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Il fine non giustifica i mezzi

Data Fri 24 April 2009 10:40 | Categoria: leOpereeiGiorni

Dick Cheney – ex vicepresidente degli Stati Uniti - ha ammesso ieri che sì, sapeva delle torture da infliggere ai detenuti di Al Qaeda dopo l’11 settembre 2001, e le aveva approvate, e pensa di aver fatto la cosa giusta, perché così facendo ha salvato la nazione statunitense da nuovi attacchi terroristici – il fine giustifica i mezzi. Cheney si è vantato insomma d’essere un uomo politico machiavellico: non ha forse detto Machiavelli che “il fine giustifica i mezzi”?

No. Machiavelli non ha detto questo. Non lo ha pensato. Non lo ha scritto. La frase gli è stata attribuita dai suoi avversari – i gesuiti primi fra tutti. Machiavelli ha scritto, ne ‘Il Principe’: “E’ necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità.” Ebbene, l’inciso “volendosi mantenere” non è giustificativo: il fine non giustifica i mezzi, perché l’essere non buoni non ricava mai, nemmeno dal successo politico, una giustificazione morale (leggi per esteso R. Buscagli, ‘Niccolò Machiavelli’, La Nuova Italia 1975).

Machiavelli dunque dice (pensa e scrive) che la politica propria del mondo moderno non nasce dalla morale e non è giustificata dalla morale, è una politica a-morale.

Per concepire e praticare una politica morale bisogna concepire e praticare la ‘scienza della storia e della politica’ e ‘l’economia di solidarietà’ – vedi le rubriche Gramsci e economia di solidarietà del sito-rivista.
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Maurizio Molinari, ‘La Stampa’, 24 aprile 2009.

Furono Condoleezza Rice e Dick Cheney ad autorizzare gli agenti della Cia di George Tenet a condurre gli interrogatori dei detenuti di Al Qaeda con «tecniche rafforzate» che adesso l’amministrazione Obama equipara alla tortura, ovvero ad una violazione delle leggi degli Stati Uniti. A svelarlo sono alcuni documenti del ministero della Giustizia, pubblicati online dalla commissione Intelligence del Senato, destinati a rafforzare la voce dei leader democratici del Congresso che vogliono dare inizio ad un’inchiesta pubblica sulla legalità dell’operato della presidenza Bush.

I documenti in questione escono dal ministero che dopo l’11 settembre 2001 era guidato da John Ashcroft, fedelissimo di Bush, ed ora è nelle mani di Eric Holder, fedelissimo di Obama. La loro importanza è relativa alla ricostruzione della genesi dell’autorizzazione all’uso del «waterboarding», l’affogamento simulato al quale vennero sottoposti Khalid Sheik Mohammed, ideatore degli attacchi del 2001, e due colonnelli di Osama bin Laden: Abu Zubaida, collaboratore di Khalid Sheik Mohammed, e Abd al-Rahim al-Nashiri, coinvolto nell’attacco alla Uss Cole del 2000.

La prima occasione nella quale la Casa Bianca diede luce verde a questa «tecnica rafforzata» risale al 17 luglio 2002 quando Condi Rice, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente, incontrò il capo della Cia George Tenet suggerendogli di «procedere a condizione dell’assenso del ministero della Giustizia». Era stato un briefing dell’intelligence a spiegare in precedenza, nei dettagli, a Rice che cosa comportava il «waterboarding» che venne poi impiegato su Abu Zubayda per 83 volte riuscendo ad ottenere le informazioni che avrebbero portato alla cattura di Khalid Sheik Mohammed. Un anno dopo, nel 2003, alti funzionari della Cia tornarono a illustrare alla Casa Bianca l’utilità del «waterboarding» durante una riunione alla quale parteciparono, oltre alla Rice, il vicepresidente Dick Cheney, il ministro della Giustizia Ashcroft, il consigliere legale del presidente Alberto Gonzales e il consigliere legale della Rice, John Bellinger. Al termine di quella riunione venne riaffermata la «legalità» delle «tecniche rafforzate» e nei mesi seguenti Khalid Sheik Mohammed vi venne sottoposto per 183 volte, svelando il piano di una seconda ondata di attacchi con aerei-kamikaze, questa volta contro la California.

Il «Washington Post» ha indagato su quanto avvenne all’epoca arrivando alla conclusione che il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, e il Segretario di Stato, Colin Powell ne vennero tenuti all’oscuro. A confermarlo è anche John Rockefeller, senatore democratico del West Virginia che siede nella commissione di Intelligence, secondo il quale «i documenti di cui al momento disponiamo attestano che non furono coinvolti nel processo decisionale». L’unico degli interessati a reagire alle accuse al momento è Bellinger, facendo sapere che si tratta di una «ricostruzione incompleta che non riflette cosa avvenne». Ma l’impressione è che ci troviamo solo all’inizio di una battaglia politica e legale dalle conseguenze imprevedibili. Dianne Feinstein, presidente democratica della commissione di Intelligence al Senato, vuole infatti accelerare i tempi per «audizioni pubbliche» alle quali potrebbero essere chiamati a deporre sotto giuramento Cheney, Rice e altri volti di spicco della passata amministrazione ma è un percorso che la Casa Bianca di Obama teme in ragione dell’aria di rivolta che già si respira a Langley, fra gli agenti della Cia che temono di diventare i capri espiatori dell’inchiesta.

Fino a questo momento Obama si è detto determinato ad impedire procedimenti a carico degli agenti mentre è favorevole ad un’inchiesta bipartisan a Capitol Hill capace di mettere in luce le illegalità commesse a livello politico. Saranno le prossime settimane a dire che il presidente riuscirà a rimanere in bilico fra queste due direzioni di marcia, di certo deve guardarsi dal rischio di boomerang come nel caso di Nancy Pelosi, la presidente della Camera dei Rappresentanti che secondo il «Washington Post» nel 2002 venne «messa segretamente al corrente delle nuove tecniche». Pelosi assicura che «mi dissero solo che le avrebbero applicate in futuro» ma non basta ad allontanare il dubbio che anche lei fosse a conoscenza dei nuovi metodi di interrogatorio applicati sui detenuti di Al Qaeda.





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