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Il berretto del tedesco

Data Wed 8 October 2008 6:50 | Categoria: agathotopia

L'ho visto per l'ultima volta l'11 giugno del 1984 in un letto d'ospedale. Arrivato troppo tardi, per pochi minuti, non ci siamo salutati. Non aveva avuto una vita facile, non se ne era mai lamentato, aveva diviso tutto con la compagna della sua vita, lei gli era stata sempre vicina, fino all'ultimo. A volte mi raccontava della sua vita, non raccontava mai episodi già raccontati, solo uno ripeteva a bassa voce come se lo raccontasse a se stesso, era solo un ricordo pensato con la voce, la storia di un berretto.

Era nato nel 1908 ad Haltingen, una cittadina tedesca ai confini di Francia e Svizzera, suo padre aveva un piccolo albergo. Con l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915 la sua famiglia era andata prima a Basilea e l'anno dopo a Genova, qui i suoi compagni di scuola elementare lo chiamavano con un certo disprezzo “il tedesco”. Di tedesco mio padre aveva veramente poco, si chiamava Oreste, suo padre era cremonese e sua madre era svizzera.
Aveva dieci anni alla fine della prima guerra, si festeggiava per le strade, momenti di felicità, felici anche in casa sua mentre nella piazzetta sotto le loro finestre accatastavano legna attorno ad un pupazzo appeso ad una forca, Francesco Giuseppe. Forse non sapevano che il vecchio imperatore era morto prima della fine della guerra. I bambini correvano allegri per guardare il falò, ci era andato anche lui - Vai via tu tedesco ! - era un uomo grosso, corpulento, che lo spintonava lontano. Si era messo in disparte, si sentiva solo, rifiutato, era rimasto comunque a guardare. Qualcuno aveva gridato che all'imperatore mancava il berretto - Il berretto del tedesco! Prendiamo il berretto del tedesco – Glielo avevano strappato dalla testa mentre deridendolo lo spingevano ancora lontano. Aveva dieci anni, si era allontanato in silenzio a testa bassa, si vergognava di sentirsi umiliato, di essere rifiutato, per non dire quello che era successo non era tornato subito a casa, ai suoi genitori aveva detto di essersi divertito ma di aver perso il berretto per un colpo di vento e per questo aveva chiesto scusa. Non gli importava di quel berretto, solo aveva sentito un vuoto allo stomaco e una grande solitudine.

Mi raccontava di mia madre, della seconda guerra, dei suoi molti amici, della solidarietà fra loro nata dall'amicizia e dal bisogno. Raccontava poco di un figlio morto a cinque anni e di un fratello morto a ventidue, non riusciva a farlo, un groppo alla gola gli fermava le parole, con orgoglio parlava delle violenze subite dai fascisti di suo padre picchiato, del loro coraggio, che mai avevano ceduto di fronte a quei buffoni. Non raccontava mai le stesse storie, aveva buona memoria, sapeva di averle già raccontate. Mi parlava di momenti felici, poi a mezza voce come se parlasse con se stesso, riflettendo ripeteva la storia di un berretto di cui non gli importava niente.




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