Un mondo di spie

Data Sun 31 January 2010 5:00 | Categoria: sociografie

Gennaro è dolente, e un po’ sperduto, quando racconta che i suoi compagni di lavoro “portano spia”.

Viaggiamo in treno, Alexandra ed io. L’uno di fronte all’altra parliamo a voce bassa, e in gergo. Dopo un certo tempo il giovane seduto al mio fianco – Gennaro lo chiamerò - ci domanda che lavoro facciamo – i contenuti e le forme del nostro dialogo l’hanno colpito e spinto verso di noi.

Va “a fare un concorso” per 190 posti: “siamo 20.000 candidati”. Se lo vince diventerà maresciallo, ora è caporale, e quando è di pattuglia, deve stare sempre attento, a quello che fa e a quello che dice, perché gli altri aspiranti effettivi potrebbero, e lo fanno, “portare spia”. Che vuol dire? “Denunciare uno ad un superiore per farsi bello, per avere un vantaggio”. E i superiori? “Ci trattano come cani.” Quanti anni hai? “Ventiquattro a settembre.”

Nel posto accanto ad Alexandra ha viaggiato con noi un coetaneo di Gennaro. Senza guardare, senza parlare, dormendo poggiato al finestrino. Alexandra s’allunga per abbassare il parasole, il dormiente scatta e pigia lui il bottone. Gennaro nota il gesto e ci lancia uno sguardo ancora più dolente, ancora più sperduto: sembra domandarsi e domandarci se anche quello è uno che porta spia.

Pasquale Misuraca





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