Per una nuova civiltà (24)

Data Wed 7 December 2011 5:00 | Categoria: economia di solidarietà

{Da mercoledì 29 giugno, vado pubblicando una serie organica di video di Luis Razeto, accompagnati di volta in volta dalla traduzione italiana, e dal testo originario in spagnolo.}

¿Cómo iniciar la creación de una nueva civilización? (24)


XXIV. Sulla dimensione trasformatrice della nuova politica. ¿Quanto di continuità con il passato e quanto di creazione del nuovo?

Abbiamo detto che la politica è azione organizzatrice dell’ordine sociale, e che allo stesso tempo è azione dinamizzatrice dei processi storici. In base a questo concetto generale di politica, affermiamo che la ‘nuova politica’ è una certa struttura dell’azione organizzatrice della comunità e trasformatrice della vita sociale, la quale a partire dalla realtà presente inizia la creazione di un nuovo ordine sociale e istituzionale proprio di una nuova e superiore civiltà. Nasce da qui una nuova domanda cruciale: ¿Quanto di continuità con il passato e quanto di azione trasformatrice? ¿Quanto di tradizione e quanto di creazione, quanto di conservazione e quanto di innovazione, devono caratterizzare la nuova politica? Si tratta, più precisamente, di concepire le relazioni che possono realizzarsi nel processo di creazione della nuova civiltà, tra la continuità e la novità, tra la tradizione e il progetto, tra la conservazione e l’innovazione.

Nell’affrontare la questione dell’integrazione sociale e culturale, e della ‘forma unificante’ della nuova civiltà, abbiamo sottolineato la prima dimensione della politica, e cioè la politica come organizzatrice di un nuovo ordine sociale. Orbene, nel passaggio a una nuova civiltà, agli inizi della sua creazione, la dimensione trasformatrice acquista un’importanza e una centralità speciale.

Nella politica moderna già definitivamente in crisi, la dimensione trasformatrice della politica è stata definita in due modi diversi, e in funzione di essa si sono articolati due diversi modelli di politica: la politica riformista e la politica rivoluzionaria.
La politica riformista enfatizza la continuità e la conservazione dell’ordine esistente, che si concepisce come suscettibile di essere dinamizzato e parzialmente modificato, ma in modo che non sia compromesso l’ordine vigente e la sua continuità fondamentale. Il processo storico è partecipato attraverso riforme adattive, tali che l’ordine sociale non sia perturbato; ancora di più, le riforme parziali sono impostate con il preciso obiettivo di rendere vane eventuali minacce all’ordine costituito, il quale se non si evolve corre il rischio di disintegrarsi come conseguenza dei conflitti che al suo interno si vanno producendo e accumulando.

È ovvio che questo modello della politica riformista non serve quando si tratta di creare una nuova civiltà, in quanto è orientato coscientemente a preservare l’ordine istituzionale esistente, nel campo economico, politico e culturale, riducendo il cambiamento e la novità ad aspetti secondari, e assumendo le dinamiche storiche in funzione del perfezionamento dei modi già consolidati di funzionamento dell’economia, della politica, della cultura.

L’altro modello, quello della politica rivoluzionaria, enfatizza la trasformazione, in modo tale che le strutture dell’ordine esistente siano sovvertite e sostituite da un ordine sociale radicalmente diverso. La politica rivoluzionaria immagina che sia possibile cambiare un ‘sistema’ economico, politico, sociale e culturale, con un altro completamente diverso, e questo in un breve periodo di tempo, mediante un processo di trasformazioni strutturali chiamate precisamente ‘rivoluzionarie’. Il modo di farlo sarebbe la presa del potere dello Stato da parte del partito o del gruppo portatore del progetto rivoluzionario, per poi imporre attraverso lo Stato le nuove realtà a tutta la società.

