Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Incipit di libri di storia - Pagina stampabile - ultimogiornodelmese - Fulmini e Saette


Incipit di libri di storia

Data Sat 30 August 2008 8:00 | Categoria: ultimogiornodelmese

Il tema dell'ultimogiornodelmese di agosto è 'l'incipit più bello di un libro di storia'. Propongo per settembre una sezione del mondo non umano, gli animali. Spedire una foto digitale a fulmini@fulminiesaette.it - prego.

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Al Museo Nazionale di Napoli si trova l’erma doppia, copia romana di una greca del IV sec.a.c. , raffigurante i busti di Tucidide e di Erodono bifronti.
Fulmini ha citato Tucidide.
Ora, la tentazione di associare l’incipit dei libri dei due grandi storici che hanno fondato la storiografia programmatica modernamente intesa e accoppiato l’inchiesta all’arte, era forte, ma ho resistito, lasciando ai non greci il piacere e l’onore della difesa.
Ho invece da proporvi il libro di Marc Bloch ‘I re taumaturghi’ del 1924, per segnalarvi contemporaneamente, nello stesso libro, la Prefazione di Jacques Le Goff, il Ricordo di Marc Bloch di Lucien Febvre, la Prefazione e l’Introduzione di Marc Bloch. Tre storici contemporanei importanti per aver cambiato gli orizzonti della storiografia e aperto “il mestiere di storico”. Li cito come splendido esempio di trascrizione storica sul campo:
Prefazione di Jacques Le Goff:

Per circa trent’anni dall’eroica morte di Marc Bloch, torturato dalla Gestapo, poi fucilato a cinquantasette anni, il 16 giugno 1944, a Saint-Didier-de Formans, nei pressi di Lione, per l’attività nella Resistenza, la sua fama di storico si basò su tre elementi. Innanzi tutto, il suo ruolo, di cofondatore e di condirettore, insieme con Lucien Febvre, della rivista “Annales”, che rinnovò i metodi di indagine storica.

Ricordo di Marc Bloch di Lucien Fevre:

La prima volta che ci incontrammo fu - mi pare - nell’ottobre del 1920, a Strasburgo, durante una di quelle riunioni inaugurali di facoltà che avrebbero lasciato, in chi vi partecipò, il ricordo di uno slancio generoso e di un ardore disinteressato. Eravamo in quaranta, per lo più arrivati pochi giorni prima, e avevamo lasciato da poco tempo l’uniforme, pieni già di quel pudore, così francese, delle nostre croci di guerra e delle nostre menzioni. Francesi appassionati, naturalmente: lo avevamo mostrato nel corso di quegli ultimi quattro anni, con le armi in mano. Ormai però volevamo essere i fedeli servitori dell’Alsazia straziata, la qui salute morale doveva dipendere – ben lo sentivamo – in gran parte da noi, dai nostri sforzi. E mentre ci accordavamo, sotto la brillante presidenza di un giovanissimo Etienne Gilson, per l’insediamento di un “decano” già eletto in cuor nostro, come lo era da tutto il mondo della scuola francese, scambiavamo i nostri nomi quando ancora non ci si conosceva, se non di vista. E tutti ci presentavamo l’un l’altro, con una sorta di spontaneità festosa che in seguito non avremmo più conosciuto. Cementavamo con elementi ben coesi e scelti un bel blocco di amicizia e devozione.

Prefazione di Marc Bloch:

Pochi libri quanto questo meritano di essere presentati come l’opera dell’amicizia: non ho forse il diritto, invero, di dare il nome di amico a tutti i benevoli collaboratori, che hanno consentito di aiutarmi, alcuni dei quali con una cortesia tanto più ammirevole, in quanto non era rivolta a me personalmente, che essi non avevano mai visto?

Introduzione di Marc Bloch:

Il 27 aprile 1340, frate Francesco, dell’Ordine dei Predicatori, vescovo di Bisaccia nella provincia di Napoli, cappellano del re Roberto d’Angiò e in quel momento ambasciatore del re d’ Inghilterra Edoardo III, si presentò dinanzi al doge di Venezia. Tra la Francia e l’Inghilterra si era appena aperta la lotta dinastica, che provocò la guerra dei cent’anni; le ostilità erano già cominciate, ma la campagna diplomatica si protraeva ancora. I due re rivali cercavano alleanze in ogni parte d’Europa.
Frate Francesco aveva avuto l’incarico dal suo signore di sollecitare l’appoggio dei Veneziani, e il loro intervento amichevole presso i Genovesi.


(AlfaZita)

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Tucidide, ‘La Guerra del Peloponneso’, ultima parte del V secolo a.C.

Tucidide di Atene ha raccontato la guerra tra Peloponnesiaci e Ateniesi quale essi la combatterono tra loro, cominciando subito dai primi accenni di ostilità, perché intuì che sarebbe stata importante e sicuramente la più degna di attenzione fra tutte le precedenti; lo deduceva dal fatto che entrambi i popoli erano fiorenti e l’uno e l’altro perfettamente preparati alla guerra, mentre vedeva che tutte le altre popolazioni greche si schieravano per l’uno o per l’altro dei belligeranti. (traduzione di Edoardo Noseda)

È questo l’incipit di un libro di storia che preferisco (tra quelli che conosco). Le ragioni sono tante, ne rivelerò la prima delle prime: l’autore del racconto storico apre il libro e si presenta dichiarando il proprio nome completo (nome e luogo di nascita) - nessuna Voce Fuori Campo, impersonale, divina; o un anonimo “lo scrivente”; o un ambiguo, professorale, pontificale, plurale maiestatico “noi”. Viva la piena responsabilità personale!

“Tucidide di Atene ha raccontato... cominciando subito... perché intuì... lo deduceva... mentre vedeva...”

(Fulmini)




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