Per una nuova civiltà (25)

Data Wed 14 December 2011 5:00 | Categoria: economia di solidarietà

{Da mercoledì 29 giugno, vado pubblicando una serie organica di video di Luis Razeto, accompagnati di volta in volta dalla traduzione italiana, e dal testo originario in spagnolo.}

¿Cómo iniciar la creación de una nueva civilización? (25)


XXV. Sul progetto politico: ¿Utopico o realista? ¿Chi lo elabora? ¿Come si stabiliscono i fini e i mezzi?

La dimensione trasformatrice della nuova politica si manifesta nel progetto che la guida e orienta. Si cerca di trasformare la realtà sociale a partire dalla situazione presente, per portarla a una nuova situazione storica. In questo consiste il progetto politico. Un progetto che, quando si tratta di passare a una nuova civiltà, è un progetto di trasformazione profonda della struttura economica, dell’organizzazione sociale, dell’istituzione politica, della vita culturale, etc.

Orbene, la prima cosa che implica ogni progetto politico è la formulazione dei fini e degli obiettivi da realizzare in un orizzonte di tempo prolungato, ossia nella lunga durata storica. Deve includere anche l’indicazione degli obiettivi e delle mete da raggiungere nel medio e nel breve termine, come tappe di un cammino che porta al risultato finale desiderato. Il progetto implica anche l’identificazione dei mezzi necessari alla sua realizzazione, in modo che in tutto il progetto politico si stabilisca una relazione tra mezzi e fini.

Nella politica della vecchia civiltà moderna ci sono stati vari modi di definire il progetto. Una di quelle consiste nell’assumere in anticipo e una volta per sempre, un determinato ‘modello’ teorico di società, che deve essere ‘applicato’ e tradotto in pratica dai soggetti ‘sensibilizzati’ del progetto. Nel ‘modello’ si fissa ciò che si considera il ‘dover essere’ della società da costruire, che in certi casi deriva da una concezione etica o da una dottrina sociale che decide ciò che è da considerare giusto, umano, naturale, necessario, razionale, etc. In altri casi il ‘modello’ deriva da una ideologia, che esprimerebbe gli interessi di una classe o gruppo sociale, religioso o di qualche altro tipo, che si suppone sia il portatore dell’interesse generale della società. In ambo i casi, il progetto ha poco a che vedere con l’analisi della realtà presente e con le caratteristiche particolari e concrete dei soggetti chiamati a realizzare il progetto. Ciò che ‘devono’ fare gli agenti della trasformazione, è ‘prendere coscienza’ del ‘modello’ e convertirsi in mezzi e strumenti per tradurlo in pratica.

Tutti i progetti di società definiti in questo modo sono risultati utopici e irrealizzabili. La ragione di ciò è chiara: quando si pensa ad ‘applicare’ un modello teorico nella pratica, ossia di configurare la realtà sociale intera secondo un ‘modello’ ideale elaborato da qualcuno, accade inevitabilmente che si generano forze antagoniste, dal momento che ci sono altri modi di pensare, altre organizzazioni e altri interessi diversi, che dispiegano forze di opposizione e cercano risultati differenti dal progetto che si desidera impiantare da parte del gruppo portatore del ‘modello’. E il risultato è sempre una realtà che entra in un conflitto che tende a essere permanente. Il massimo a cui si può aspirare lungo questa strada è concretizzare, per un periodo di tempo storicamente breve, qualcosa come una caricatura deformata dell’ideale cercato, e questo in base a una brutale forza dominatrice-ideologica, politica e/o militare – controllata da un gruppo che s’impone sugli altri. Perché per cambiare e riorganizzare tutta la società secondo un modello preliminarmente stabilito, occorre disporre di, e utilizzare, molto potere, un potere immenso posseduto dai portatori ed esecutori del ‘modello’ in questione. Ma disporre di molto potere implica concentrarlo e accumularlo, ciò che si può verificare soltanto nella misura in cui altri siano spogliati della propria capacità di prendere decisioni.
Ma questo, la trasformazione sociale concepita come l’applicazione di un ‘modello’ teorico di società non solo è irrealizzabile, è anche discutibile da un punto di vista etico. Che uno o tanti soggetti sociali, che non possono essere più che una parte della società, si considerino portatori di un progetto globale secondo il quale tutta la società debba essere rimodellata, presuppone partire dall’idea che costoro siano possessori in esclusiva della verità e dei valori appropriati.