Neanche questo modello della politica rivoluzionaria è compatibile con la creazione di una civiltà superiore, poiché suppone un processo di concentrazione del potere che nega i valori essenziali della civiltà che vogliamo, e implica un potenziamento estremo dello Stato, ossia il rafforzamento di ciò che è precisamente l’istituzione unificatrice centrale della civiltà moderna in crisi. Vediamo così che tanto il modello riformista quanto il modello rivoluzionario, sono funzionali al mantenimento della vecchia civiltà moderna, sebbene con differenti ragioni.
La nuova politica, orientata verso una nuova civiltà storica, richiede di combinare in modo totalmente originale la continuità storica e la creazione del nuovo. Da un lato occorre riconoscere che l’elemento della continuità è essenziale nella creazione di una civiltà superiore, precisamente perché si tratta di un processo d’incivilimento che si propone di condurre a forme superiori di convivenza umana. L’estrema rottura con il passato, propria dei movimenti rivoluzionari, suole generare dinamiche che in molti casi sono potute essere qualificate persino come barbariche, in quanto hanno accentuato più la distruzione dell’esistente che il suo superamento. È anche accaduto storicamente che una civiltà nuova risulti inferiore alla precedente, e questo succede precisamente quando gli elementi di distruzione e di discontinuità con il passato sono estremi.

Un movimento di una civiltà nuova e superiore si inserisce in una dinamica della massima durata storica, quale è quella del processo d’incivilimento dell’umanità. In questo senso, la creazione di una nuova civiltà è un processo che affonda le proprie radici nella storia, e che si proietta verso il futuro.

Il movimento politico orientato a creare una nuova civiltà richiede l’aver coscienza della propria durata e della propria posizione nella storia, la coscienza d’essere un processo che affonda le proprie radici nella storia e che si proietta verso il futuro recuperando per questo tutto ciò che di valevole, positivo e recuperabile l’umanità abbia creato nel corso dei secoli e millenni passati, nei campi dell’economia, della politica, della cultura, del pensiero, della spiritualità, delle arti, eccetera.

I creatori di una civiltà nuova e superiore devono possedere e sviluppare qualcosa che potremmo chiamare ‘spirito civilizzatore’, ossia avere il ‘senso della civiltà’, che è una specie di coscienza della storia, dei ‘tempi lunghi’ dell’evoluzione dell’umanità. Questo ‘spirito o senso della civiltà’ implica l’assunzione che il proprio movimento è un momento dentro un processo lungo e complesso, che viene da molto lontano, che è in corso da secoli e millenni, e che continua e si proietta verso il futuro. Questa coscienza della storia è, in definitiva, una manifestazione reale e concreta del fatto che si stabilisce una relazione solidale con l’umanità intera.

Però, certo, non si tratta di conservare tutto il passato. Ciò che merita di essere conservato è ciò che il passato ha di vivo e di valore permanente; più ancora, conservare e dare continuità a elementi del passato, implica sempre rinnovarli, ricrearli, integrarli nella nuova realtà in costruzione, e in tal senso, perfezionarli e portarli al loro pieno sviluppo. La forza innovatrice, in quanto sia reale, non esisterebbe se non venisse dal passato, se non fosse, in un certo senso, un elemento del passato, ciò che del passato è vivo e in sviluppo; è essa stessa conservazione-innovazione, e contiene in sé tutto ciò che delle civiltà passate è degno di essere conservato e sviluppato.

Ma la nuova civiltà è veramente nuova e superiore soltanto se trascende tutto il passato, se porta l’esperienza umana, individuale e sociale, verso orizzonti finora sconosciuti. La nuova civiltà è un ordine sociale nuovo, e crearlo implica introdurre nella vita personale e sociale, novità sostanziali, le quali comportano un processo di trasformazione che deve essere molto più profondo ed esteso dei cambiamenti prevedibili attraverso ottiche politiche riformiste e rivoluzionarie.

Una trasformazione tanto radicale non può essere se non il risultato dell’attività creativa, di attività e processi che implicano l’introduzione di forme e contenuti originali e nuovi – che prima non esistevano – nella realtà personale e sociale. In effetti, l’unica cosa che può cambiare in profondità l’esistente consiste nel creare e porre nella realtà data realtà nuove, che mettano in discussione l’esistente e che con la loro presenza lo portano a ristrutturarsi. La principale e decisiva attività trasformatrice è l’attività creativa, quella che è capace di introdurre effettive novità storiche.

