Piccolo è brutto

Data Sun 16 January 2011 5:00 | Categoria: leOpereeiGiorni


{Ieri, sabato 15 gennaio 2011, su Alias settimanale culturale de ‘il manifesto’, ove tengo una rubrica mensile dal titolo ‘Fulmini e Saette’, è uscito il 'fulmine' che ri-pubblico qui di seguito, sperando di incenerire quanti più ‘piccoli intellettuali’ sia possibile.}

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I grandi intellettuali sono deformati, mutilati, incompresi dai piccoli intellettuali. Naturalmente - come si può comprendere qualcosa di più grande?

Prendiamo Pier Paolo Pasolini. Lo rimpiangono, gli intellettuali italiani, da 35 anni. Ah, il suo coraggio! Ah, la sua lungimiranza! Ah, come aveva capito tutto! Tutto cosa? Cosa hanno capito di ciò che aveva capito Pasolini, gli intellettuali italiani?

Prendiamo Lucia Visca. Nel 1975 era praticante giornalista per Paese Sera, oggi dirige le testate elettroniche Atlante, Technet, Geopolitica. Allora fu la prima giornalista a giungere all’Idroscalo di Ostia la mattina del 2 novembre 1975, a osservare i resti dell’uomo morto quella notte e scambiato dalla prima testimone per un “mucchio di stracci”. Capito presto chi era l’ammazzato, capito dopo un po’ (attraverso la sequela dei processi) dove e quando e come, restava da capire da chi e perché era stato ammazzato. Pensa che ti ripensa, ora ci ha scritto sopra un libro: Pier Paolo Pasolini – una morte violenta, Castelvecchi, ottobre 2010.

Con quale risultato? “Le ipotesi si sono ridotte a tre: (1) Pasolini fu vittima di un complotto ordito da Eugenio Cefis, servizi segreti italiani e CIA a vantaggio della copertura di segreti indicibili sull’ENI; (2) la sua morte fu decisa da elementi di spicco della neonata Banda della Magliana, in complicità con ambienti neofascisti, o (3) da vecchi arnesi della malavit di Casalbruciato intenzionati a punire un corruttore di ragazzini.”

“Raccontare quello che ho visto, ne sono capace” – scrive la Visca. È vero. Da pagina 23 a 78 il libro “è fresco e va giù bene” - è un sapido racconto di ciò che ha visto dalle 7 del 2 novembre alle 8.35 del 3 novembre. “Ma il retroscena chi mi insegna a cercarlo?”

Chi? Bastava rivolgersi a Pasolini stesso. Basta ‘comprendere’ Pasolini. Il quale negli ultimi anni della sua vita e di lavoro ha scritto che era in corso “una nuova grande rivoluzione passiva”, il cui centro motore era il “Nuovo Potere Reale” e gli effetti concreti “una grande mutazione antropologica”. E che in Italia, ma non solo, vivevano e vagavano “giovani infelici”, immersi in un “vuoto culturale”, che potevano uccidere e uccidevano un essere umano come si uccide un gatto: “senza mandanti e senza scopo”.

Ma gli intellettuali italiani, da Moravia a Visca, da Piero Melati a Giovanni De Luna sull’ultimo Venerdì di Repubblica e chi più ne ha più ne metta, non comprendendo le sue analisi, hanno inquadrato la sua morte in uno scenario di “complotti”, di “neofascisti”, di “malavitosi”.
Fino alla fine Pasolini aveva detto (vedi intervista a Furio Colombo a poche ore dalla morte): “Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori.” Niente da fare.

Pasolini grande intellettuale 35 anni fa parlava di una “crisi epocale” che non riguardava solo l’Italia. Ma i piccoli intellettuali italiani non ci hanno creduto e non ci credono. Si toccano e pensano: è solo una bufera, è solo un temporale: “chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par”.

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