Frost/Nixon, il gelo del potere

Data Mon 23 February 2009 7:00 | Categoria: eyes wide open

Ci sono spettacoli che rivelano la loro essenza già a partire dal titolo e Frost/Nixon è uno di quelli. L’uso di una sbarretta anziché di una normale congiunzione «e» o di un «Frost contro Nixon» già ci permette di ricostruire l’intera impostazione del film. Ma andiamo con ordine.

Frost/Nixon è uno spettacolo che nasce per il teatro, una pièce di grande successo a Broadway, interpretata proprio dai due attori che si vedono nel film: Michael Sheen nella parte del presentatore David Frost, Frank Langella in quella del presidente Richard Nixon. Il film ricostruisce una famosa serie di interviste televisive rilasciate dall’ex-presidente Nixon a Frost nel 1977, partendo dal momento in cui sorge l’idea, nel 1974, all’indomani delle ignominiose dimissioni del Presidente, fino ai giorni convulsi delle registrazioni.
Fin dal titolo è chiaro che si gioca su una certa gemellarità fra i due protagonisti.
Apparentemente David Frost, spigliato anchorman britannico, elegantone un po’ vanesio e donnaiolo non ha nulla a che fare con l’anima nera della politica americana, un Nixon rappresentato secondo lo stereotipo: cinico, venale e frustrato. Eppure diventa subito chiaro che per entrambi l’intervista rappresenta l’ultima occasione. Frost potrebbe rilanciare la sua sbiadente carriera di showman, Nixon la sua immagine politica che ormai coincide con il ritratto di “Tricky Dick”, l’uomo degli imbrogli. È un’occasione che nessuno dei due uomini vuole perdere ed entrambi sono disposti a giocarsi il tutto per tutto in una serie di duelli verbali.

Alla fine, come sappiamo, vince Frost: Nixon fa delle mezze ammissioni sul Watergate e le interviste televisive vanno a ruba in tutto il mondo. La confezione del film è eccellente e la recitazione dei due protagonisti è di ottimo livello professionale, eppure il film manca un po’ le premesse del suo stesso titolo. Da una parte il regista è costretto a sottolineare più di una volta che Frost e Nixon sono simili, dall’altra però sembra negarlo, rendendo la figura dell’ex-presidente molto più luciferina di quella dello svagato Frost. La storia che il regista, Ron Howard, vuole raccontarci, è la leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij: il potere che giustifica platealmente la soppressione della verità in nome del potere stesso.

La scena madre, a questo proposito, avviene al centro del film, quando Nixon telefona nottetempo a Frost per “svelargli” la verità: entrambi rischiano da sempre di essere dei falliti e solo uno dei due potrà vincere la partita, con qualunque mezzo. Per rendere tollerabile questa telefonata, un lungo monologo di Nixon che spiega un po’ troppo, lo sceneggiatore (che è anche il drammaturgo che ha scritto la versione teatrale) la mette subito dopo in dubbio: Nixon negherà fino all’ultimo di averla mai fatta. Eppure per come è girata la scena del film al pubblico cinematografico restano poche ambiguità: l’ammissione di colpa del Grande Inquisitore c’è stata ed era reale. Non più Frost/Nixon insomma ma Nixon e basta.

Sicuramente a teatro questa scena doveva essere risolta in una maniera molto ambigua, tanto da lasciare nello spettatore il dubbio se si trattasse di una confessione di Nixon o di un delirio di Frost. Paragonare il monologo di Nixon a quello di Andreotti in Il divo di Sorrentino permette subito di capire la differenza. Il monologo del Divo è tanto grottesco da sembrare (e forse da essere) solo un sogno. Il monologo di Frost/Nixon è una intelligente psicanalisi del potere, ma non è certamente un sogno.





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