Le politiche riformiste e rivoluzionarie si sono caratterizzate con l’organizzare, con maggiore o minore intensità, l’esistente. La politica nuova creatrice di una civiltà superiore, non si limita a riorganizzare, riformare o rivoluzionare il già esistente, bensì si dispiega creando e introducendo novità storiche le quali, interagendo con le realtà esistenti, le cambiano profondamente, generando razionalità storiche inedite. La trasformazione più radicale e profonda è la creazione del nuovo, in questo caso, la creazione di nuove forme di pensare e di vivere, di nuovi modi di fare economia e di fare politica, nuove espressioni d’arte, di conoscenza e di spiritualità, di nuove modalità di convivenza, e di interazione sociale, a livello familiare, locale, nazionale, internazionale e planetario.

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XXIV. Sobre la dimensión transformadora de la nueva política. ¿Cuánto de continuidad con el pasado y cuánto de creación de lo nuevo?
Hemos dicho que la política es acción organizadora del orden social, y que al mismo tiempo es acción dinamizadora de los procesos históricos. En base a ese concepto general de política, afirmamos que la 'nueva política' es una cierta estructura de esa acción organizadora de la comunidad y transformadora de la vida social, que a partir de la realidad presente inicia la creación de un nuevo orden social e institucional, propio de una nueva y superior civilización. Surge de aquí una nueva pregunta crucial: ¿Cuánto de continuidad con el pasado y cuánto de acción transformadora? ¿Cuánto de tradición y cuánto de creación, cuánto de conservación y cuánto de cambio, han de caracterizar a la nueva política? Se trata, más exactamente, de concebir las relaciones que puedan darse en el proceso de creación de la nueva civilización, entre la continuidad y la novedad, entre la tradición y el proyecto, entre la conservación y el cambio.
Al plantearnos la cuestión de la integración social y cultural, y de la 'forma unificante' de la nueva civilización, nos hemos centrado en la primera dimensión de la política, esto es, en la política como organizadora de un nuevo orden social. Ahora bien, en el tránsito a una nueva civilización, en los inicios de su creación, la dimensión transformadora adquiere una importancia y una centralidad especial.
En la política moderna ya definitivamente en crisis, la dimensión transformadora de la política ha sido definida de dos modos diferentes, y en función de ella se han articulado dos diferentes modelos de política: la política reformista y la política revolucionaria.
La política reformista enfatiza la continuidad y la conservación del orden existente, que se concibe como susceptible de ser dinamizado y parcialmente modificado, pero de modo que no resulte afectado el orden vigente y su continuidad fundamental. El proceso histórico es intervenido a través de reformas adaptativas, tales que el orden social no se vea perturbado; incluso más, las reformas parciales son planteadas con el preciso objetivo de adelantarse a eventuales amenazas al orden constituido, el que si no evoluciona corre el riesgo de desintegrarse como consecuencia de los conflictos que en su interior se van produciendo y acumulando.
Resulta bastante obvio que ese modelo de la política reformista no sirve cuando se trata de crear una nueva civilización, porque se orienta conscientemente a preservar el orden institucional existente, en lo económico, lo político y lo cultural, reduciendo el cambio y la novedad a aspectos secundarios, y asumiendo las dinámicas históricas en función de perfeccionar los modos ya consolidados de funcionamiento de la economía, la política, la cultura.
El otro modelo, el de la política revolucionaria, enfatiza la transformación, de modo tal que las estructuras del orden existente sean subvertidas y sustituidas por un orden social radicalmente distinto. La política revolucionaria se imagina que es posible cambiar un 'sistema' económico, político, social y cultural, por otro completamente distinto, y ello en un breve período de tiempo, mediante un proceso de transformaciones estructurales denominadas precisamente 'revolucionarias'. El modo de hacerlo sería la toma del poder del Estado por parte del partido o del grupo portador del proyecto revolucionario, para desde el Estado imponer las nuevas realidades a toda la sociedad.
Este modelo de política revolucionaria tampoco es compatible con la creación de una civilización superior, porque supone un proceso de concentración del poder que niega los valores esenciales de la civilización que queremos, e implica un potenciamiento extremo del Estado, o sea el fortalecimiento de la que es precisamente la institución unificadora central de la civilización moderna en crisis. Vemos así que tanto el modelo reformista como el modelo revolucionario, son funcionales al mantenimiento de la ya vieja civilización modena, aunque por razones diferentes.
