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La giustizia semiseria

Data Fri 10 June 2011 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e Antonio Nicastro, studioso, fra i più autorevoli esperti di malavita organizzata, con cadenza annuale, dopo “Fratelli di sangue” (2009) e “La malapianta” (2010), tornano a parlare della possibilità di migliorare il sistema giudiziario per sconfiggere le mafie con il libro intitolato “La giustizia è una cosa seria”- edizione Mondatori.

Accanto alla prevenzione e alla repressione del fenomeno criminoso, Nicola Gratteri, ribadisce quello che nelle poche trasmissioni televisive ha sempre evidenziato. Cioè la necessità di mettere mano davvero alla macchina della giustizia per renderla funzionale. Si tratta di problemi strutturali ed organizzativi, come la revisione delle circoscrizioni giudiziarie che ricalcano ancora lo schema ottocentesco, la riduzione del numero dei tribunali, l’utilizzo della posta elettronica per l’esecuzione delle notifiche, la depenalizzazione dei reati minori per riservare il processo penale alle questioni di maggiore allarme sociale. Di fronte a queste tematiche il governo è stato quasi latitante mentre nei riguardi delle intercettazioni ha svolto una campagna demolitoria come se fossero la causa principale dell’inceppamento della giustizia. L’idea del magistrato in proposito è diametralmente opposta sostenendo che la loro puntuale applicazione continuerebbe a produrre, specie nel campo della malavita organizzata, un duplice risultato: quello di abbassare i costi delle indagini e quello di essere lo strumento più rapido ed efficace nel perseguire i reati mafiosi che spesso si consumano all’interno di un sistema di apparente legalità.
Se l’organizzazione giudiziaria si trova a fare i conti con nove milioni di processi penali pendenti, un numero di magistrati da anni al di sotto dell’organico e il personale amministrativo e ausiliario in preoccupante diminuzione vuol dire che il problema per essere risolto ha bisogno di riforme radicali che non sono certo quelle proposte dal governo che mira soltanto ad incrinare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura.

Non pare emergere con sufficiente drammaticità, ma proprio in questi mesi di relativa calma, le mafie continuano ad espandersi e a investire nelle zone più ricche del paese. Si muovono sotto traccia e si confondono con gli onesti. Pochi sono coloro che denunciano comportamenti illegali e i politici da parte loro minimizzano, come se quella della criminalità organizzata non fosse una questione aperta da centocinquanta anni. Non so ora, ma prima delle elezioni amministrative, per alcuni politici faceva più comodo dire che il pericolo era costituito dai rom, dai mendicanti e dagli immigrati clandestini. E mentre dilagava questo tipo di propaganda il malaffare faceva i propri affari nascondendosi dietro i colletti bianchi e fra le pieghe di un sistema che favorisce i più furbi che magari - in nome del garantismo – pretendono l’inviolabilità della loro privacy. Permettendo che le cricche dilagano impunite e impettite.

L’amara constatazione dei due Autori, veri e temibili combattenti contro le forze dell’”Antistato”, è che ancora questo paese abbia costantemente bisogno di mafia e non può fare a meno dei suoi soldi e dei suoi voti che provengono - occorre sempre sottolinearlo - dalla droga, dalle estorsioni e dalla speculazione sugli appalti.

Questa constatazione non è però rassegnazione. Con questo libro, come i precedenti, essi vogliono ancora dimostrare che è possibile, anche sull’onda del cambiamento politico in corso, che il malaffare e la mala politica possono essere sconfitti.

Filippo Piccione






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