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Punto e virgola sulla 'Ndrangheta

Data Mon 10 January 2011 5:00 | Categoria: lo Stato del meridione

E’ trascorso appena un anno - esattamente il 3 gennaio 2010 - dalla bomba fatta esplodere davanti alla Procura generale di Reggio Calabria da parte della ‘Ndrangheta. Questo episodio ha fatto accendere i riflettori sulla Calabria che ha portato, su impulso della magistratura locale, alla definitiva identificazione della ‘Ndrangheta come organizzazione mafiosa “unica, verticistica, strutturata”. Prima, accanto a Cosa Nostra e Camorra, nel codice penale, seguiva “e altre organizzazioni comunque localmente denominate”. Tale identificazione, ad avviso del Procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, serve a dimostrare con più facilità atteggiamenti collusivi e di concorso esterno per meglio perseguirli.

Secondo il magistrato è importante che si possa ancora contare su uno strumento indispensabile come le intercettazioni che aiuta l’azione repressiva condotta insieme alle forze dell’ordine. Nei confronti degli attentati e le intimidazioni ai magistrati si sono ottenuti risultati importanti che hanno contribuito a illuminare il “cono d’ombra” in cui si nasconde ma anche langue il Reggino: una zona ad altissimo rischio controllata dalla malavita organizzata rispetto alla quale il risveglio della società civile ha espresso segnali sparsi ma significativi che si stanno via via consolidando.
Le difficoltà maggiore non discende tanto dalla presa di coscienza dei cittadini ma dalla quantità di affiliati e dalla densità criminale dell’area in esame che non ha paragoni in altri luoghi del Paese.

Quanto alle imprese, su cui è concentrato maggiormente l’interesse dei clan, in troppe devono scegliere da che parte stare. I tentativi di imboccare strade diverse sono più faticosi e lenti rispetto a quanto avviene in Sicilia in cui la coraggiosa presa di posizione della Confindustria comincia a dare tangibili prove dimostrando che di fronte alla criminalità organizzata soprattutto su questo versante è possibile contrastarne l’espansione.

Ma il tema nella zona presenta aspetti delicati e complessi in quanto quasi tutta l’imprenditoria è legata a commesse pubbliche o a subappalti. Sono i comportamenti e le scelte della pubblica amministrazione e dei grandi committenti del nord la gran parte del problema, rileva il procuratore capo, Pignatone. E i grandi affaristi, i faccendieri e gli amministratori infedeli, compresi i grandi gruppi, non hanno fatto altro che “far crescere il mostro”. Il magistrato non usa mezzi termini nei confronti delle imprese perché sa che esse muovono enormi flussi di denaro che gestiscono il più delle volte in modo incongruo, per usare un eufemismo.

A questo proposito egli solleva un problema che, se non affrontato e risolto, con tutti i mezzi necessari e in tempi rapidi, può finire per perpetuare il potere mafioso e il connubio con il mondo politico, economico e professionale. E sulla base delle indagini condotte cita un esempio che riflette una situazione che apparentemente sembra irrilevante e che invece copre una realtà allarmante. Si tratta delle denunce di danneggiamenti, attentati, intimidazioni avvenuti negli ultimi due anni nei cantieri della A3 Salerno - Reggio Calabria. Oltre 200 sostiene l’ANAS e gli altri general contractors che ci lavorano, lamentando che vi sia troppa pressione mafiosa e che per questo motivo minacciano di chiudere i loro cantieri. Una buona parte di questi attentati, secondo il procuratore, sono danneggiamenti modesti, furti di cantiere, atti vandalici, mentre la parte restante sono attentati veri ed intimidazioni mafiose che hanno obiettivi diversi dal danneggiamento fine a se stesso.

Per quanto riguarda le grandi imprese del nord la situazione è deprimente come al sud.
Uno dei rimedi più importanti, e nel tempo vincente, di contrasto alle mafie è arrivare a mettere in sicurezza l’intero sistema economico legale dalle infiltrazioni mafiose. Il suggerimento del Procuratore capo di Reggio Calabria si basa sul fatto che bisogna smontare quella convenienza che porta ancora molti imprenditori a scegliere di stare dalla parte sbagliata. Poiché l’imprenditore lavora con i bilanci e il 31 dicembre di ogni anno deve fare in modo che i conti tornino, altrimenti chiude, bisognerebbe rendere antieconomico il patto con la mafia.
Per ottenere un tale risultato vi sono due fronti: il primo è quello, ovvio, del contrasto alla mafia nei confronti della quale occorre affinare e rendere più efficaci e senza sconti i mezzi di cattura, degli arresti, delle condanne, della confisca e dei sequestri di beni; sull’altro contraente, che è l’imprenditore, oltre ad osservare la nuova legislazione sugli appalti pubblici che obbliga alla denuncia, pena l’esclusione dalla gara, è necessario istituire le “white list” delle aziende da premiare per il loro comportamento virtuoso, da privilegiare nell’attribuzione dei lavori pubblici.
Il procuratore è consapevole che la questione è ancora complessa e che vi è molta strada da fare. Ma è altrettanto convinto che accanto al sistema punitivo vada affiancato un sistema premiale che renda conveniente la fedeltà allo Stato per battere e vincere le forze del contro Stato.

Filippo Piccione





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