La nueva política, orientada hacia una nueva civilización histórica, requiere combinar de modo totalmente original la continuidad histórica y la creación de lo nuevo. Por un lado hay que reconocer que el elemento de continuidad es esencial en la creación de una civilización superior, precisamente porque se trata de un proceso civilizatorio que se propone conducir a formas superiores de convivencia humana. La extrema ruptura con el pasado, propia de los movimientos revolucionarios, suele generar dinámicas que en muchos casos han podido calificarse incluso como barbarismo, en cuanto han acentuado la destrucción de lo existente más que su superación. También ha ocurrido históricamente que una civilización nueva resulta inferior a la que la antecede, y ello sucede precisamente cuando los elementos de destrucción y de discontinuidad con el pasado son extremados.
Un movimiento creador de una civilización nueva y superior se inserta en aquella dinámica que tal vez sea la de máxima duración histórica, cual es la del proceso civilizatorio de la humanidad. En tal sentido, la creación de una nueva civilización es un proceso que hunde sus raíces en la historia, y que se proyecta hacia el futuro
El movimiento político orientado a crear una nueva civilización requiere tener conciencia de su propia duración y de su lugar en la historia, la conciencia de ser un proceso que hunde sus raíces en la historia y que se proyecta hacia el futuro recuperando para éste todo aquello de valioso, positivo y rescatable que la humanidad haya creado a lo largo de los siglos y milenios pasados, en los campos de la economía, la política, la cultura, el pensamiento, la espiritualidad, las artes, etc.
Los creadores de una civilización nueva y superior han de tener y desarrollar algo que podríamos denominar 'espíritu civilizatorio', o sea tener el 'sentido de la civilización', que es una especie de conciencia de la historia, de los 'tiempos largos' de la evolución de la humanidad. Tal 'espíritu o sentido de civilización' implica asumir que el propio movimiento es un momento dentro un proceso largo y complejo, que viene de muy antiguo, que está en curso desde hace siglos y milenios, y que continúa y se proyecta hacia el futuro. Esta conciencia de la historia es, en definitiva, una manifestación real y concreta de que se establece una relación de solidaridad con la humanidad entera.
Pero, por cierto, no se trata de conservar todo el pasado. Lo que merece ser conservado es aquello que el pasado tiene de vivo y de valor permanente; más aún, conservar y dar continuidad a elementos del pasado, implica siempre renovarlos, recrearlos, integrarlos en la nueva realidad en construcción, y en tal sentido, perfeccionarlos y llevarlos a su pleno desarrollo. La fuerza innovadora, en cuanto sea real, no existiría si no viniera del pasado, si no fuera en cierto sentido un elemento del pasado, lo que del pasado está vivo y en desarrollo; es ella misma conservación-innovación, y contiene en sí todo aquello de las civilizaciones pasadas que sea digno de conservarse y desarrollarse.
Pero la nueva civilización sólo es verdaderamente nueva y superior si trasciende todo el pasado, si lleva la experiencia humana, individual y social, hacia horizontes hasta ahora desconocidos. La nueva civilización es un orden social nuevo, y crearlo supone introducir en la vida personal y social, novedades sustanciales, que impliquen un proceso de transformación que ha de ser mucho más profundo y extendido que los cambios que puedan preverse desde ópticas políticas reformistas y revolucionarias.
Una transformación tan radical no puede sino ser el resultado de la actividad creativa, de actividades y procesos que impliquen la introducción de formas y de contenidos originales y nuevos - que antes no existían- en la realidad personal y social. En efecto, lo único que puede cambiar en profundidad lo existente consiste en crear y poner en la realidad dada realidades nuevas, que cuestionen lo existente y que con su presencia lo lleven a reestructurarse. La principal y decisiva actividad transformadora es la actividad creativa, aquella capaz de introducir efectivas novedades históricas.
Las políticas reformistas y revolucionarias se han caracterizado por reorganizar, con mayor o menor intensidad, lo existente. La política nueva creadora de una civilización superior, no se limita a reorganizar, reformar y revolucionar lo ya existente, sino que se despliega creando e introduciendo novedades históricas que, al interactuar con las realidades existentes, las cambian profundamente, generando racionalidades históricas inéditas. La transformación más radical y profunda es la creación de lo nuevo, en este caso, la creación de nuevas formas de pensar y de vivir, de nuevos modos de hacer economía y de hacer política, nuevas expresiones del arte, del conocimiento y de la espiritualidad, de nuevas modalidades de convivencia y de interacción social, a nivel familar, local, nacional, internacional y planetario.






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