Dalla morte indiretta all’immagine infinita - 1 parte -

Data Mon 30 March 2009 7:30 | Categoria: eyes wide open

Recentemente si è diffusa anche sui media italiani la commozione un po’ posticcia per la morte “in diretta” di Jade Goody. Per chi si fosse distratto dalle morbosità dei quotidiani, Jade Goody era una partecipante a diversi reality show in Gran Bretagna, diventata famosa soprattutto per gli insulti razzisti rivolti a una nota attrice indiana che avevano causato quasi un incidente diplomatico.

La Goody, successivamente al suo periodo di effimera celebrità sarebbe ricaduta nell’anonimato o nel semi-anonimato autoreferenziale che è concesso agli ex partecipanti dei reality, se non che si è improvvisamente ammalata di tumore all’utero ed è stato quasi subito chiaro che ne sarebbe morta. La reazione della donna non è stata quella di nascondere la sua malattia, ma di evidenziarla, fino a vendere l’esclusiva delle sue immagini da malata e da moribonda a diverse emittenti e riviste. Questa mossa, di rendere pubblica la propria agonia, è stata da una parte criticata, mentre è stata considerata coraggiosa da altri.
La Goody ha affermato di compiere questo gesto sia per raccogliere soldi da lasciare ai suoi figli piccoli, sia per sensibilizzare le altre donne sui pericoli del tumore all’utero. In Italia i media si sono scatenati a sottolineare soprattutto il versante patetico e strappalacrime della vicenda, senza andare troppo per il sottile.
La questione però non è tanto quella della mercificazione della malattia e della sofferenza. E nemmeno quella del famigerato quarto d’ora di celebrità che secondo Warhol sarebbe prima o poi garantito a tutti. Jade Goody, creazione televisiva, ha sentito il bisogno di uno sguardo su di sé, anche nella sofferenza e nella morte. In un certo senso, l’incubo del panopticon diagnosticato da Foucault, una gigantesca prigione dove si è costantemente guardati a vista, si è trasformato in una specie di sogno o desiderio da realizzare. La Goody era cresciuta senza famiglia, con un padre tossicomane, in condizioni sociali estreme. L’occhio delle telecamere in un certo senso le ha donato un’identità e le ha permesso di esistere ai suoi stessi occhi.

Non è l’unico caso. Qualche giorno prima in un Porta a Porta orridamente dedicato alla condanna di Wanna Marchi e della figlia, è stato mandato in onda e commentato un lungo filmato girato dalle due donne nella loro casa poche ore prima della sentenza. Distrutte dall’angoscia e con i lineamenti stravolti, le due donne, vuoi per suscitare commiserazione, vuoi per un esibizionismo così insopprimibile da non poter essere evitato neanche in un frangente così doloroso, non hanno rinunciato a mettersi in scena. Creati televisivi, dovevano recitare la parte delle “Marchi” fino in fondo, senza neppure sospettare quanto risultassero prigioniere del loro ruolo e della loro stessa retorica, costruita per gabbare gli altri in anni di apparizioni televisive. Anche in questo caso, sembra che alla condanna penale si aggiunga una condanna ancora più atroce in quanto voluta e perseguita dagli stessi condannati, quella della propria rappresentazione televisiva.
I due casi che ho raccontato costituiscono un’evoluzione dei modelli di comunicazione di massa come l’avevano vista nascere e svilupparsi intellettuali come Pasolini o Foucault. Non c’è più un controllo verticale, dall’alto verso il basso, ma una specie di reticolato dove ogni elemento controlla e influenza gli altri, così che il pubblico del Grande Fratello è pienamente coinvolto e complice nelle strategie di rappresentazione, senza più farsi domande sulla verità o falsità di quanto mostrato, ma godendone l’elemento narrativo in quanto rassicurante.

Il Grande Fratello, come ogni reality non rappresenta un modello reale o un’utopia, ma risulta gradevole in quanto fiction. Comunque una realtà si mette in scena: la logica è quella dell’horror vacui. Meglio una rappresentazione volgare e scomposta che nessuna rappresentazione. [Continua]






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