Hussein l'eritreo

Data Sun 7 December 2008 7:00 | Categoria: agathotopia

due uomini arabi che parlano e due donne arabe che passano


L'ho visto per la prima volta all'aeroporto di Hodeidah. Avrei dovuto incontrami con due tecnici italiani che erano nello Yemen da due settimane, avevano mandato lui, che strani genovesi avevano paura degli yemeniti.

Hussein era simpatico, aveva sempre il sorriso sulle labbra e gli occhi furbi, era un buon meccanico. Lo invitavamo spesso a cena con noi, si guardava intorno all'Hotel Ambassador, era un posto che lo intimoriva. La prima volta appena seduto al nostro tavolo recitò una poesia, se così la si si può definire, gliela aveva insegnata la sua maestra italiana ad Assab,


Ti ringrazio fratello italiano,
non sapevo e mi hai fatto sapere,
non capivo e mi hai fatto capire,
non vedevo e mi hai fatto vedere,
ero prigioniero e mi hai liberato.
Ti ringrazio fratello italiano.

Un ingegnere milanese, lo guardava divertito e cominciò a chiedere, io trovavo quella cosa che lui aveva chiamato poesia qualcosa di cui quell'insegnante avrebbe dovuto vergognarsi.

− Quanti anni hai Hussein? -
− Non so. -
− Hai figli? -
− Quattro -
− Sei giovane, hai già quattro figli -
− Si perchè mia madre voleva vedere un nipotino prima di morire -
− Quanti anni aveva tua madre? -
− Credo quaranta, è ancora viva -
− E quanti anni ha tua moglie? -
− Non so, non ho mai chiesto -

Ridevano di quell'uomo semplice che parlava oltre il tigrino, l'italiano, l'inglese e l'arabo. Io ero stato mandato nello Yemen perchè nel cantiere italiano nessuno sapeva esprimersi in inglese. Nel porto Hodeidah i lavori erano stati sospesi per la mancanza di materiali, il responsabile dei lavori, inglese, era partito, andavo in giro con Hussein, al mercato del pesce al mattino e poi nel suk a bere tè alla menta tra l'odore acre di sudore, pollo alla brace e falafel. Fu un pomeriggio di questi che mi disse, sorseggiando del tè, che aveva telefonato a sua moglie e aveva saputo che suo figlio, il più grande, comunque un ragazzino, era scomparso. Sua madre lo aveva mandato a trovare dei parenti. Lo disse con un sorriso triste e rassegnato. Era il 1978, l'Etiopia aveva iniziato l'offensiva contro il Fronte popolare di liberazione eritreo.

− Hussein, può darsi che tutto finisca bene -
− Certo, certo, inch'Allah, se Dio vuole -

La sua idea di vita era certamente diversa dalla nostra, quello che dalla vita si aspettava, era qualcosa di molto diverso da quello che potevamo aspettarci noi, aveva passato il suo tempo in mezzo a difficoltà che noi potevamo solo immaginare eppure con tutte le difficoltà che aveva dovuto subire era rimasto un uomo buono. Si riteneva persino un uomo fortunato era sempre riuscito a mantenere la sua famiglia e non era stato facile. Diceva che gli yemeniti poveri non hanno paura della morte, i ricchi hanno paura della morte. Aveva visto un uomo, disperato, senza lacrime, accarezzare suo figlio che moriva per una banale frattura, un' infezione.
Non fu capito quando ci disse che facevamo male a dare della frutta a dei ragazzini che ormai ci aspettavano fuori dall'hotel:
− Fate male, se si abituano a ricevere perdono la capacità di arrangiarsi, cosa faranno quando voi partirete? -
Mi accompagnò a Sanaa' in macchina, non volle neppure entrare allo Sheba hotel, troppo lusso e lui avrebbe dormito meglio nel fuoristrada, tornò a Hodeidah la mattina dopo. Al mio ritorno, due settimane dopo non c'era più, era tornato a casa.

Ho rivisto Hussein due anni dopo a Casablanca, non me lo sarei mai aspettato, vendeva olive nel grande mercato. Era felice, suo figlio era tornato e gli affari andavano bene, ancora un anno e si sarebbe riunito alla famiglia. Mi portò in giro, riuscii a offrirgli il pranzo, lui mi regalò un enorme barattolo di olive e sei camice.





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