Una poesia in cui mi rivedo

Data Wed 29 April 2009 7:30 | Categoria: vademecum per nuovi giunti

Tonio sta studiando la lingua spagnola. Questa volta il suo post consiste nella ‘esegesi’, nella ‘lettura’, nel ‘commento’ di una poesia di Blas De Otero, un poeta spagnolo nato a Bilbao nel 1916 e morto a Madrid all’età di 63 anni.

Juicio final

Yo, pecador, artista del pecado,
comido por el ansia hasta los tuétanos,
yo, tropel de esperanza y de fracasos,
estatua del dolor, firma del viento.

Yo, pecador, en fin, desesperado
de sombras y de sueños: me confieso
que soy un hombre en situación de hablaros
de la vida. Pequé. No me arrepiento.

Nací para narrar con estos labios
que barrerá la muerte un día de éstos,
espléndidas caídas en picado
del bello avión aquel de carne y hueso.

Alas arriba disparó los brazos,
alardeando de tan alto invento;
plumas de níquel. Escribid despacio.
Helas aquí, hincadas en el suelo.

Este es mi sitio. Mi terreno. Campo
de aterrizaje de mis ansias. Cielo
al revés. Es mi sitio y no lo cambio
por ninguno. Caí. No me arrepiento.

Ímpetus nuevos nacerán, más altos.
Llegaré por mis pies -¿para qué os quiero?-
a la patria del hombre: al cielo raso
de sombras ésas y de sueños ésos.
Giudizio finale

Io, peccatore, artista del peccato,
divorato dall’ansia fino all’osso,
io, mucchio di speranze e fallimenti,
statua del dolore, sigla del vento.

Io, peccatore, alla fine, disperato
d’ombre e di sogni: confesso
d’essere un uomo in grado di parlarvi
della vita. Peccai. Non me ne pento.

Nacqui per raccontare con queste labbra
che chiuderà la morte un giorno di questi,
come cadde in picchiata dal cielo
un bell’aeroplano di carne e ossa.

Ad ali aperte rifiutò le braccia,
insuperbito dalla gran scoperta;
penne di nichel: ma scrivete piano.
Eccole qui. Conficcate nel suolo.

Questo è il mio posto, il mio terreno, il campo
d’atterraggio delle mie ansie. Cielo
alla rovescia. È il mio posto e non lo cambio
con nessun’altro. Caddi. Non me ne pento.

Impeti nuovi nasceranno, più alti.
A piedi arriverò – perché altrimenti vi amerei? –
alla patria dell’uomo: al cielo libero
da quelle ombre e dai quei sogni.


Ho scelto di commentare questa poesia perché in gran parte mi rivedo nel personaggio che il poeta descrive.
Quando scrivo ‘mi rivedo’ intendo dire che rivedo quel lungo periodo di tempo in cui anch’io ho vissuto nel peccato.
E, quando questo avveniva, mi sentivo immortale. Avevo tutto quello che desideravo in quel momento, e volavo alto anche io.
Inoltre, il poeta descrive come nel personaggio vi è stato un cambiamento. Vorrei rivelarvi l’interpretazione che sono riuscito a costruire della poesia.
La prima parte descrive il fatto che quando il personaggio peccava si sentiva al di sopra di ogni cosa, vedeva il mondo dall’alto, sentiva lo stato di grazia conquistato e, ad ali spiegate, volava leggero e tranquillo, insuperbito dalla gran scoperta.
La parte che più mi ha colpito però è quella in cui descrive la caduta da quel cielo, una caduta brusca. È il momento in cui inizia a perdere quello stato di grazia apparente che aveva sperimentato.
Molto bella la doppia visione “penne di nichel: ma scrivete piano” – le penne di uccello per scrivere e il nichel, il metallo, per le ali di un aeroplano.
La terra, il suo campo di atterraggio, la fine delle sue ansie.
Il poeta descrive la terra come il cielo alla rovescia, una forma di ottimismo in quanto è la terra questa volta ad essere chiamata cielo, quindi vede la terra come una speranza, infatti dice “Caddi. Non me ne pento.”
Non vuole più “volare”, a piedi vuole arrivare. Quello che ho recepito io è che a questo punto il personaggio le cose se le vuole guadagnare con sudore, senza più scorciatorie, con calma.
Ha capito tutto il percorso che ha fatto l’uomo, per questo dice: “perché altrimenti vi amerei?”
Io stesso posso dire di essere caduto e di essermi fatto male, molto male. Anche io come il personaggio della poesia solo dopo essere caduto ho capito molte cose. Anche io voglio arrivare “a piedi” alla meta che mi sono prefissato.






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