La crisi dei partiti viene da lontano

Data Mon 22 December 2008 7:00 | Categoria: Gramsci


Antonio Gramsci


Nel 1980, a due anni dalla pubblicazione di Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci (De Donato, 1978), Luis Razeto ed io avevamo finito di scrivere Politica e partiti nella critica di Gramsci. Nel Libro Primo avevamo criticato il marxismo e la sociologia e sulle loro ceneri avevamo fondato e sviluppato i primi elementi della scienza della storia e della politica, nel Libro Secondo criticavamo lo Stato nazionale e il partito politico e sulle loro ceneri tracciavamo i fondamenti teorici di una nuova superiore civiltà, costituita di nuovi rapporti fra economia e politica, dirigenti e diretti, teoria e pratica.

Il Libro Primo scomparve come un sasso nell’oceano, il Libro Secondo non riuscimmo nemmeno a pubblicarlo. Perché accadde tutto questo? Per tante ragioni, la principale delle quali fu che in quegli anni i marxisti e i sociologi, lo Stato e i partiti credevano di essere e sembravano vincitori invincibili. Oggi, il marxismo è quasi scomparso, la sociologia è ridotta ai minimi termini, lo Stato è smembrato dalle regioni internazionali e dalle comunità locali, i partiti sfarinano come neve al Sole. Stiamo preparando l’Edizione Critica dei due Libri. Qui, ora, anticipiamo l'Introduzione del Libro Secondo.

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"Il grande problema che hanno oggi di fronte le istituzioni, i partiti e gli intellettuali è quello di elaborare e organizzare una strategia di superamento della crisi organica degli Stati contemporanei. Il problema non consiste tanto nella ricerca del come i soggetti politici dati debbano svolgere la propria azione, quanto di chi è in condizione di compiere una tale impresa. Occorre infatti chiedersi: sono i partiti politici le organizzazioni in grado di guidare la risoluzione della crisi? la crisi organica attuale non è anche crisi della politica, delle istituzioni e organizzazioni date, dei partiti stessi?

Possiamo intravedere l’esistenza di un nesso interno tra crisi organica e crisi dei partiti politici attraverso una preliminare considerazione di alcuni tra i segni più evidenti della loro attuale situazione critica.
Il più evidente di questi segni è dato dal processo di scomposizione dei rapporti tradizionali dei gruppi dirigenti con le basi militanti sotto l’impatto delle nuove tecniche di comunicazione, la cui azione molecolare intensiva media in modo nuovo i rapporti dirigenti-diretti, rafforzando la comunicazione discendente delle decisioni e informazioni e indebolendo la comunicazione ascendente dalla base ai vertici. Le ‘masse’ sono organizzate come pubblico più che come soggetti attivi, le moltitudini sono disaggregate molecolarmente e ricomposte in modo che ogni ‘uomo-massa’ diviene pubblico ascoltatore di tutti i discorsi, e pubblico di ogni partito è ogni ‘uomo-massa’. Ciò non è il risultato di un progetto teoricamente guidato dai partiti ma dello sviluppo tecnologico generale a cui essi cercano di adattarsi, così che risultano sempre più somiglianti fra di loro.

Altro segno di crisi è da vedere nel cambiamento di funzione delle ideologie nei partiti, che provoca un processo di scissione fra teoria e pratica e uno sdoppiamento all’interno del momento teorico. I programmi e le scelte pratiche tendono a fondarsi sempre più su analisi empirico-sociologiche della realtà immediata, mentre le ideologie vengono adoperate per portare a coerenza l’eterogeneità risultante dall’empirismo e dal pragmatismo, inquadrando le decisioni in una tradizione culturale e politica. Insieme ai rapporti fra teoria e pratica mutano quelli tra dirigenti e diretti: da una situazione in cui le ideologie realizzavano la coesione delle masse e assicuravano uno stretto collegamento fra gli intellettuali e i semplici in quanto rappresentavano un sistema di riferimento comune, si è venuti passando a una situazione in cui il discorso ideologico entrato in crisi non è più in grado di riprodurre una coscienza e volontà collettiva unitaria.

