L'immagine macchiata della Sicilia

Data Thu 10 March 2011 5:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Sfogliando l’ultimo libro di Augusto Cavadi: “101 storie di Mafia - che non ti hanno mai raccontato”- Newton Compton Editori - mi sono soffermato sul paragrafo intitolato “Quando l’antimafia è meno gradita della mafia”. E leggendolo, mi veniva in mente quello che Silvio Berlusconi, attuale presidente del Consiglio dei ministri, aveva detto, fino a qualche settimana fa, manifestando non poche riserve e mettendone in risalto la dannosità, nei riguardi delle fiction dedicate alla malavita organizzata e sugli interventi, in particolare quelli di Roberto Saviano a “Che tempo che fa” con cui, in qualche modo, si cerca di far capire e sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto pesi negativamente, sotto il profilo economico, sociale e culturale l’azione criminale - sempre più diffusa e penetrante - delle forze del contro Stato, rappresentate da Cosa Nostra, dalla ‘Ndrangheta e dalla Camorra.

In sostanza, l’Autore del libro - che è anche fondatore della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” di Palermo e collaboratore stabile della redazione regionale de “la Repubblica”- ha accertato che alcuni personaggi anche noti o comunque con responsabilità istituzionali ritengono che l’immagine della Sicilia e, per estensione, dell’Italia, venga “macchiata da coloro che combattono la mafia più che i mafiosi stessi”. E, al riguardo, fa alcuni esempi che sono veramente ai limiti della credibilità.

Vediamone qualcuno. Negli anni Cinquanta del secolo scorso l’arcivescovo di Palermo, Ernesto Ruffini, in una famigerata ‘Lettera pastorale’, dopo aver ridimensionato gli effetti della mafia, indicava i veri nemici della Sicilia nel Partito comunista italiano, in Tomasi di Lampedusa, autore del celebre romanzo il Gattopardo da cui venne tratto l’omonimo film di Luchino Visconti, nel sociologo triestino Danilo Dolci. Tutti costoro, era la sua conclusione, utilizzando gli strumenti della propria funzione sociale, denunciando i mafiosi e, in più di un caso, combattendoli, sporcavano l’onore della Sicilia agli occhi del mondo.

Anche l’uscita di qualche anno fa di Gianfranco Miccichè, uno degli uomini di spicco del potere politico dell’Isola e personaggio delle istituzioni nazionali, essendo stato vice ministro del governo Berlusconi, ha avanzato pubblicamente la proposta di riportare l’aeroporto vicino al capoluogo all’originario nome di “Punta Raisi”, perché a suo parere l’attuale intitolazione “Falcone-Borsellino”, richiamando le stragi mafiose contro i due valorosi magistrati e le loro scorte, “non sarebbe benaugurante alle orecchie dei turisti che sbarcano allegramente dai cieli del pianeta per divertirsi un po’ fra le nostre bellezze naturali ed artistiche”.

Purtroppo questo cliché, propagandato e applicato con enfasi e retorica, negli anni, dai vertici delle istituzioni, quasi con modalità intimidatorie, ha attecchito anche fra chi, come nella scuola dovrebbe sentire imperiosa l’esigenza di informare e fornire ogni elemento utile per combattere il fenomeno mafioso. Infatti, ci racconta Cavadi, che di fronte alla proposta di invitare degli esperti di sociologia della mafia e di pedagogia dell’antimafia per offrire un breve corso di formazione ai docenti del plesso, la direttrice, senza alcuna esitazione, la rifiutò, adducendo la seguente argomentazione: “Se parliamo di antimafia in questa scuola, lasciamo intendere che in essa e intorno ad essa c’è la mafia. Non possiamo infangare il nome di questa istituzione”.

Filippo Piccione





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