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Francesco Petrarca

Data Fri 2 October 2009 6:00 | Categoria: Eftimios


Per due ragioni propongo in questa rubrica (che è diventata, finito di pubblicare il racconto a puntate Vita breve di Eftimios, una sorta di antologia della poesia italiana a Eftimios dedicata) Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, il sonetto 90 del Canzoniere di Francesco Petrarca:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea,
e ‘l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch’or son sì scarsi;

e ‘l viso di pietosi color’ farsi,
non so se vero o falso, mi parea;
i’ che l’ésca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, et le parole
sonavan altro che pur voce humana:

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi; et se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana.

*

Ecco ora la ‘traduzione in prosa’ del sonetto – per rendere sufficientemente comprensibile il testo ai non specialisti della lingua petrarchesca:
I biondi capelli erano sparsi al vento il quale in mille dolci nodi li avvolgeva, e la vaga luce oltre misura ardeva di quei begli occhi che ora hanno perduto lo splendore di un tempo;

e mi pareva che il viso, non so se in realtà o per mia illusione, si colorasse di pietà (Chiari); io che avea l’animo disposto e apparecchiato ad accendersi di amore (Leopardi), qual meraviglia se di sùbito arsi?

Il suo incedere non era quello di un essere mortale, ma di un angelo (Chiari), e le parole avevano altro suono che quello di una semplice voce umana (Leopardi):

uno spirito celeste, un sole in carne e ossa (Contini) fu quel che io vidi; e se ora non fosse più quale era allora, una ferita non si rimargina anche se l’arco da cui è partita la freccia che l’ha provocata non è più tesa (Contini).


*

E veniamo alle mie ragioni. In primo luogo l’ho scelto perché è pieno di pressione e nello stesso tempo colmo di grazia (grace under pressure – grazia sotto pressione / grazia nonostante la pressione, si dice memorabilmente in inglese).

Pieno di pressione, cioè di cultura: vi si intravede la frequentazione e lo studio, da parte di Petrarca, delle poesie di Virgilio, Ovidio, Dante, Boccaccio – per dire dei maggiori. E colmo di grazia nonostante la pressione. Cosa rara. Di solito chi studia studia studia e poi cerca di scrivere... ri-produce quello che ha studiato, realizza una pallida copia dei grandi modelli letterari. Invece in questo sonetto Petrarca (non gli succede sempre, sia chiaro) traduce tutti gli Altri in tutto Io, rielabora tutto il passato in qualcosa che non c’era ancora e non ci sarà più. Ebbene, Eftimios era così: perennemente creativo.

In secondo luogo ho scelto questo sonetto per il primo suo verso. Rileggiamolo parola per parola, cogliendo l'allucinatoria progressione della visione (i capelli > biondi > al vento) incorniciata dallo strazio iniziale dell'imperfetto (Erano) e dalla gioia seminale dell'addio (sparsi):

Erano

i capei

d’oro

a l’aura

sparsi






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