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I pentiti e i politici

Data Wed 23 June 2010 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Marcelle Padovani ha scritto un altro libro sulla mafia, ‘Mafia, mafie’ (Gremese). L’autrice di ‘Cose di Cosa Nostra’ con Giovanni Falcone e prima ancora con Leonardo Sciascia ne ‘La Sicilia come metafora’. Un percorso di tutto rispetto quello che ha costruito l’eminente giornalista e scrittrice francese che qualche giorno fa ha presentato il suo ultimo lavoro alla Feltrinelli presso la Galleria Alberto Sordi, con a fianco Francesco La Licata e il Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, Vincenzo Macrì.

E’ valsa la pena aver partecipato a tale incontro. La mafia e le mafie stanno assumendo proporzioni sempre più ampie e penetranti nella nostra società. E quanto emerge, con nettezza e lucidità, dal saggio corredato da un materiale documentale ed iconografico accurato e di grande efficacia. Ha saputo mettere bene in risalto i progressi che le varie organizzazioni criminali hanno registrato negli ultimi anni. La ‘Ndrangheta, per esempio, quanto a volume di affari, ha il primato assoluto soprattutto nel settore del traffico della droga. Così come è in crescita la Camorra rispetto a Cosa Nostra che attraversa un periodo di relativa crisi.

Ma le questioni messe a fuoco nel libro hanno ricevuto un ulteriore impulso grazie anche al contributo straordinario dei due relatori, La Licata, esperto del fenomeno mafioso e Macrí, magistrato che opera in prima linea per contrastarne la diffusione e i suoi effetti nefasti. Tutti, o quasi tutti, hanno concordato che la presenza delle mafie, specie in ampie aree del Mezzogiorno, non si manifesta come anti-Stato, ma come un vero e proprio sostituto, capace d’assolvere meglio i compiti delle istituzioni pubbliche e soddisfare le esigenze dei cittadini lasciati da queste al proprio destino.
Non potevano mancare i riferimenti alla stretta attualità e in particolare al provvedimento che ha negato il programma di protezione del pentito Gaspare Spatuzza. E’ stato sottolineato che nel tempo il ruolo che ha avuto “il pentito di mafia” è stato e continua ad essere fondamentale per la lotta alle organizzazioni criminali. Il pentito, a differenza del classico informatore anonimo, del collaboratore della polizia utilizzato nelle indagini e lasciato nell’ombra, pone problemi nuovi e diversi alla magistratura e all’opinione pubblica. “Egli accusa se stesso nel momento in cui accusa gli altri e chiede protezione”.

A partire dal Pool di Palermo fino a Falcone e Borsellino, Tommaso Buscetta, “il boss dei due mondi”, Totuccio Contorno, Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia, e dopo le stragi, Gaspare Mutolo, Leonardo Messina, il pentito di San Cataldo, Baldassarre Di Maggio, detto Balduccio, così come le altre centinaia di “collaboratori di giustizia”, meno noti, sono stati decisivi alle indagini, alla cattura dei capi e al sequestro dei loro beni.

“I pentiti - poteva affermare Giovanni Falcone - hanno finito con il tracciare un panorama abbastanza completo di Cosa Nostra da tutti i possibili punti di vista”. Buscetta, quello dotato di maggiore spessore, che era stato molto vicino al mondo politico, si è mostrato “in qualche modo evasivo in questo campo”.

Il confronto con Spatuzza, per i tempi, le modalità e lo stesso contenuto delle dichiarazioni, difficilmente può reggere con il comportamento tenuto dal pentito Buscetta, al quale non è stato mai negato un programma di protezione. Buscetta non aveva mai parlato, nemmeno con Falcone, delle relazioni di Cosa Nostra con il mondo della politica. Spatuzza sì.

L’interrogativo che tuttora resta senza risposta sta tutto qui. Fino a che si parla di organizzazioni piramidali od orizzontali, di delitti fra cosche e regolamenti di conti interni od esterni con imprese e potentati economici si può continuare ad indagare, arrestare, colpire. Ma non è consentito ad un pentito che rilascia dichiarazioni come quelle in occasione del processo di Dell’Utri facendo nomi di alcuni partiti e nomi e cognomi dei suoi massimi esponenti che hanno avuto un ruolo nelle stragi mafiose, di poter godere di un programma di protezione perché questo è riservato solo a quelli che non parlano e non si occupano di politica e dei politici.

Filippo Piccione





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