Le Ceneri di Pasolini

Data Fri 30 January 2009 7:00 | Categoria: leOpereeiGiorni




Pasquale Misuraca, Le Ceneri di Pasolini, ottobre 1993.




Tre parole sul film-documentario.

1. Emile Fallaux, Rotterdam International Filmfestival 1994
2. Lietta Tornabuoni, L’Espresso 25 febbraio 1994
3. Dichiarazione dell'autore al Festival di Torino 1993

1.
Lirico ed affascinante documentario su Pier Paolo Pasolini, sicuramente il più idiosincratico fra i cineasti italiani. Il film include alcuni frammenti accuratamente scelti dalla sua opera e molte interviste con lo sferzante e mordace maestro, riportate alla luce dagli archivi televisivi italiani. Pasquale Misuraca vede il film come un autoritratto di Pasolini. Il materiale meticolosamente raccolto è organizzato secondo le idee filosofiche, cinematografiche e politiche dello stesso Pasolini. L’opera e la visione di Pasolini erano ampiamente formate sulla poesia, così anche questo film (e con lui - il film avrebbe potuto intitolarsi Pasolini su Pasolini) ha una struttura molto poetica. Ecco perché Misuraca non ha fatto uso della voce fuori campo di qualche “esperto”; è il maestro stesso che parla.
Misuraca non ha voluto conformarsi alla convenzione naturalistica del fare i documentari; ha voluto utilizzare gli aspetti poetici di un film fiction nel fare un documentario.

Questo film, fatto originariamente per la televisione, ignora completamente le convenzioni televisive. Da vero figlio di Pasolini, Misuraca si cimenta con l’idea che un nuovo linguaggio artistico possa essere sviluppato oltre il cinema e la televisione. Si rende conto che questo non è un pensiero modesto, ma per lui la modestia nel pensiero è la povertà (e cita Marx ponendo la questione “Vi ricordate di Marx?”). Misuraca senza dubbio ricorda Pasolini, che era tutt’altro che un “povero” cineasta.

[dal catalogo del Rotterdam International Filmfestival, 1994]

*

2.
Forse nessuno ha definito, irriso, sferzato la televisione con maggiore asprezza e precisione di Pier Paolo Pasolini: ma adesso proprio i materiali televisivi sono gli unici a conservare e ricordare (al di là del pensiero, dell’opera) l’immagine del suo viso variante nel corso del tempo, il suono della sua voce, la misura dei suoi gesti, la forma del suo corpo, la forza del suo fascino.

Le ceneri di Pasolini, realizzato in collaborazione con Fuori Orario di Rai3 da Pasquale Misuraca, appena presentato al Forum del FilmFest di Berlino, è un esempio molto interessante di documentario e insieme di film, di biografia e insieme di autobiografia, di saggio e insieme di poesia: così intitolato in assonanza a Le ceneri di Gramsci perchè “Pasolini è stato il poeta delle rovine, delle macerie, delle ceneri di questo vecchio mondo” e perchè l’arte audiovisiva è l’arte delle ombre della realtà, arte delle ceneri”.

Non diversamente dal “Rossellini” di Adriano Aprà, pure presentato a Berlino l’anno scorso, e inoltre un esempio di quale gran risultato di ritrattistica e di memoria sia possibile ottenere utilizzando i materiali d’archivio televisivi e quel montaggio che, diceva Pasolini, “è un po’ come la morte: finché un uomo non muore, non si sa bene chi sia stato”.

Le ceneri di Pasolini, per ricomporre il percorso della vita e dell’opera, usa cronologicamente numerose interviste o dichiarazioni di Pasolini alla Tv, in particolare i suoi dialoghi con Enzo Biagi, Oreste del Buono, Francesco Savio: usa con l’intelligenza pertinente e commuovente citazioni da film pasoliniani, immaginazioni dei luoghi cruciali della sua esistenza, fotografie d’infanzia e di giovinezza, documenti visivi dei suoi viaggi o di letture dei suoi versi o delle sue partite di calcio. Tutto questo è accompagnato, intervallato, conclusa dall’andare d’una automobile bianca al buio: sagoma chiara appena percettibile, la macchina gira per Roma, come nella notte, rallenta tra le luci acide della stazione Termini, sosta per far salire a bordo un’ombra confusa, si ferma in uno spazio deserto nel compiersi d’un appena alluso e accennato tragitto verso la morte.

