Apologia di Gian Carlo Caselli

Data Fri 10 July 2009 8:00 | Categoria: lo Stato del meridione

“Le due guerre”. Questo è il titolo di un recente libro (edizioni Melampo) di Gian Carlo Caselli, il magistrato che ha iniziato la sua carriera come giudice istruttore a Torino impegnato in indagini sul terrorismo e in particolare sulle Brigate rosse (1986-1990). Dal 1993 al 1999 è stato capo della Procura della Repubblica di Palermo.
Si tratta dunque di uno fra i personaggi che ha più titoli per porre e porsi la seguente domanda: “Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia? Ed è al tempo stesso la persona più qualificata per tentare di fornire, in merito, delle risposte. E lo fa con grande efficacia mettendo in relazione le classi dirigenti italiane che sono alle prese con i suoi tre “figli naturali e deformi”: il terrorismo, la corruzione, la mafia.

Il primo – il terrorismo - fu combattuto e vinto perché, ad un certo punto, si era rivolto contro i suoi padri. I quali, nei confronti del secondo e del terzo – corruzione e mafia - finsero di volerli combattere, illudendo i cittadini e mandando allo sbaraglio i pochi magistrati, quasi “volontari”, ai quali, avendo superato determinati limiti - quando cioè stavano per farcela - fu revocata la delega. La ragione fu perché la corruzione e la mafia erano dei figli somiglianti ai loro padri come due gocce d’acqua.
Quando fa riferimento agli strumenti con cui affrontare il fenomeno del terrorismo e della mafia, così come Giovanni Falcone, Caselli considera, nonostante i tentativi di sminuirne l’importanza, determinante il ruolo dei “pentiti”: per la vittoria sul terrorismo e irrinunciabile nella lotta alla mafia. E lo spiega in questo modo: sono organizzazioni criminali totalmente diverse, ma pongono, sul piano del contrasto investigativo-giudiziario, problemi molto simili. Quindi la necessità di rompere la cortina di segreto che ontologicamente le avvolge. “E i segreti, tutti i segreti, si possono conoscere soltanto ascoltando in presa diretta – con intercettazioni telefoniche o ambientali – oppure se qualcuno, il pentito, li racconta e li svela”. E a proposito di mafiosi pentiti, cita Baldassarre Di Maggio che aveva raccontato dell’incontro tra il senatore a vita, Giulio Andreotti e Totò Riina.

Ma quello che maggiormente preme al magistrato è far conoscere un passo della sentenza della Corte di Cassazione che condanna Andreotti quale responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo commesso fino al 1980, anche se poi dichiarato prescritto. E ciò non tanto per ribadire che la sua tesi fosse giusta, quanto per dimostrare che finché indaghi su Riina vai bene. Ma quando passi ad occuparti di imputati “eccellenti” cominciano i guai. “Qualcuno ti mette i bastoni fra le ruote e questo qualcuno preferisce perdere una guerra che si poteva vincere pur di evitare che si accertassero le responsabilità del “terzo livello”. Si arriva al punto che sul banco degli imputati, invece dei mafiosi e dei loro complici, finiscono i magistrati antimafia. Come ai tempi del Pool di Falcone, conclude sconsolato l’autore del libro, Gian Carlo Caselli.



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