Se, al contrario, partiamo dal presupposto che la verità e i valori si trovano diffusi socialmente e che nessuno li possiede per intero; che tutte le persone e gruppi hanno idee, valori, interessi e aspirazioni che possono essere legittimi e che hanno diritto all’esistenza; che l’omogeneità sociale è un impoverimento dell’esperienza umana; e che invece la diversità e il pluralismo costituiscono una ricchezza e sono il prodotto della libertà creatrice degli uomini, ecco, si scopre che non è possibile né appropriato impostare un progetto di trasformazione come applicazione nella pratica di un ‘modello’ di società elaborato da pochi. Si fa evidente la necessità di pensare in altro modo la trasformazione sociale.

La critica di questo modo di concepire il progetto di trasformazione, non può tuttavia portarci ad adottare un altro modo di far politica, proprio della civiltà moderna in crisi, che possiamo definire come pragmatico. Nella politica pragmatica si parte sempre dall’analisi della situazione presente, ma la finalità dell’azione politica svanisce, e la politica viene ridotta alla gestione del dinamismo naturale o spontaneo della realtà esistente. Questo tipo di politica suole presentarsi come ‘realista’, in contrapposizione al carattere ‘idealista’ che avrebbe il modo precedentemente delineato. Ma la verità è che sotto tale ‘realismo’ si nasconde la rinuncia della politica all’azione trasformatrice, in quanto si abbandona la definizione di fini e obiettivi, e l’attività si concentra sui mezzi, ordinati a fini e obiettivi che si assumono passivamente, che non si elaborano coscientemente, perché si suppone siano già dati, predeterminati dal sistema imperante.

Solo la definizione di fini attraverso l’attività di un pensiero autonomo, può originare un’attività realmente trasformatrice. Quando, invece, si considerano i fini come già determinati, non c’è vera trasformazione. La determinazione di fini e obiettivi nuovi, che trascendano la razionalità propria della civiltà in declino, è l’inizio di un’azione realmente trasformatrice. Ma la definizione dei fini non consiste nella definizione di un ‘modello’ ideale, di un ‘dover essere’ della società derivato deduttivamente da principi astratti. ¿Come sono, e come si definiscono, dunque, gli obiettivi della nuova politica trasformatrice?

La prima cosa che bisogna dire, è che i soggetti che perseguono la creazione di una civiltà nuova e superiore, si propongono fini e obiettivi da realizzare da se medesimi. Sono, in questo senso, massimamente realisti e pratici, essendo obbligati a formularli considerando le condizioni esistenti, le proprie reali capacità di azione, le proprie energie e volontà di realizzazione. Non si immaginano obiettivi globali che ‘qualcuno’ – ossia ‘altri’ – traduca in pratica.

Tuttavia, ponendosi obiettivi realizzabili, di lungo, medio e breve termine, i portatori del progetto trasformatore non contano solamente sulle capacità e forze che posseggono loro stessi, poiché il progetto contiene l’obiettivo di espandere le proprie capacità, e anche quello di invitare, chiamare, motivare le capacità ed energie di tutte le altre persone e organizzazioni esistenti, che possono integrarsi nella realizzazione del progetto trasformatore. Al progetto, dunque, si integrano sempre nuove forze, e si integrano nuovi obiettivi e fini, condivisi da tutti coloro che potenzialmente possono associarsi alla sua realizzazione. Il progetto è, così, espansivo, moltiplicatore delle energie richieste dalla sua realizzazione.

