Piccole cose, grandi effetti.

Data Sat 4 April 2009 8:00 | Categoria: vita di imprenditore

Per alcuni anni, attorno al 1985, importavamo zucchero dalla Francia.
Ventisei tonnellate di zucchero ognuna su di un pallet da una tonnellata, il carico pieno di un TIR, arrivavano nel nostro cortile di scarico provenienti da Marsiglia e venivano scaricati in una mezzora nonché ben stivati, impilandoli uno sopra l’altro nel magazzino.

La faccenda che apprezzavamo di più, in questi carichi, era che i sacchi erano perfettamente allineati uno sull’altro a formare la tonnellata e poi, la stessa, era tutta avvolta da film in plastica termoretraibile in maniera tale che permetteva lo scarico anche con la pioggia.

Ma esisteva anche una ragione più importante che ci faceva apprezzare il tutto: il perfetto allineamento dei sacchi permetteva di sfruttare lo spazio completo del TIR i quali sono costruiti in maniera che, nella loro larghezza ci stiano esattamente due pallet; due file da tredici insomma ed il muletto, nello scaricare era molto più veloce perché tutto era perfetto e non aveva bisogno di molte manovre per inforcare e sollevare il bancale. Il carico veniva a costare meno perché lo spazio era tutto utilizzato e si risparmiava tempo.
Diversa era la situazione dei carichi che arrivavano dagli zuccherifici italiani: i sacchi non erano allineati bene sui bancali, debordavano. Ne conseguiva che non si potevano allineare bene sugli autotreni e che quindi non viaggiavano a pieno carico. Esisteva anche il problema che i sacchi di un bancale si toccavano con quelli di un altro e, sia in sede di carico allo zuccherificio che in sede di scarico, da noi, il muletto doveva manovrare a lungo per evitare rotture che, nonostante tutto, avvenivano lo stesso con gravi perdite di prodotto che poi si dovevano giustificare alla Repressione Frodi e segnalarle sul registro zuccheri ecc.

L’origine di questa diversità di qualità di carico andava ricercata unicamente nel fatto che, i francesi avevano adottato i robot pallettizzatori che, se vogliamo, sono relativamente stupidi nella loro semplicità.

Allora non era ancora stata attuata la ristrutturazione del settore saccarifero e la miriade di zuccherifici italiani lavoravano in perdita: erano stati costruiti solo per accontentare i politici locali per dare un lavoro stagionale alla gente del posto. Finito il raccolto la stagione era chiusa.

Per dare una idea di questa ristrutturazione basti pensare che, da una trentina di zuccherifici, dopo la stessa sono rimasti solo in 5 o 6, mi pare e se non vado errato.
In ossequio a questa politica di intendere l’industria saccarifera come ammortizzatore sociale piuttosto che come reddito, non si adottavano i robot anche qui da noi, in Italia.
Succedeva che, negli zuccherifici italiani, intere cooperative di caricatori, venivano impiegati per formare i pallets e, non vorrei essere frainteso se, nell’ordinare un carico, ad esempio, da Casei Gerola, chiedevo se me lo caricassero PRIMA della pausa pranzo: erano più allineati. Dopo la pausa, insomma…

La ristrutturazione del settore saccarifero ha fatto sparire il concetto di ammortizzatore sociale ed introdotto quello, giusto, di produzione di ricchezza.
Pertanto si sono introdotti anche i robot da noi e quindi non c’era più alcuna ragione di comperare fuori, dalla Francia o Germania che sia.
Così, come la meccanizzazione agricola ha fatto sparire le mondine, i mietitori di grano, ecc. così la ristrutturazione del settore ha fatto sparire, con un semplice braccio meccanico, una intera categoria di persone addetti al carico.
Era un lavoro ingrato perché i sacchi, allora, pesavano 50 Kg. Adesso sono vietati, sono solo da 25 Kg. se si eccettua quelli di alcuni zuccherifici oltreoceano dai quali si importa zucchero di canna integrale: ma vanno scomparendo anche da quelle parti.
Più tardi ebbi modo di conoscere uno di questi operai “E’ stata dura, era da bestie, ma con questo lavoro mia figlia, adesso, fa la dottoressa pediatra. Ora ci sono i robot, è uno scherzo.
Chissà se la figlia capirà o ha capito i sacrifici del padre: sono queste le cose che contano, il resto è acqua fresca, a mio modestissimo avviso.





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