Apologia di Giovanni Falcone

Data Sat 14 March 2009 7:00 | Categoria: lo Stato del meridione

Il 23 maggio 1992, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, all’altezza di Capaci, con un telecomando a distanza, viene fatto saltare in aria il corteo delle macchine sulle quali viaggiano Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta – che restano in terra tutti morti. Viene a mancare così l’uomo-magistrato che ha rappresentato lo spartiacque fra quanti la mafia vogliono combatterla e quanti vogliono subirla.

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Questo, Falcone diceva, un anno prima di morire, ad una giornalista francese corrispondente da Roma per ‘Le Nouvel Observateur, Marcelle Padovani.
Tale era la realtà contro cui Falcone ha messo a disposizione il suo impegno costante, inesausto, e la determinazione a usare il più velocemente possibile le informazioni sul mondo del crimine organizzato, per tentare di aver una lunghezza di avanzo. Nella prospettiva di ottenere risultati concreti - e quello di arrivare prima della mafia è uno dei più importanti - non si domandava mai se dovesse affrontare o no un problema ma solo come affrontarlo. Con la sua enorme capacità di lavoro e la sua totale abnegazione, per più di dieci anni Falcone è vissuto nell’atmosfera artificiale e soffocante delle corti di giustizia, delle carceri, degli uffici superprotetti. Non usciva mai e vedeva il sole soltanto attraverso i finestrini blindati della sua Alfa Romeo.

Palermitano, di famiglia borghese e conservatrice, residente nel centro di Palermo, padre funzionario della provincia, madre molto religiosa che lo fa partecipare alla vita della chiesa. Adolescente, prima di interrogarsi sul proprio avvenire – fare il medico o il magistrato? - si appassiona al canottaggio e legge intensamente. Un passo di Giuseppe Mazzini lo colpisce profondamente: “La vita è missione ed il dovere è la sua legge suprema”. Sceglie la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Palermo e nel 1964, appena venticinquenne, supera il concorso per entrare nella carriera di magistrato, manifestando subito la vocazione per il penale, o meglio per i processi contro la mafia.

Si può dire che egli ha trascorso tutta la vita attentamente immerso nella diffusa cultura mafiosa. Sapeva, meglio di ogni altro, come trattare gli uomini della mafia, e rispettare i criminali confessi, in particolare i “pentiti”. Ricambiato dal loro rispetto. Antonino Calderone, un importante pentito, ha dichiarato: “Ho collaborato con Falcone perché è un uomo d’onore.” Dal più importante dei ‘pentiti’, Tommaso Buscetta, Falcone riesce a raccogliere ed acquisire informazioni che gli consentono di essere il solo in grado di comprendere e spiegare fino in fondo perché la mafia siciliana costituisca un mondo logico, razionale, funzionale ed implacabile, più dello Stato e di ogni altra organizzazione esistente. “Buscetta ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. Una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. E’ stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti.” (Altro brano dalla intervista a Padovani)

Sono trascorsi 17 anni dalla morte di Falcone, ma questo uomo-magistrato è ancora vivo nella coscienza di molti cittadini e attivo nell’azione di molti magistrati. Quando la mafia sarà definitivamente sconfitta – tutte le associazioni, virtuose o malavitose che siano, nascono, crescono e muoiono – sarà ancora più vivo e attivo. In fondo, la morte e la vita degli altri dipendono anche da noi.





La fonte di questa news è Fulmini e Saette
http://www.fulminiesaette.it

L'indirizzo di questa news è:
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=1395