'La Vita della Morte' vista da Tonio

Data Wed 29 July 2009 8:00 | Categoria: vademecum per nuovi giunti

Tempo fa Pasquale mi ha offerto di vedere e sentire attraverso un DVD lo spettacolo teatrale intitolato La Vita della Morte, realizzato dalla sua compagna Alexandra. L’unico problema era che, essendo io recluso, forse non sarei stato autorizzato a ricevere dall’esterno un DVD che non fosse ‘originale’ (commerciale). Gli ho detto di inviamelo perché il Direttore sicuramente mi avrebbe autorizzato a riceverlo, l’ho atteso con ansia e finalmente l’altro giorno ho ricevuto la posta di Pasquale con all’interno il DVD. Un agente di custodia lo ha ispezionato e guardato, il DVD mi è stato consegnato e subito sono corso in cella per goderne, sedendomi in “prima fila” – come non mi era mai successo.

In realtà ero solo davanti al computer, ma ho voluto pensare di essere in platea, in abito da sera, immerso in un ambiente culturale al quale ho sempre desiderato appartenere. Vi sembrerà una follia, come lo è quasi tutto ciò che accade in questi luoghi, ma mi ero quasi convinto di essere in un teatro. (Non vi preoccupate, non sto impazzendo, ma certe emozioni qui dentro si amplificano: esperienze che nella “società libera” sono scontate e banali qui acquistano un valore immenso.) È la prima volta che guardo con interesse un’opera teatrale, mi rendo conto di essere ignorante in materia, ma cercherò di descrivere le emozioni ed i pensieri che mi ha suscitato. Non sarà dunque una vera “recensione”, solo una testimonianza. Dunque, mi siedo in prima fila, metto le cuffie, premo ENTER e inizia la rappresentazione.
L’ho guardata tutta d’un fiato, ‘La Vita della Morte’, e mi è piaciuta molto. C’è stato un momento in cui mi è venuta la pelle d’oca, quelle scene, quei suoni, quelle voci mi hanno fatto venire i brividi. Nel corso di alcune scene ho pensato a quanto la società sia cambiata, in questi 18 anni di mia permanenza in questi luoghi. La società contemporanea ha corso così tanto da non riuscire più ad elaborare il lutto come una volta. Io provengo dal Salento, ricordo come e quanto le comunità salentine di una volta fossero vicine alla famiglia del defunto. Oggi, invece quelle forme convenzionali di sostegno sociale si sono interrotte, e il lutto rischia di sfociare nella più grave forma di solitudine. La società contemporanea ha paura di soffrire, tende a dimenticare quanto prima il lutto e a non indossarne più i colori. Le pubbliche lamentazioni funebri sono state sostituite dagli applausi chiassosi che accompagnano l’uscita del feretro dalle chiese. È la strategia di chi vuole allontanare dalla vista i portatori dei segni del dolore, i disabili – rifiutati dagli albergatori, gli immigrati – rinchiusi in quartieri lontani: il dolore viene segregato, non lenito.

Forse io non sono la persona più adatta per parlare del dolore, perché so di averne procurato molto, so di aver calpestato rose e gelsi e di aver tolto la felicità a molte persone, ma anch’io ho conosciuto il dolore, ho perso persone care e non ho potuto vederle quando la morte se le è portate via. Infatti a suo tempo mi fu negata la possibilità di partecipare al corteo funebre, per il pericolo di fuga.

Nelle carceri, specie quelli del sud Italia esistono ancora forti forme di solidarietà e conforto degli amici che hanno perso un familiare. Nel carcere di Lecce, quando morì mio padre, che aveva appena 41 anni, tutti i detenuti, in segno di lutto, tennero spenti tutti i televisori per un paio di giorni, fino a quando io feci passare la voce e dire loro di riaccenderli, ringraziandoli per il grande gesto che avevano fatto. Ai più può forse sembrare un gesto insignificante quello di non guardare la tv per due giorni, ma bisogna considerare che la tv è la principale fonte di notizie e strumento di compagnia del detenuto. Il carcere è un luogo saturo di dolore e forse questo rende le persone più partecipi ai dolori altrui. Vi è molta solidarietà. Può sembrare un paradosso, ma è la realtà, e io ne sono testimone.






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