Un ulteriore segno della situazione critica è la tendenza alla sussunzione del personale dirigente dei partiti da parte di un nuovo sistema decisionale tecnico-burocratico che si è venuto formando e sviluppando all’interno dello Stato. Si tratta di un processo di burocratizzazione dei partiti politici che si svolge in rapporto alla tecnocratizzazione dei sistemi di decisione statale, nel quale la burocrazia sperimenta una significativa espansione e trasformazione. Lo sviluppo di centri decisionali economico-politici concentrati, operanti al di sopra degli organi rappresentativi e amministrativi dello Stato, e composti per cooptazione del personale più efficiente e di prestigio scelto volta a volta nell’industria, nella finanza, nei partiti, nei sindacati, nei mass media, determina una riduzione di incisività dell’intervento dei partiti in quanto le istituzioni e i luoghi dove ricade la loro azione hanno perso capacità deliberante e decisionale. I partiti politici sono progressivamente ridotti ad agire ai fianchi del potere e vengono ridotte le possibilità di iniziative autonome e alternative.

Altro segno ancora della crisi dei partiti politici è da vedere nella loro perdita di capacità di stabilire legami organici tra scienza e politica. Con la diminuzione del valore connettivo dell'ideologia tra dirigenti e diretti, cade anche l’efficacia di questa nella mediazione tra scienza e politica; la scienza non subisce più il primato della politica e rivendica piena autonomia e la funzione guida. In questa situazione la politica offre sempre meno un terreno d’incontro fra la scienza e il senso comune, come si nota nel fatto che il ‘senso del realismo’ in politica tende a produrre scelte di tipo pragmatico anziché critico; il partito politico non può più costituire un ordine intellettuale, in quanto l’ideologia, le scelte pratiche, le conoscenze scientifiche, le attività organizzative “non possono ridursi a unità e coerenza neanche nella coscienza individuale per non parlare della coscienza collettiva: non possono ridursi a unità e coerenza ‘liberamente’ perché ‘autoritativamente’ ciò potrebbe avvenire”. {Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 1378.}

Segno infine della crisi è l’emergenza di ‘movimenti’ che si costituiscono al di fuori dei partiti politici come forme di azione collettiva diversa e alternativa; associazioni che coinvolgono gruppi e categorie particolari e che esprimono domande e bisogni settoriali, che non investono l’insieme dello Stato. Il diffondersi di tali movimenti indica che i partiti non riescono a integrare determinati interessi e iniziative degli individui e dei gruppi, sicché il complesso delle attività politiche non trova nei partiti quel momento di sintesi e di universalizzazione che è la loro specifica funzione nell’organamento statale moderno. In questi movimenti si sperimentano nuove forme di azione politica, di rapporti e comunicazione interna; ma il superamento dell’odierna crisi organica domanda ben altre iniziative e attività teoriche e pratiche.

Questi segni di crisi dei partiti manifestano che in essi sono in corso i medesimi fenomeni che definiscono la crisi organica dello Stato e della civiltà moderni: la scissione tra dirigenti e diretti, teoria e pratica, scienza e politica, ‘struttura’ e ‘superstrutture’. La crisi dei partiti è parte determinante della crisi dello Stato poiché l’organicità dei rapporti tra governanti e governati è costruita e garantita precisamente dai partiti politici di massa; essa si produce a misura che i partiti perdono capacità di connettere allo Stato i grandi aggruppamenti sociali di cui sono storicamente i rappresentanti. Più in generale la crisi della politica è l’elemento centrale della crisi della civiltà statale moderna, poiché la razionalità specifica di questa è fondata appunto nel primato della politica. Tutto ciò porta al centro dell’attenzione teorica i processi di formazione, sviluppo, crisi del partito e della struttura della politica moderna, e muove alla delineazione di nuovi soggetti e di nuove forme dell’azione trasformativa."



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