participación ciudadana en sus procesos decisionales.
Por de pronto, y por las razones expuestas anteriormente, los partidos políticos ya no serían parte de la estructura del Estado, no ejercerían la función de selección del personal directivo del Estado, no tendrían la representación de grupos, clases o categorías particulares. En consecuencia la política y el Estado no se desenvolverían en un estado de permanente conflicto de intereses y de ideologías contrastantes.
La necesaria mediación entre los ciudadanos y el Estado central no sería realizada por partidos políticos, sino que las organizaciones, comunidades, redes y demás agrupamientos que las personas formarían en la sociedad civil, tendrían participación directa en un Estado configurado como organización de organizaciones, como comunidad de comunidades, como red de redes.

La representación indirecta de los individuos, que es propia de las democracias en la civilización moderna, que implica inevitablemente la división entre dirigentes y dirigidos, sería sustituida en la nueva civilización por la participación directa de las comunidades y demás organizaciones que se hayan generadas en la sociedad civil; participación que se realizaría en instancias consultivas y decisionales, en las que se prescindiría de las burocracias permanentes que son propias de los Estados actuales en crisis. En las nuevas formas del Estados, las funciones técnicas especializadas, y los especialistas que su ejercicio pudiera requerir, quedarían bajo el control de los ciudadanos y de sus comunidades.
Dejamos hasta aquí estas reflexiones e ideas sobre el Estado en la nueva civilización, siendo claro que lo que hemos enunciado tan sintéticamente, no son más que hipótesis provisorias, coherentes y consecuentes con cuanto hemos reflexionado hasta aquí sobre la nueva política. Porque, del mismo modo que en las otras dimensiones de la nueva civilización, las formas y los contenidos que asuman en ella los Estados, serán concebidos, proyectados, creados y perfeccionados por los propios sujetos creativos, autónomos y solidarios que la construyan.

Lo que es claro es que el Estado experimentará transformaciones profundas en el proceso de creación de la nueva civilización. Tales transformaciones serán el resultado del proceso mismo de creación de la nueva política, en el seno de la sociedad civil que - como vimos antes - se configurará también como sociedad política, sin generar un poder político que se levante por sobre la sociedad y se imponga sobre ella.







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