In questo modo, i fini sono pensati in relazione alle forze di cui si dispone potenzialmente, e con le premesse e situazioni esistenti intese dinamicamente. La nuova politica orientata a creare una nuova civiltà, si basa sulla realtà effettiva, perché la realtà può essere cambiata soltanto dalla realtà; ma la realtà non è intesa come qualcosa di statico o in equilibrio stabile, bensì come un insieme di soggetti e forze umane, individuali e sociali, che possono proporsi obiettivi e progetti da realizzare attraverso la propria volontà e attività cosciente. A partire da questa realtà esistente, nella quale esistono soggetti e forze progressive, capaci di condividere gli obiettivi alla cui realizzazione sono invitati, si va configurando un progetto trasformatore in espansione, e la realtà viene trasformata nella misura in cui si vanno compiendo gli obiettivi che definiscono il progetto.
Occorre domandarsi ancora, più specificamente, ¿Qual è la realtà pertinente da considerare per fissare gli obiettivi di trasformazione? ¿E come procediamo a conoscerla? ¿E in base a quali aspetti o elementi della realtà possiamo fissare gli obiettivi della sua trasformazione?

Queste domande sono cruciali per differenziare la nuova politica dalla politica pragmatica, dal momento che anch’essa afferma di basarsi sulla realtà e di mantenersi al livello del realismo politico. In effetti, l’analisi della realtà sulla quale si basa la formulazione del progetto nella nuova politica, si sviluppa attraverso quella nuova struttura della conoscenza alla quale ci siamo riferiti precedentemente, ossia quelle scienze che definiamo come ‘critiche’ e ‘comprensive’, che concepiscono la realtà storica come configurata da tutti i soggetti che la costruiscono, e che pongono in essa la propria soggettività e le proprie interazioni, inclusa l’etica e i valori che guidano la propria azione, gli interessi e le passioni che li muovono, e che configurano rapporti di forze sociali che vanno determinando il corso della storia.
Da questo punto di vista, ciò che più interessa dal punto di vista della elaborazione del progetto, identificando fini e mezzi trasformatori, è la comprensione delle nuove razionalità economiche, politiche e culturali emergenti, che siano suscettibili d’essere potenziate mediante l’azione politica dei soggetti che si propongono il progetto della nuova civiltà.

Il punto di partenza sarà il riconoscimento dei soggetti attivi esistenti, e in particolare di quelli che agiscono orientati in certe direzioni che siano potenzialmente convergenti con il progetto di una nuova civiltà, e che possano essere motivati e potenziati con la proposta di fini e obiettivi più ampi, coerenti e integrabili nel gran progetto. A misura che questi soggetti (persone, organizzazioni, comunità, reti etc.) si sviluppano in funzione dei propri obiettivi particolari e nell’interazione con i soggetti che si propongono il progetto più ampio della nuova civiltà, essi andranno ampliando il campo della propria coscienza possibile, orientandosi progressivamente verso la prospettiva della nuova civiltà, con il che arriveranno a pensare, a proporsi e a realizzare obiettivi più vasti e profondi.

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XXV. Sobre el proyecto político: ¿Utópico o realista? ¿Quién lo elabora? ¿Cómo se establecen los fines y los medios?

La dimensión transformadora de la nueva política se expresa en el proyecto que la guía y orienta. Se busca transformar la realidad social a partir de la situación presente, para llevarla a una nueva situación histórica. En eso consiste el proyecto político. Un proyecto que, cuando se trata de transitar hacia una nueva civilización, es un proyecto de transformación profunda de la estructura económica, de la organización social, de la institucionalidad política, de la vida cultural, etc.

Pues bien, lo primero que implica cualquier proyecto político es la formulación de fines y objetivos a realizar con un horizonte de tiempo prolongado, o sea en el largo plazo histórico. Ha de incluir también la indicación de objetivos y metas a lograr en el mediano y en el corto plazo, como etapas de un camino conducente al resultado finalmente deseado. El proyecto implica también la identificación de los medios necesarios para su realización, de modo que en todo proyecto político se establece una relación entre medios y fines.

En la política de la vieja civilización moderna ha habido varias formas de definir el proyecto. Una de ellas consiste en asumir de antemano y de una vez para siempre, un determinado 'modelo' teórico de sociedad, que ha de ser 'aplicado' y llevado a la práctica por los sujetos 'concientizados' en el proyecto. En el 'modelo' se fija lo que se considera el 'deber ser' de la sociedad por construir, que en algunos casos se deriva de una concepción ética o de una doctrina social que dirime lo que se considera justo, humano, natural, necesario, racional, etc. En otros casos el 'modelo' se deriva de una ideología, que expresaría el interés de una clase o de un grupo social, religioso o de cualquier otro tipo, que se supone que es el portador del interés general de la sociedad.

