Poesia anonima popolare monferrina

Data Mon 2 November 2009 5:00 | Categoria: Eftimios

Per l’antologia della poesia italiana dedicata ad Eftimios oggi ho scelto:

AR CASTE’ D’AIUIJ

Ar caste’ d’Aiuij
Na bela fija u j’è;
Da là passa ïn giuvo
U r’ha faja dmandèe.

Tant ben che si vurrivo
Tice dui si sun malà.
Ra bela all’ustaria,
U zuvo all’uspidal.

Ra bela all’eua fresca,
U zuvo all’eua panà;
Ra bela dir bun sippe,
U zuvo ir pan grattà.

Ra bela an sra strapuncia,
Giuvinin an sra paja:
Ra bela morta all’arba,
Giuvinin all’alvèe du sū.

Ra bela an s’l’iss dra gesia,
U zuvo an s’u spazià;
An fund ai pei dra bela
U jé nassì ir pumin granà.

L’ha ir foje tantu grande
Ch’u fa umbra a trei sità;
Ina l’è Viruna,
L’altra r’è ir Casà.

L’altra r’è Valenza.
O che trei bele sittà!
An fund ai pei dra bela
U j’e nassì ir pumin granà.
*

Al castello d’Oviglio / ci sta una bella ragazza; / di là passa un giovane, / la ha fatta domandare.
Tanto bene che si volevano, / tutti due si sono malati. / La bella all’osteria, / il giovane all’ospedale.
La bella all’acqua fresca, / il giovane all’acqua panata; / la bella delle buone zuppe, / il giovane del pan grattato.
La bella sul materasso, / il giovinetto sulla paglia: la bella morta all’alba, / il giovinetto al levar del sole.
La bella sepolta sull’uscio della chiesa, / il giovane sul piazzale; / ai piedi della bella / è nato un melogranino.
Ha le foglie tanto grandi / che fa ombra a tre città; / una è Verona, / l’altra è Casale.
L’altra è Valenza. / O che tre belle città! / Ai piedi della bella / è nato un melogranino.


*

Ho scelto questa poesia popolare, accolta da Pier Paolo Pasolini nel suo ‘Canzoniere italiano – antologia della poesia popolare’ (Guanda 1955, Garzanti 1972), in primo luogo perché il poeta corsaro ed il ragazzo dagli occhi lucenti si sono entrambi fermati all’adolescenza, Eftimios andando a morire, Pasolini andando a vivere amando gli adolescenti.

Secondo poi per il modo in cui Pasolini descrive criticamente questo testo struggente, serio e allegro nello stesso tempo, Pasolini - come Mozart, come Eftimios: “Vi si osservi, intanto, il contesto metrico, di eccezionale regolarità, rara nei componimenti popolari epico-lirici, quasi sempre deliziosamente zoppicanti, e che qui dà un senso, appunto raro, di assolutezza: quartine di settenari piani vagamente rimati e tronchi rimati a colpi di martello.

L’inizio è tipicamente narrativo, ma assai poetico nel suo essenzialissimo enunciato. Sicché in piena luce resta subito il motivo della malattia, che – il lettore osservi bene – non è qui dovuta al rifiuto della famiglia di dare il sposa la ‘bela’ al ‘zuvo’, ma all’eccessivo amore, quasi per un’impotenza di fronte all’amore con la sua stupenda e inesprimibile fatalità: ‘Tant ben che si vurrivo...”. Comincia così subito il moto iterativo, con intonazione pietistica su fondo sensuale, che lamenta l’agonia della bella coccolandone - con una galanteria che copre pensieri vagamente impudichi – la figura un po’ viziata, e descrivendo quella del ragazzo, invece, quasi con voluttà – siscusi il crudo termine psicologico – autolesionista di infierire sulla sua morte, ma con un umore un po’ cialtrone, ironico e cameratesco. Il processo iterativo evita la meccanicità dell’assurdo per la concretezza un po’ siglata, è vero, ma divertente, degli oggetti nominati, con contrasto di volgarità (ai danni del giovanotto martire) e di delicatezza (a gloria dell’appetitosa verginella): e dura abbastanza per distrarre dall’idea di una loro eventuale morte. Che giunge dunque inattesa, con ‘risvolto’ degno di un espertissimo artista, portata dalla stessa allure, umoristica e enunciativa, delle altre iterazioni contrastanti: ma, e qui l’abilità non è solo abilità, ma è intuizione poetica, quella morte giunge compressa in una luminosità intensissima: ‘La bella morta all’alba, / il giovinetto sul levar del sole’, che è luce su luce, gremirsi di luce: acme che nell’impasto morte-luce rinviene una figura assolutamente libera e inesistente in qualsiasi realtà.

Poi, avvenuti morte e seppellimento, la stratificazione, sul corpo lirico della canzone, del corpo lirico a sé, quasi parassitario, del motivo della piante che cresce sulla tomba: motivo antichissimo, sparso in tutta l’Europa, e che qui ritorna quasi per inerzia, ma con quali germi di misteriosa fantasia inglobati nei piani sintagmi della cantilena.

Pura anche qui la lezione monferrina ci pare più alta delle altre piemontesi, che finiscono con il nuovo ‘scatto’ di convenzionalità fantastica delle ‘tre città’, quasi araldico scherzo finale. Qui nella monferrina, ci sono, è vero, le tre città ombreggiate dal melograno: ma non a concludere; anzi, sono disposte con asimmetria nel giro strofico: Verona e Casale, (la città piemontese che dovrebbe eccellere) nei due ultimi settenari della penultima quartina, Valenza nel primo dell’ultima: che dunque si conclude con una patetica ripresa, in forma di mascherato o appena accennato ritornello, affiorante appena ma balenante, in una accorata, distesa apertura finale di canto, piena della più pura allegria popolare.” (pagine 48-9 della edizione Garzanti).





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