Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Una esile traccia - Pagina stampabile - profili - Fulmini e Saette


Una esile traccia

Data Sat 19 July 2008 8:00 | Categoria: profili

Unico indizio un paio di mutandine. Non l’avevo mai vista in faccia. Avevo solo quello: un paio di mutandine con un leggero odore di violette. Le avevo portate in tasca per alcuni giorni certo che non ne avrei ricavato nulla. Questo almeno fino al venerdì. Io, solitamente, sono uno che non molla quando azzanna, ma non avevo molte speranze. Mi sbagliavo. E’ strano come una gran quantità di persone potesse conoscerla semplicemente dalle sue mutandine. E come quella gran quantità di persone sapesse quella gran quantità di cose su di lei, anche se nessuna che mi aiutasse definitivamente. Avevo saputo che era rossa ma non naturale. A dire il vero questo avrei potuto scoprirlo anche da solo e in breve tempo. Poi ero venuto a conoscenza di tanti piccoli particolari come il nome di quel profumo; la taglia degli abiti che portava, in verità una taglia in meno; il numero delle scarpe e l’altezza dei tacchi; la marca del suo rossetto preferito; le sue misure e quella del reggiseno. Alla fine ero arrivato ad un nome: Valeria. Da qui nessuno aveva voluto più parlare. Non un recapito. Non un posto tra quei posti che frequentava. Nessun indirizzo dove trovarla. Quella donna che ormai, nella mia testa, aveva fattezze più che precise tornava ad essere ingoiata dal nulla. Tornava ad essere una presenza impalpabile.
Per tutti era “Un gran bel esempio di femmina”. Eppure doveva mangiare anche lei. Sapevo che preferiva un martini ghiacciato e che era cambiata cioè che erano cambiate le sue abitudini. I ricordi di tutti erano ricordi che avevano almeno otto mesi. Sapevo che in serate fortunate cantava in un qualche locale, e sapevo anche il repertorio che preferiva: canzoni da sussurrare per convincere l’orecchio. Quello che non sapevo era in che locale. Sapevo che avrei avuto bisogno di tutto il mio sangue freddo. Amedeo mi aveva confidato che non era donna, cioè che era troppo donna, e che perdersi era un attimo, e che tutti quelli che parlavano con leggerezza o ironia di lei non erano più tornati dal suo fascino. Sono andato a trovare Ernesto nel suo bar. Lui era uno di quelli che sapeva l’intera enciclopedia della vita, lemma per lemma. Che sapeva tutto di tutti, e anche quello che gli altri non sapevano, compreso quello che nessuno voleva sapere.
Sai qualcosa di Valeria”?
Nessuno sa più niente di quella. Se vuoi un consiglio: stai alla larga. Quella donna porta guai”.
Ho colto nei suoi occhi qualcosa di più. Non poteva parlare. Non eravamo soli. L’altro era un tipo grande e grosso. Troppo grande e grosso per avere anche un aspetto amichevole. Per starci a ragionare. Faccio buon viso a cattivo gioco, pago ed esco, ed anche il bisonte esce. Giro l’angolo e lui dopo di me. L’aria è umidiccia. E’ sempre umidiccia l’aria di Milano. O forse sono io che sto sudando. Una morsa d’acciaio di mano mi prende la spalla e mi immobilizza senza probabilità di replica. Questo non è un noir all’americana. Non so come lo racconterebbe Hammet ne se lo racconterebbe. Questa è la strada. E la realtà. E io non riesco a mostrare nessun coraggio. Nemmeno incoscienza. Raccontarlo sarebbe una iperbole. Mi faccio piccolo come un canarino intimidito fuori dalla gabbia. Poi lo guardo bene; senza sprezzo. Mi accorgo che ha due occhi pieni di una pioggia sottile e triste. So che non potrebbe, in questo momento, fare del male ad una mosca. La sta cercando anche lui. E’ messo più male di me. Lo rassicuro: “La cerco perché… devo solo restituirle le… una cosa. E’ lavoro”.
Pensarci non ci avevo pensato. L’avessi fatto avrei risparmiato tutto il mio tempo. La cerco nel web e la trovo. Non subito ma la trovo. Come Valmore. Canta proprio quella sera ed è a due passi. Trovo un tavolo vicino al palco. Non ne ho fatto parola al bestione. Non so se lo farò. Infondo è meglio continuare a farsi gli affari propri. Esce in mezzo ad un faro di luce. Sulla scena la scena è tutta sua. Non avevano esagerato. La fascia la luce e poco altro; un abito che sembra quasi non esserci, più aderente della sua stessa pelle. Per poco il cynar non mi soffoca. Lei sorride e ride. Forse di me e della mia tosse. E prende il microfono che mi toglie l’aria. Canta e lo fa veramente col culo, in tutti i sensi. Non esce voce dalla sua gola ma solo lamenti. Come miagolii. Sospiri. Pare oscena ogni nota. Chi se ne frega di come canta. In sala non c’è nessun critico musicale. E ha un paio… ha due tette che le devono essere costate una fortuna ogn’una. Il vicino precisa che in realtà valgono un paio di testoni in più. Le gambe salgono quasi fino al soffitto e ha due occhi che attirano tutti i sogni. Io ho già fretta. Non sarei il Capra se non fosse così, ma anche il nome appartiene ad altre storie. Non vedo l’ora di uscire all’aria fresca o di qualsiasi altra cosa.
All’intervallo la raggiungo in camerino. Mi spiega che non mi dovevo disturbare. Ci teneva. Le aveva cercate, ma non mi dovevo disturbare, e se ne era fatta una ragione. Ché infondo anche senza era quasi lo stesso. E a pensarci bene… Che dato che c’ero, dopo, se le davo un attimo, e se facevo il bravo ragazzo, o meglio se mi dimostravo un bravo ragazzaccio, mi avrebbe permesso che gliele rimettessi. Non ho mai preso a schiaffi una donna nonostante questo lavoro di merda.




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