Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Ceto politico, informazione, mafie - Pagina stampabile - lo Stato del meridione - Fulmini e Saette


Ceto politico, informazione, mafie

Data Wed 10 June 2009 6:50 | Categoria: lo Stato del meridione


La dichiarazione rilasciata alla Commissione parlamentare antimafia dal procuratore della Repubblica di Napoli Giandomenico Lepore non ha avuto l’eco che meritava. Tanto meno la parte in cui riferiva che il 30 % dei politici campani sono collusi con la criminalità organizzata. Perché? Qualche settimana fa nel Rapporto di Freedom House si metteva in luce che la stampa in Italia è “parzialmente libera”, anche “a causa delle intimidazioni della mafia ai giornalisti e della concentrazione proprietaria dei media”.

Dal momento che non hanno alcuna vocazione ideologica né etica, le mafie puntano di volta in volta sul cavallo vincente. Il 30 % della classe politica: il sindaco, il presidente della provincia, il presidente della regione, le rispettive giunte... È con i rappresentanti di queste istituzioni e gli esponenti di questi organismi che il crimine organizzato stabilisce una relazione che ha bisogno di alimentarsi continuamente delle risorse destinate alle opere pubbliche e ai servizi - di cui i capi clan si aggiudicano gli appalti più sostanziosi - ma anche di interloquire nelle nomine di primari ospedalieri, nelle raccomandazioni per i concorsi delle Università, nelle candidature elettorali, nelle designazioni degli amministratori degli enti locali, nella realizzazione dei centri commerciali, nelle variazioni dei piani regolatori generali e particolari, così come in ogni campo e piega della società da cui poter trarre vantaggi economici, controllo del territorio, consenso dei cittadini.
Ed è proprio sulla ricerca del consenso che mafia e politica spesso si trovano ad utilizzare, in un certo senso, gli stessi mezzi; mezzi che ora possono essere messi in atto con un sottile gioco di intimidazione, di ricatti, di pressione, di clientelismo, ora con la corruzione e la complicità. Quasi ad indicare un terreno comune su cui gli interessi diventano convergenti. Se questo corrisponde, come pare, al quadro tracciato dal procuratore di Napoli è difficile potere avere, per il prossimo futuro, molte speranze di cambiamento.

Nonostante siano stati sciolti, fino al 30 giugno del 2008, ben 180 consigli comunali per infiltrazioni mafiose: 80 in Campania, 49 in Sicilia, 41 in Calabria, 7 in Puglia e 3 nel Lazio, Basilicata e Piemonte, parti rilevanti del territorio continuano ad essere controllati dalle cosche e dalle famiglie mafiose. Le organizzazioni criminali continuano ad influenzare i flussi della spesa pubblica procurandosi l’appoggio di una certa stampa e dei media locali – sebbene non necessariamente tale appoggio dipenda da intimidazione o minacce ( questo succede “ quando essi, i giornalisti, cadono sull’endemia depressiva, corruttiva, opportunistica prodotta dal sistema”- sottolineava, a proposito del sistema dell’informazione, Enzo Roggi, direttore di Pontediferro - giornale on line free press di Roma) - e, non di rado, una copertura politica con agganci a livello nazionale. Gli esempi della Campania di qualche mese fa ne sono una dimostrazione.

Non soltanto preoccupa questa situazione, allarma - come ha opportunamente rilevato pochi giorni or sono il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano - il fatto che l’occupazione dei gangli vitali dell’economia e della società possa divenire ancora più penetrante ed estesa. “Le organizzazioni di stampo mafioso approfitteranno dell’attuale crisi per acquisire il controllo delle aziende in difficoltà con un’invasiva presenza in tutte le regioni del Paese”.

Benché i risultati straordinari raggiunti con la cattura di pericolosi latitanti, la disarticolazione dell’organizzazione e la decapitazione di alcune famiglie potenti, la criminalità organizzata (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra) mai come ora può essere pericolosa grazie alla sua grande disponibilità di denaro. Non va dimenticato che nel corso del 2008, mentre gli effetti della crisi mondiale si facevano sentire e il nostro prodotto interno lordo indicava il segno meno (nel 2009 è previsto un – 4,2%) le mafie incrementavano il “loro” Pil di 30 miliardi di euro passando dai 90 del 2007 ai 130 nel 2008. Se si pensa che la sola ‘ndrangheta possiede un patrimonio finanziario pari a 44 miliardi di euro - l’equivalente del 3% del Pil - si può agevolmente immaginare quanto sia alto il rischio per le imprese che si trovano in grave disagio e soprattutto quelle più esposte che facevano già fatica ad ottenere il credito dalla banche.

Come combattere questo fenomeno e avere qualche possibilità di vittoria? La magistratura e le forze dell’ordine, preposte alla prevenzione e alla repressione, ci dicono che da sola la loro azione non basta. Da Falcone a Borsellino, fino all’attuale capo della Direzione Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, tutti ci dicono, rivolgendosi in primo luogo alla politica, ai giornali, alla televisione, al mondo della scuola, che l’unica cosa che le mafie temono sono gli attacchi sul terreno della comunicazione e dell’azione sociale.

E’ evidente, purtroppo, l’esistenza, come ci rivela l’indagine del procuratore di Napoli, di una sproporzione fra il “consenso”, preponderante, che riescono a raccogliere la malavita organizzata e quella parte politica che la sostiene e il consenso e l’aiuto, insufficienti, di tutte le altre componenti della società – soprattutto i mezzi di comunicazione – che si dichiarano disposte a dare un supporto robusto e decisivo all’antimafia della repressione e della prevenzione.





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