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Le carceri italiane sono fuorilegge

Data Wed 30 December 2009 5:00 | Categoria: vademecum per nuovi giunti



{Ricevo per lettera, trascrivo e pubblico il post mensile di Tonio. Pasquale Misuraca}

In Italia, prima della riforma dell’ordinamento giudiziario del 1975, le carceri erano in continua rivolta; i detenuti spesso si accoltellavano a vicenda perché avevano poco da perdere e non vi era nessuna forma di garanzia per il detenuto. Con la riforma che cosa è cambiato?

Educare, anzi rieducare, è lo scopo della pena. Rieducare nel rispetto della dignità umana, precisa la Costituzione, memore della mortificazione patita da chi, nel ventennio fascista, assaggiò la galera “cimitero dei vivi”. Mai più un carcere così, dissero i costituenti, aprendo la strada ad una vera e propria “rivoluzione”, scandita nel 1975 dalla riforma dell’ordinamento penitenziario, nel 1986 dalla legge Gozzini, nel 2000 dal regolamento penitenziario. Il carcere non è stato più inteso come luogo di controllo dei corpi.

Con la legge Gozzini, il legislatore pensò di fare la “rivoluzione”: il passaggio da una pena esclusivamente afflittiva ad una pena contenente un duplice aspetto: quello retributivo (riparazione del danno causato alla società) e quello rieducativo (reinserimento del condannato nella società civile, una volta scontata la pena).
L’ordinamento penitenziario (così è detto nel testo della riforma) prevedeva l’introduzione nel sistema carcere di “un’area”, cosiddetta “trattamentale”, preposta alla rieducazione del condannato. Ma per raggiungere questo scopo non prevedeva solo l’introduzione di personale civile (non militare) qualificato, gli educatori, i volontari etc., ma anche la trasformazione della figura del “secondino”. Da “guardia” questi diveniva, doveva divenire, “agente di custodia”, addetto non solo alla sicurezza, ma figura professionale che, attraverso il dialogo, i buoni propositi, i consigli e, soprattutto, attraverso il buon esempio, avrebbe dovuto contribuire alla rieducazione del detenuto. Gli agenti sarebbero dovuti essere i primi educatori.
La legge Gozzini, ovvero la legge numero 354 del 26 luglio 1975, all’art. 1 sancisce quanto segue:
Trattamento e rieducazione.
Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona.
Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose.
Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili ai fini giudiziari.
I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome.
Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva.
Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti.


Si è fatta la “rivoluzione”, ma ancora oggi, all’interno del muro di cinta, si consuma la contraddizione tra l’obiettivo dichiarato della legge e la gestione quotidiana della vita carceraria, fondata sull’annullamento della identità del detenuto, sulla negazione di ogni sua autonomia, sulla violazione dei più elementari diritti umani. La rieducazione resta sulla carta. Il rispetto della dignità pure.

Le gravi condizioni igieniche e di vivibilità delle carceri italiane contemporanee, peggiorate dal cronico sovraffollamento (vedi il mio post del 1 ottobre 2009) , hanno trasformato la pena in una tortura legalizzata: i cosiddetti ospiti delle prigioni sono spesso costretti a vivere ammassati in celle anguste ed a mangiare ad un passo, ad un fiato dal water. In alcuni casi dormono a terra su materassini di gommapiuma fetidi e rosicchiati dai topi, tra scarafaggi e insetti di ogni genere, esposti al rischio di malattie infettive e di patologie psicosomatiche.

Alla cultura dei costituenti, alla loro “rivoluzione”, è sopravvenuta la gelida cultura autoritaria e burocratica dei carcerieri: al di là degli obiettivi dichiarati, lo scopo reale della pena è ancora quello di eliminare l’identità dei carcerati per gestirli più agevolmente.

A circa 35 anni di distanza dalla “rivoluzione”, constatando le condizioni in cui versano l’85 % delle carceri italiane, il modo in cui si fa rieducazione, il trattamento che viene spesso riservato ai detenuti cosiddetti difficili, lo scarso ricorso alle pene alternative, si deve ammettere che la legge viene trasgredita proprio da coloro che dovrebbero promuoverla. Dunque, carceri fuorilegge.

Per fortuna qualche Direttore si è allontanato da questo anacronistico comportamento. Generalmente, i Direttori vengono suddivisi in due categorie: “trattamentalisti” e “custodialisti”, secondo il modo in cui impostano il proprio lavoro. “Eh già, tu ci credi perché fai trattamento...” dicono tra loro, come fossero liberi professionisti che fideisticamente abbracciano l’una o l’altra scuola di pensiero. Orfani di qualunque direttiva, nel mondo dei carcerieri sono apparentemente i più liberi a muoversi, frenati soltanto dalle massicce rivendicazioni sindacali della polizia penitenziaria nonché, al Nord, dalla cronica carenza di personale che rende più difficile qualsiasi iniziativa. I rischi che corrono i Direttori sono per lo più legati ai classici eventi critici: evasioni, suicidi, omicidi, rivolte, agitazioni del personale. Se succede qualcosa del genere, è facile che perdano la poltrona; se invece non succede mai niente, neanche, da parte loro, il minimo tentativo di adeguarsi allo spirito della legge, restano saldamente ancorati alla poltrona.

I Direttori sanno che, in questa assenza di direttive precise per l’attuazione della legge, l’immobilismo paga, in termini di tranquillità esistenziale, più del dinamismo. Considerato il potere assoluto che hanno all’interno delle carceri, la strenua resistenza che molti di coloro oppongono a qualsiasi forma di cambiamento si rovescia a cascata su tutta l’organizzazione, annegando qualunque velleità dei “subordinati” di realizzare un carcere più sensato, più conforme alla legge.

La mia esperienza ventennale di detenuto mi porta a dire che – a conti fatti - il Direttore che adotta la linea trattamentalista ottiene più risultati di colui che invece sceglie di non seguirla. Sono stato recluso ininterrottamente per circa dieci anni in un carcere in cui di trattamento non se ne faceva, e di conseguenza erano quasi riusciti a togliermi la speranza di poter usufruire delle misure alternative. La mia vita e il mio stato d’animo, compresi i progetti futuri, sono cambiati nel momento stesso in cui sono riuscito ad essere trasferito in un altro carcere.

La linea che segue l’attuale Direttore del carcere in cui mi trovo è quella trattamentalista, ed a lui va tutta la mia stima e riconoscenza. A distanza di pochi mesi dal mio arrivo in questo istituto ha voluto propormi all’art. 21. Io so che non deluderò le sue aspettative e lui sa che per me è molto importante poter iniziare una nuova vita.

Ho conosciuto decine e decine di persone recluse che meritavano di essere ammesse a misure alternative e invece gli hanno fatto scontare tutta la pena per il semplice fatto che nel carcere in cui si trovavano non funzionava l’area trattamentale. Le statistiche ci dimostrano che il tasso di recidiva diminuisce notevolmente se il detenuto usufruisce di misure alternative. Molti detenuti ammessi ai benefici penitenziari sono riusciti, attraverso questa prova di fiducia, a superare quella rabbia che per anni li aveva logorati.






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