Le immagini fisiche di Pasolini, la voce mite e insieme prepotente, sottile, paziente e ricattatoria che racconta di sé e del suo lavoro finiscono con l’apparire più forti delle parole, dei ricordi evocati. L’antifascismo “scattato leggendo la poesia di Baudelaire”. Il fratello che “rappresentò quello che io avrei voluto essere”. Il rifiuto del conforto: “Non cerco consolazioni, cerco piccole gioie”. Lo scrivere, “un’abitudine come mangiare o dormire”. Il fare film: “Tema del mio cinema è sempre il conflitto tra il mondo popolare e il mondo borghese”. La fine della speranza: “La parola speranza è cancellata dal mio vocabolario; continuo a lottare in battaglie parziali, giorno per giorno“. La persistenza della passione: “Ho infinita fame dell’amore di corpi senz’anima”. L’invocazione alla madre “Ti supplico, ti supplico, non voler morire”.

Di italiani, al 44° FilmFest di Berlino, se ne son visti tanti: Bernardo Bertolucci e Sophia Loren come icone glamour, Carlo Lizzani in giuria; l’Italia del dopoguerra (Cari fottutissimi amici di Mario Monicelli), l’Italia della mafia (Il giudice ragazzino di Alessandro di Robilant), l’Italia degli immigrati (Articolo 2 di Maurizio Zaccario); il dittatore Gian Maria Volontè in Tirano Banderas di José Garcia Sanchez. Tra tutti, l’italiano de Le ceneri di Pasolini resta il più eloquente e profetico, il più esigente e furente, il più grande, il più amato.

[Lietta Tornabuoni, L’Espresso 25 febbraio 1994]

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3.
Le ceneri di Pasolini è nient'altro che un autoritratto di Pier Paolo Pasolini. Un film documentario, una raccolta di materiali selezionati e ordinati con acribia filologica e rigore storico-critico, fortemente caratterizzato da un andamento e una strutturazione soggettiva, poetica. Un film documentario di poesia nel quale ai documenti non si sovrappone autoritariamente la voce fuoricampo dell'Esperto, che tutto riconduce e riduce a una piramidale geometrica rassicurante gerarchia di spiegazioni. Le ceneri di Pasolini è perciò la narrazione autobiografica della propria avventura umana e artistica, complessa, contraddittoria e irriducibile, realizzata dal più grande poeta italiano del secondo dopoguerra sotto l'impulso dell'estremo grido majakovskijano: "Professore, si tolga gli occhiali biciclo. Io stesso racconterò del tempo, e di me".

Ho pensato e affermato pubblicamente, nel corso di questi ultimi anni, che il cinema e la televisione sono due diverse forme di comunicazione artistica, due diversi linguaggi, arrivando alla polemica teorizzazione del 'cinema come arte spaziotemporale' e della 'televisione come arte audiovisiva'. Nello stesso tempo ho cercato di criticare l'opinione dominante secondo la quale il cinema ha una vocazione naturalistica, oggettiva, documentaria da un lato, e dall'altro una natura onirica, soggettiva, fantastica. E ho sostenuto che il grande cinema è sempre l'una e l'altra cosa insieme, facce della stessa medaglia: pensate a La passione di Giovanna d'Arco di Dreyer, a Ladri di biciclette di De Sica, a Nashville di Altman.

Poi, in questi febbrili ultimi mesi di lavoro, ho realizzato Le ceneri di Pasolini. Un film che è ancora un documentario, una biografia che è anche una autobiografia, un'opera di prosa che è anche un'opera di poesia. E lavorando mi è parso di mostrare come e quanto possa rivelarsi efficiente la 'teoria delle due facce'. Il fatto è però che questo lavoro è nello stesso tempo cinematografico e televisivo, sembra comprendere l'impianto spazio temporale e l'impianto audiovisivo. Se questo fosse vero, vorrebbe forse dire che, oltre al cinema e alla televisione, c'è la possibilità di elaborare una nuova forma di linguaggio e di comunicazione artistica. Ho detto troppo? Ma questa è semplicemente la 'dichiarazione dell'autore', il quale è sempre ossessionato dalla ricerca della verità (possibile solo nell'esercizio dell'attività creativa, e non nella vita pratica). Come scriveva Marx (vi ricordate di Marx?): 'La natura dello spirito è sempre ancora la verità, e quale natura gli date voi? La modestia. Solo lo straccione è modesto, dice Goethe; volete voi fare del vostro spirito uno straccione?'

[Pasquale Misuraca, Festival di Torino, 1993]




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