En ambos casos, el proyecto tiene poco que ver con el análisis de la realidad presente y con las características particulares y concretas de los sujetos supuestamente llamados a materializar el proyecto. Lo que 'deben' hacer los agentes del cambio, es 'tomar conciencia' del 'modelo' y convertirse en medios e instrumentos para llevarlo a la práctica.

Todos los proyectos de sociedad definidos de ese modo han resultado utópicos e irrealizables. La razón de ello es clara: cuando se piensa en 'aplicar' un modelo teórico a la práctica, o sea de configurar la realidad social entera conforme a un 'modelo' ideal elaborado por algunos, ocurre inevitablemente que se generan fuerzas antagónicas, pues hay otros modos de pensar, otras organizaciones y otros intereses diferentes, que desplegarán fuerzas de oposición y que buscarán resultados distintos al proyecto que se quisiera implantar por el grupo portador del 'modelo'. Y el resultado es siempre una realidad que entra en un conflicto que tiende a ser permanente. A lo más que se podría aspirar por ese camino es a concretizar, por un período de tiempo históricamente breve, algo así como una caricatura deformada del ideal buscado, y ello en base a una brutal fuerza dominadora -ideológica, política y/o militar- controlada por un grupo que se impone sobre los demás. Porque para cambiar y reorganizar toda la sociedad conforme a un 'modelo' previamente definido, se necesita disponer y utilizar mucho poder, un poder inmenso detentado y utilizado por quienes sean los portadores y ejecutores del 'modelo' en cuestión. Pero disponer de mucho poder supone concentrarlo y acumularlo, lo que sólo puede verificarse en la medida que muchos otros sean despojados de su propia capacidad de tomar decisiones.

Por ello, la transformación social concebida como la aplicación de un 'modelo' teórico de sociedad es no sólo irrealizable, sino también cuestionable desde un punto de vista ético. Que uno o varios sujetos sociales, que no pueden ser mas que una parte de la sociedad, se consideren portadores de un proyecto global conforme al cual toda la sociedad deba ser remodelada, supone partir de la base que ellos son poseedores en exclusiva de la verdad y de los valores apropiados.

Si, por el contrario, partimos del supuesto que la verdad y los valores se encuentran repartidos socialmente y que nadie los posee totalmente; de que todos las personas y grupos tienen ideas, valores, intereses y aspiraciones que pueden ser legítimos y que tienen derecho a existir; de que la homogeneidad social es un empobrecimiento de la experiencia humana, y que en cambio la diversidad y el pluralismo constituyen una riqueza y son el producto de la libertad creadora de los hombres, entonces se descubre que no es posible ni apropiado plantearse un proyecto de transformación entendido como la aplicación a la práctica de un 'modelo' de sociedad elaborado por unos pocos. Se hace evidente la necesidad de pensar de otra manera la transformación social.

La crítica de aquél modo de concebir el proyecto de transformación, no puede sin embargo llevarnos a adoptar ese otro modo de hacer política, que es también muy propio de la civilización moderna en crisis, que podemos calificar como pragmático. En la política pragmática se parte siempre del análisis de la situación presente, pero la finalidad de la acción política se desvanece, y la política queda reducida a la gestión del dinamismo natural o espontáneo de la realidad existente. Este tipo de política suele afirmarse como 'realista', en contraposición al carácter 'idealista' que tendría el modo anterior. Pero la verdad es que bajo tal 'realismo' se esconde la renuncia de la política a la acción transformadora, porque se ha abandonado la definición de fines y objetivos, y la actividad se centra al nivel de los medios, en orden a fines u objetivos que se asumen pasivamente, que no se elaboran conscientemente, porque se supone que ya están dados, predeterminados por el sistema imperante.

Sólo la definición de fines mediante una actividad de pensamiento autónomo, puede originar actividad realmente transformadora. Cuando, en cambio, se dan los fines como ya determinados, no hay verdadera transformación posible. La determinación de fines u objetivos nuevos, que trasciendan la racionalidad inherente a la civilización que caduca, es el comienzo de una acción realmente transformadora. Pero la definición de los fines no consiste en la formulación de un 'modelo' ideal, de un 'deber ser' de la sociedad derivado deductivamente en base a principios abstractos. ¿Cómo son, y cómo se formulan, entonces, los objetivos de la nueva política transformadora?

