La CEI e la Mafia

Data Wed 10 March 2010 6:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Qualche giorno prima della pubblicazione del documento della Conferenza episcopale italiana “Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” del 24 febbraio 2010, la Banca d’Italia aveva presentato un Rapporto intitolato “Mezzogiorno e politiche regionali” rilevando che il divario fra il Sud e le regioni centro settentrionali non si è ridotto nemmeno negli ultimi anni. Anzi per certi aspetti si è ulteriormente divaricato. Il Pil per abitante è al disotto del 60%, la crescita dell’occupazione è di gran lunga inferiore, un quinto del lavoro è irregolare e sono tornati ad intensificarsi i flussi migratori dal Mezzogiorno al Nord, fenomeno questo che riguarda soprattutto i giovani con elevati livelli di scolarizzazione. In campo economico permangono notevoli differenze nell’accesso al credito e nel costo dei finanziamenti e la qualità dei servizi pubblici è in media molto più bassa rispetto a quella riscontrata nel centro nord.

Sul piano della sicurezza e il rispetto della legalità, prerequisiti indispensabili per lo sviluppo economico e l’ordinato svolgimento della vita civile, l’indagine condotta dalla Banca centrale non si distanzia nella sostanza dalle stesse conclusioni cui pervengono altri Enti ed Istituti di ricerca, Confindustria, Confesercenti, le Confederazioni sindacali. La criminalità altera gravemente le condizioni di concorrenza: influenza il comportamento delle imprese legali; impone costi diretti, come le estorsioni, e indiretti, come l’obbligo di assunzione di personale o la non interferenza di altre imprese in taluni appalti “attenzionati” dalla malavita organizzata. “Le imprese legate alla criminalità - si legge nel rapporto - si avvantaggiano di pratiche formalmente di mercato ma in realtà le stesse sono consentite solo dal reimpiego di capitali illeciti”. Ne consegue che le organizzazioni criminali alimentano la sfiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, frenando e impedendo in tal modo la formazione del cosiddetto capitale sociale.

Dopo più di vent’anni (ottobre 1989 - Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno) la Cei torna ad occuparsi della “questione meridionale”. Questa volta l’uso del linguaggio e l’analisi svolta non lasciano spazio ad alcuna interpretazione di comodo o edulcorata . Dura e diretta è la condanna soprattutto nei confronti dell’intreccio mafia-politica. “La mafia, vero e proprio “cancro”: una tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona, avvelena la vita sociale, perverte la mente e il cuore di tanti giovani, soffoca l’economia, deforma il volto autentico del Sud”; la politica, che “ha ridotto il Meridione a un collettore di voti per disegni politici ed economici estranei al suo sviluppo”. Ma la denuncia si spinge anche ad altre forme di corruzione e di attività illecite ed egualmente deleterie, come l’usura, l’evasione fiscale, il lavoro nero che denotano una carenza diffusa di senso civico che sta pregiudicando sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica ed istituzionale.
“Il controllo malavitoso del territorio - viene sottolineato nell’ultimo documento - porta ad una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici, favorendo l’incremento della corruzione, collusione e concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale”.
Ma i vescovi non vogliono limitarsi alla condanna e alla denuncia. Intendono richiamarsi “alla necessaria solidarietà nazionale, alla critica coraggiosa delle deficienze, al bisogno di far crescere il senso civico di tutta la popolazione, all’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti”. Delineare la funzione che la Chiesa può svolgere in una realtà così difficile e complessa. Di fronte ad una congiuntura di radicali e incalzanti mutamenti si continua ad assistere quasi impotenti ad uno sviluppo “bloccato”. La mafia sta prepotentemente rialzando la testa: detta i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali. Ciò è dovuto al fatto che nonostante essa abbia subito notevoli colpi inflitti dallo Stato attraverso l’efficace azione delle forze dell’ordine e della magistratura stenta ancora a cambiare l’atteggiamento e la cultura che pervadono alcuni strati della popolazione (“falsa onorabilità” e “omertà diffusa” accompagnate “a manifestazioni di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza”) che le consente di rigenerarsi.

Il documento coglie anche una speranza che sale dalla società civile, maggiormente consapevole di poter cambiare gradualmente una mentalità e una situazione da troppo tempo consolidate. Sono soprattutto “le coscienze dei giovani che rappresentano una porzione significativa della popolazione del Mezzogiorno che possono muoversi con più slancio, perché meno disilluse, più coraggiose nel contrastare la criminalità e l’ingiustizia diffusa, più aperte ad un futuro diverso”.
Ma occorre fare ancora un passo avanti significativo. Questa volta la Chiesa e i suoi vescovi scendono in campo con l’intento dichiarato di voler sconfiggere il fenomeno mafioso ribadendo che le mafie “sono la configurazione più drammatica del ‘male’ e del ‘peccato’”. Pare che anche l’invocazione del “giudizio di Dio”, cui è ricorso, in quel lontano 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi, Giovanni Paolo II, rivolta con particolare veemenza all’indirizzo dei mafiosi, la Conferenza episcopale italiana abbia voluto far propria.

La questione a questo punto è se la Chiesa è disposta a riconsiderare sino in fondo e in tempi rapidi il suo ruolo che ha pesato molto negativamente nel passato e se con il comportamento di alcuni suoi uomini abbia determinato una situazione di degrado del Sud per aver in qualche modo sottaciuto e persino “coperto” le nefandezze commesse dalle organizzazioni malavitose. Sarà sufficiente - come recita il testo della Cei – riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire compiutamente la lezione profetica di papa Woijtila e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia, come don Pino Pugliesi, don Giuseppe Diana, il giudice Roberto Livatino?

Filippo Piccione






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