Lo primero que hay que decir, es que los sujetos que asumen la creación de una civilización nueva y superior, se plantean fines y objetivos para ser realizados por ellos mismos. Son, en tal sentido, máximamente realistas y prácticos, estando obligados a formularlos considerando las condiciones existentes, las propias reales capacidades de acción, las propias energías y voluntad de realización. No se plantean objetivos globales para que 'alguien', - o sea 'otros' - los lleven a la práctica.

Sin embargo, al plantearse objetivos realizables, de largo, mediano y corto plazo, los portadores del proyecto transformador no cuentan solamente con las capacidades y fuerzas que tienen hoy ellos mismos, pues en su propio proyecto está el objetivo de expandir las propias capacidades, y también de invitar, de convocar, de motivar las capacidades y enegías de todas aquellas otras personas y organizaciones existentes, que puedan integrarse a la realización del proyecto transformador. Al proyecto, entonces, junto con integrarse siempre nuevas fuerzas, se integran nuevos objetivos y fines, que llegan a ser compartidos por todos quienes potencialmente puedan involucrarse en su realización.
El proyecto es, así, expansivo, multiplicador de las energías que requiere su realización.

De este modo, los fines son pensados en relación con las fuerzas de que se dispone potencialmente, y con las premisas y situaciones existentes entendidas dinámicamente. La nueva política orientada a crear una nueva civilización, se basa en la realidad efectiva, pues la realidad sólo puede ser cambiada con la realidad; pero la realidad no es entendida como algo estático o en equilibrio estable, sino como un conjunto de sujetos y fuerzas humanas, individuales y sociales, que pueden plantearse objetivos y proyectos por realizar mediante la propia voluntad y actividad consciente. A partir de esa realidad existente, en la cual existen sujetos y fuerzas progresivas, capaces de compartir los objetivos a cuya realización son invitados, se va configurando un proyecto transformador que se va expandiendo, y la realidad va siendo transformada en cuanto se vayan cumpliendo los objetivos que configuran el proyecto.

Cabe preguntarse aún, más específicamente, ¿cuál es la realidad pertinente de considerar para fijarse los objetivos de transformación? ¿Y cómo procedemos a conocerla? ¿Y en base a qué aspectos o elementos de la realidad podemos formular los objetivos de su transformación?

Estas preguntas son cruciales para diferenciar la nueva política de la política pragmática, que también ella afirma basarse en la realidad y mantenerse al nivel del realismo político. En efecto, el análisis de la realidad en que se basa la formulación del proyecto en la nueva política, se desarrolla a través de aquella nueva estructura del conocimiento a que nos referimos anteriormente, o sea en aquellas ciencias que definimos como 'críticas' y 'comprensivas', que conciben la realidad histórica como configurada por todos los sujetos que la construyen, y que ponen en ella toda su subjetividad y sus interacciones, incluida la ética y los valores con que guían su acción, los intereses y las pasiones que los mueven, y que configuran relaciones de fuerzas sociales que van determinando el curso de la historia.

Desde este punto de vista, lo que más interesa a los efectos de elaborar el proyecto, identificando fines y medios transformadores, es la comprensión de las nuevas racionalidades económicas, políticas y culturales emergentes, que sean posibles de ser potenciadas mediante la acción política de los sujetos que se plantean el proyecto de la nueva civilización.

El punto de partida será el reconocimiento de los sujetos activos existentes, y en particular de aquellos que actúan orientados en ciertas direcciones que sean potencialmente convergentes con el proyecto de una nueva civilización, y que puedan ser motivados y potenciados al proponerles fines y objetivos más amplios, coherentes e integrables en el gran proyecto. A medida que esos sujetos (personas, organizaciones, comunidades, redes, etc,) se desarrollan en función de sus objetivos particulares y en la interacción con los sujetos que se plantean el proyecto más amplio de la nueva civilización, ellos irán ampliando el campo de su conciencia posible, orientándose progresivamente hacia la perspectiva de la nueva civilización, con lo que llegarán a pensar, a proponerse y a realizar objetivos más amplios y profundos.






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